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Il vescovo di Asti: ”Stop campanilismo, comunità più ampie per attutire la crisi delle vocazioni”

Redazione Quotidiano Piemontese

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francesco ravinale, vescovo astiDel calo delle vocazioni si parla da anni come di una realtà ormai consolidata; ma aver preso atto del problema non significa averlo affrontato, nè tantomeno risolto. Nei limiti delle proprie possibilità, ci prova invece ora monsignor Francesco Ravinale, vescovo di Asti, che ha vergato la nuova lettera pastorale “Vino nuovo in otri nuovi” proprio sul tema, dopo aver visto nella sua diocesi uscire – dal 2000 allo scorso anno – 63 preti, ed entrarne appena 10. Sempre restando ai numeri, al momento in seminario ci sono appena 14 allievi, di cui solo 5 astigiani (le “iniezioni” di presbiteri provenienti dal Terzo Mondo è un palliativo ormai quasi ventennale ma non risolutivo), mentre l’età media è di 63 anni.

“Due sono i problemi”, dice Ravinale, “innanzitutto: il fatto che la società non si riconosca più come sociologicamente cristiana, e la diminuzione costante dei consacrati”. Difficile far fronte alla prima problematica, il vescovo ci prova con la seconda; come? Con la riorganizzazione. L’idea è infatti quella di far passare ai fedeli il messaggio che oggi non è più possibile “pensare al prete come al proprio prete, prigioniero di un’appartenenza campanilistica”, dunque in concreto si tratterebbe di ampliare le comunità: ogni pastore sarebbe così responsabile di comunità più ampie, in modo da poter gestire bene gli orari delle funzioni nei festivi e magari officiando a turno nelle varie chiese durante la settimana”. Ultimo punto, Ravinale auspica un cambio di mentalità anche per gli stessi preti, che non devono più “considerare la propria figura come al titolare di un’impresa privata”.

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