Il Comitato Vertenza Amianto: “Il processo all’Eternit fondamentale per evitare altre stragi”
La vertenza contro l’Eternit per il “polverino” sparso in tutta Italia per ottant’anni vede coinvolte le vittime e i familiari degli stabilimenti di Casale Monferrato (Al), Cavagnolo (To), Rubiera (Re) e Bagnoli (Na). Tremila parti civili che lunedì prossimo – 11 luglio – faranno richiesta di risarcimento, la cifra della quale si vocifera potrebbe aggirarsi intorno ai 750 milioni di euro. Una somma alta, altissima anche per Stephan Schmidheiny e Louis de Cartier de Marchienne per i quali, in sede penale, sono stati chiesti vent’anni di reclusione. Ma ciò che più preoccupa i due miliardari è l’impatto che questo processo potrebbe avere su scala globale. Se in Italia la produzione di amianto è stata proibita nel 1992, in altri paesi il mercato è fiorente e la strategia di comunicazione che viene adottata altro non è che la versione riveduta e corretta di quella che si usava in Italia sino a trent’anni fa: “L’amianto non fa male se opportunamente trattato e noi lo trattiamo con tutte le cautele del caso” affermano, per esempio, i dirigenti delle filiali brasiliane della regione del Goias. Dunque, il processo torinese scatenerà, verosimilmente, un vero e proprio effetto domino anche negli altri paesi europei interessati dal problema come la Francia, la cui associazione delle vittime dell’amianto conta addirittura 22mila associati.
Dopo oltre 35 anni di lotte insieme a Nicola Pondrano, l’instancabile Bruno Pesce, coordinatore del Comitato Vertenza Amianto, vede avvicinarsi il traguardo del giudizio. È lui ad avere il polso della situazione e a tenere le fila delle varie associazioni e delle parti civili iscritte nei registri del Tribunale di Torino. L’azione legale collettiva non sarebbe mai partita senza l’elemento catalizzatore di Casale Monferrato, “ingombrante monumento all’amianto”, come si è detto quest’oggi nella requisitoria. “Le vittime individuate dalla straordinaria indagine della Procura di Torino sono state circa 3mila, tra lavoratori e cittadini deceduti o ammalati, di cui oltre il 70% di Casale Monferrato, sede del più grande stabilimento Eternit d’Italia – spiega Bruno Pesce che invita a non abbassare la guardia -. Purtroppo altre centinaia di vittime si sono aggiunte in questi ultimi anni: le patologie da amianto che hanno colpito e ancora stanno colpendo le ex lavoratrici e lavoratori e le popolazioni sono mesotelioma (tumore maligno alla pleura o peritoneo), carcinoma polmonare e asbestosi”.
Ciò che ha fatto più male alle vittime e a chi ha visto un familiare spegnersi con il respiro sempre più affannato è stato ascoltare nella requisitoria di stamane quali strategie vennero attuate dalla dirigenza al fine di non arrivare al giudizio: “Questo ‘immane disastro’, come definito dal procuratore Guariniello e ampiamente documentato nel corso del processo – continua Pesce -, è dovuto a una condotta dolosa degli imputati fin dall’inizio dei loro ruoli di responsabilità, una condotta assolutamente voluta ed attutata in modo sistematico e agghiacciante: non solo sapevano di sottoporre a rischio gravissimo i lavoratori e i cittadini ma intervenivano in modo pianificato per negare i rischi e per difendere e garantire la continuità dell’uso di un materiale così altamente nocivo e cancerogeno come è l’amianto”.
Ed è proprio al Canada, all’India e al Brasile che continuano a produrre il materiale, all’India e alla Cina che ne sono i principali consumatori che Pesce invita a rivolgere l’attenzione: “Siamo certi che la conclusione di questo processo, nel prossimo autunno, sarà un momento storico e alto per riflettere sulla qualità dello sviluppo economico-industriale e per la giustizia del nostro Paese e non solo. Il processo all’Eternit è stato atteso da trent’anni: da tutti noi e da coloro che ancora devono lottare nei tre quarti del pianeta dove l’amianto continua a essere estratto o utilizzato, ‘prenotando’ ulteriori centinaia di migliaia di malattie e di morti di lavoratori e popolazioni, perlopiù ignare e ancora ingannate in modo criminale”.
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