Eventuale Gay Pride ad Asti. Consigliere Federico Garrone: ‘In che anno siamo?’



Continua il dibattito dopo l’avvicinamento del sindaco Rasero ad un eventuale Gay Pride ad Asti. Riceviamo e pubblichiamo il comunicato dell’avvocato Federico Garrone, consigliere comunale del Gruppo “Noi per Asti”. Di seguito il testo della nota:

In che anno siamo?
È da Sabato scorso che mi pongo questa domanda ogni volta che accedo a Facebook.
Più precisamente da quando il Nostro Sindaco ha partecipato al Gay Pride di Alba e ha dichiarato, spontaneamente, sul noto social network che non vi sarebbero controindicazioni a che la manifestazione si tenga pure ad Asti.
Sono bastati pochi attimi ai “leoni da tastiera” per dare fiato alle trombe.
Un vortice infinito di commenti dove, come purtroppo spesso accade, a urlare più forte sono stati i più beceri.
Ho letto di tutto.
Da chi sosteneva che vi siano “cose più importanti” a chi, molto semplicemente, riteneva che certe persone non abbiano il diritto di manifestare a favore dei propri diritti.
In che anno siamo?
Dobbiamo, inoltre, ricordare come il Gay Pride sia una manifestazione organizzata da associazioni private, senza contributi pubblici e, soprattutto, che non necessita di autorizzazione comunale.
Viene da chiedersi, quindi, cosa centri il Comune.
Ed è qui che la Politica riesce sempre a mostrare la faccia peggiore.
Il vero nodo politico è se il Comune debba concedere il patrocinio all’eventuale Gay Pride di Asti.
Ma cosa vuol dire concedere il patrocinio?
Vuol dire legittimare il diritto a manifestare il proprio pensiero.
Dire: la Città, lo Stato, vi tutela.
Ma può il Comune non fare ciò nel 2018?
In Italia, e mi risulta che Asti ne faccia parte, è diritto di tutti poter manifestare il proprio pensiero almeno dal 1947, quando i Padri Costituenti lo sancirono nell’art. 21 della Carta.
Oggi, 71 anni dopo, non posso che chiedermi: in che anno siamo?
Ma vi è di più.
Il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione prevede che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando incidi fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
E allora, può il Comune non legittimare chi rivendica il proprio diritto a manifestare?
Può la Politica imporre ad un Ente statale di andare contro i principi costituzionali?
La questione non è se ognuno di noi ritiene legittima o meno una concezione differente dalla famiglia tradizionale.
Non è rilevante se la maggioranza o la minoranza dei cittadini reputi “sbagliato” essere
omosessuale.
Non importa se questo o quel consigliere andrà o no alla manifestazione.
Conta il dovere, costituzionale, del Comune di tutelare tutti.
Contano l’Ente, lo Stato e i suoi Principi fondamentali.
Conta che davanti alla legge tutti siamo uguali.

 

In che anno siamo?

Ultima modifica: 13 luglio 2018

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