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19 - 09 - 2014

Alessandria, Ambiente, Cittadini, Cronaca, Lavoro, Piemonte, Torino

Ecco perché la sentenza Eternit farà storia (e perché la Francia ci copia)


Che un’eventuale condanna di Stephan Schmidheiny e Louis de Cartier de Marchienne al termine del processo Eternit avrebbe rappresentato una vera e propria rivoluzione nel diritto del lavoro Quotidiano Piemontese lo ribadiva da mesi. Ora questa rivoluzione non è più un’ipotesi ma è sancita dalla sentenza emessa ieri alle 13:22 con le parole del giudice Giuseppe Casalbore. La colpevolezza per disastro doloso costerà ai due imputati 16 anni di reclusione e circa 100 milioni di euro per il risarcimento delle migliaia di parti civili. “La sentenza di oggi è un sogno e avrà un’eco mondiale. Una sentenza che farà storia e che riscriverà una parte di giurisprudenza” ha dichiarato il pm Raffaele Guariniello, l’uomo che ha mantenuto saldo il timone di questo processo spalleggiato da Sara Panelli e Gianfranco Colace. Era stata la sentenza Thyssen Krupp dello scorso anno a introdurre il concetto di dolo in una (importantissima) causa per alcune morti sul lavoro ma con il processo Eternit la questione aumenta esponenzialmente di peso specifico e diventa paradigma globale, pietra miliare. Il Comune di Casale Monferrato che non più tardi di due settimane fa aveva rifiutato l’offerta di 18 milioni di euro fattale da Stephan Schmidheiny  ha ottenuto in sede giudiziaria 25 milioni di euro, mentre il Comune di Cavagnolo che ha preferito una transazione di 2 milioni di euro con Schmidheiny per escludersi dalla lista delle parti civili otterrà “soltanto” i 4 milioni di euro di de Cartier. Regione Piemonte (20 milioni di euro), Asl (5 milioni), Afeva (100mila euro) sono solo alcune delle parti civili alle quali i due imputati dovranno saldare, nei prossimi mesi, i danni della loro condotta dolosa.

Di rivoluzione in rivoluzione, attraverso un instancabile e meticoloso studio della giurisprudenza, Guariniello è riuscito a trasformare in processo penale tutte quelle cause di lavoro che  fino a poco tempo fa erano esclusivo dominio del diritto civile. Una volta compiuto questo passo non si è accontentato ed ha intuito la possibilità di sanzionare non solo la colpa ma il dolo. È questa la grande rivoluzione. Come i dirigenti della Thyssen Krupp, anche quelli della Eternit compivano consapevolmente un’azione criminosa. Anche nelle prime reazioni di Bruno Pesce e Nicola Pondrano, i due uomini che, insieme, hanno iniziato le prime lotte e rivendicazioni sindacali contro l’Eternit di Casale Monferrato, si può leggere la portata rivoluzionaria della sentenza: “I 25 milioni ottenuti da Casale la dicono lunga su anni di lotte e sulla solidità del patto sociale che abbiamo costruito – ha detto Pondrano –. Il verdetto rende giustizia a 40 anni di lotte”.

“Questa sentenza sancisce definitivamente come il disastro ambientale doloso i cui effetti si sono protratti per tutto il secolo scorso sino a oggi siano da attribuirsi alle decisioni prese nei consigli di amministrazione dei grandi gruppi industriali che hanno controllato Eternit” ha detto Pesce, il quale ha sottolineato come “25 milioni siano più di 18” ovverosia come il primo grado di giudizio sia stato, comunque, più generoso della cosiddetta “offerta del diavolo”.  “I 16 anni inflitti ai due imputati sono un atto di giustizia nei confronti di chi non c’è più, sono l’atto che certifica che questa strage non doveva esserci. E sono un punto di partenza per far sì che l’amianto non debba più essere prodotto altrove”.

