Quando Fruttero&Lucentini fecero infuriare Gheddafi: “I discorsi glieli scrive un geometra”
La Stampa ha pubblicato lunedì un ampio stralcio del corsivo del 6 dicembre 1973 di Carlo Fruttero e Franco Lucentini su Gheddafi e i suoi rapporti con la società italiana. Il colonnello era da poco leader della Libia, dopo il golpe del 1969, ma partecipava al capitale Fiat. Il testo dei due scrittori lo fece infuriare, tanto da arrivare a chiedere a Giovanni Agnelli di licenziare l’allora direttore della Busiarda, Arrigo Levi (cosa che l’avvocato, ovviamente, non fece):
La conferenza stampa concessa giorni or sono dal colonnello Gheddafi a duecento giornalisti occidentali, a Parigi, non ci sembra abbia avuto dai commentatori specializzati e dal pubblico in genere l’attenzione che meritava. I giornalisti – raccontano le cronache – erano irritatissimi perché, convocati per le 18, dovettero aspettare Gheddafi in mezzo alla strada fino a mezzanotte, ora in cui si sentirono dire che l’incontro era rimandato all’indomani mattina. Un dettaglio da nulla, che il lettore, se pure lo nota, associa macchinalmente a quei tumultuosi gruppi di fotoreporter in maniche di camicia che aspettano Elizabeth Taylor all’aeroporto. Sono pagati per questo, no?
Ma i giornalisti in attesa di Gheddafi erano di tutt’altra specie, illustri economisti e orientalisti, filosofi e uomini politici, autorevoli columnist; di grandi giornali d’informazione. La scena è dunque molto diversa e penosa: questi signori fermi per ore e ore sul boulevard, in gran parte attempati e vestiti di blu, con guanti e ombrello, non sono abituati a ricevere un simile trattamento da un capo di Stato straniero. (…)Più che “irritatissimi” è dunque probabile che si siano sentiti “umiliatissimi”. E i meno giovani di loro, anche spaventatissimi. Ecco che ci risiamo, si saranno detti con un brivido, ricordando altri capi di Stato che in tempi ancora vicini non stavano al gioco delle buone maniere.
Poco importa che la “forza” di Gheddafi e degli altri capi arabi sia indiretta, relativa, provenga dal petrolio e dalla protezione della Russia. Come la Commedia dell’Arte, la Storia improvvisa nei particolari, ma si attiene a pochi, ferrei meccanismi, sempre uguali, per quanto riguarda l’essenziale. E alla conferenza stampa di Parigi, gli elementi inamovibili del dramma c’erano tutti. Da una parte i frivoli damerini, dall’altra il prepotente col bastone.
Da una parte i cortesi, viziati, sofisticati, cavillosi e impotenti figli e nipoti della democrazia europea, dall’altra un dittatore misticheggiante che tiene il coltello per il manico e dimostra brutalmente di saperlo. Il resto non è che fumo, garza, diversione, variante scenografica, irrilevante gioco di riflettori colorati. Il comportamento dell’Europa verso Hitler dal 1933 al 1939 consente ben poche illusioni circa quello che dobbiamo aspettarci nei prossimi anni a livello diplomatico, ideologico, religioso, culturale e di costume. L’agghiacciante sussurro bene informato “pare che” tornerà a ingorgare le nostre orecchie.
- Pare che Gheddafi sia in realtà una creatura della Cia. Non muove un dito senza chiedere il permesso a loro.
- Pare che lui non conti assolutamente niente. Sono quei due sacerdoti che si porta sempre appresso che hanno in mano tutto quanto.
- I discorsi, pare che glieli scriva un geometra italiano, un certo Cavalli. Di Novara.
— Un fanatico religioso? Ma figurarsi! Pare che, quando è stato ospite di Tito, si sia mangiato un cinghialino arrosto tutto da solo.
— No, lui personalmente è un uomo straordinario. Pare che lavori 22 ore al giorno. E pare che abbia l’ulcera, pare che sia omosessuale, che dorma su un materasso di foglie di tabacco, che tenga un harem di 48 mogli in Svizzera, che ami Mozart, che non possa soffrire le motociclette e i garofani. E pare, soprattutto, che a noi italiani (o francesi, o inglesi, o tedeschi), ci voglia bene, ci stimi, ci ammiri particolarmente, ci voglia vendere, che già anzi quatto quatto ci stia vendendo (“pare che a Genova…”), fiumi di petrolio.
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