Già, perché il punto è proprio questo. Anche per gli stessi protagonisti di questa maratona durata quasi quarant’anni la sentenza di oggi non è che un punto di partenza. Presto il pool di Guariniello si metterà al lavoro per il processo Eternit bis che includerà tutti i malati recenti, quelli diagnosticati dopo il 6 aprile 2009, giorno dell’udienza preliminare del processo concluso ieri. Sono già 130 e potrebbero essere anche 200 quando si partirà visto che a Casale Monferrato ormai i nuovi casi sono 50 all’anno. Ma in questo secondo atto verranno inclusi anche tutti quei lavoratori italiani che hanno operato nelle fabbriche svizzere di Eternit. Sarà un’altra lunga battaglia.

Dal fronte nazionale occorre allargare la prospettiva al fronte internazionale. Alla sentenza erano presenti ben 1300 persone, 160 di queste provenivano dalla Francia. L’Andeva, l’Associazione nazionale delle vittime dell’amianto francesi può contare su 24mila aderenti e, a partire dal 1996, ha sostenuto ben 15mila cause civili quasi tutte conclusesi con esito positivo. “Noi le chiamiamo ‘fautes inexcusables du dateur de travail’  (errori non giustificabili del datore di lavoro, ndr) e hanno quasi sempre avuto esito positivo – spiega il presidente di Andeva Alain Bobbio – ma, per il momento, nel nostro paese è impossibile fare quello che state facendo in Italia, ecco perché abbiamo seguito da vicino questo processo”. Paese da sempre all’avanguardia nella difesa dei diritti, la Francia si scopre, almeno in questo caso, a dover ‘inseguire’: “Ci sono diversi ostacoli che rendono la situazione decisamente più complicata rispetto al vostro Paese – continua Bobbio –. Il primo è che non esiste la class action e, dunque, ogni città ha il suo processo. In secondo luogo i magistrati non hanno una specializzazione ma si occupano di tutto, dagli omicidi alle cause di lavoro. Terzo: i magistrati che si occupano della salute pubblica non vengono messi nelle condizioni di svolgere le indagini o, come nel caso di Geoffoy Bertella, vengono rimossi dal loro incarico”.

In Francia, infatti, i procuratori non sono indipendenti ma dipendono dal potere politico in carica. Ora anche i francesi vogliono arrivare al processo penale. È forse questo uno degli obiettivi a breve scadenza. Nell’ordinamento giudiziario francese sono contemplati l’omicidio volontario (quando un individuo vuole uccidere una ben determinata persona) e l’omicidio colposo (quando un individuo uccide per sbaglio pur non volendolo fare) ma non esiste il concetto di dolo (quando un individuo commette un omicidio nella piena consapevolezza della pericolosità del proprio comportamento ma senza una vittima predeterminata).  “Questo punto è fondamentale – spiega Alain Bobbio – perché i disastri ambientali devono essere perseguiti anche penalmente. In Francia ci sono 3-4mila morti l’anno a causa dell’amianto ma non possiamo far una class action. La nostra associazione, dunque, funziona come una confederazione con una sessantina di comitati locali che si occupano di sostenere le cause civili. Come qui in Italia anche noi diciamo: ‘Prima la giustizia, dopo i soldi’. Lo dobbiamo ai nostri figli”.

In aula avvolta nella bandiera brasiliana c’è Fernanda Giannasi che rappresenta il movimento che in Brasile si oppone alla fabbricazione e all’utilizzazione dell’amianto. Arriva da Osasco, cittadina omonima del paese del pinerolese perché fondata da emigranti. Lì l’Eternit ha chiuso licenziando 2mila persone ma prima di dire stop ha fatto ammalare centinaia di lavoratori. Dei 2500 costituitisi parte civile circa il 60% sono interessati da patologie correlate all’esposizione all’amianto: “Questa è una sentenza che aiuta il Brasile dove l’amianto viene ancora lavorato. Questo verdetto potrebbe davvero aiutare il mio Paese”.

Già perché se oltre 50 paesi nel mondo hanno messo al bando la fibra killer, altrove il materiale continua a essere prodotto. In India, in Cina, in Estremo Oriente, in Sud Africa, in Brasile e in Canada. “Nel civilissimo Canada – sottolinea Bruno Pesce – l’amianto viene ancora prodotto. Ma loro sono civili. Lo producono ma lo esportano in altri Paesi”.


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14 febbraio 2012 - Autore: Davide Mazzocco -

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