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Da Cuba a Torino: “El Palacio de las Tres Historias” di Carlos Garaicoa

Fino al 4 febbraio la Fondazione Merz ospita la mostra personale dell’artista cubano Carlos Garaicoa, un archeologo urbano che attraversa le città alla ricerca di trame sociali. Una riflessione sulla storia contemporanea, l’architettura, la città, le ideologie, le utopie.

«Carlos Garaicoa guarda le città, le architetture e i sogni sottesi, quelli dismessi e quelli ancora realizzabili; ne legge le trame, le offese e i ricordi incancellabili e poi con instancabile creatività traccia altre prospettive, innesta vecchio e futuro, disegna nuove linee di fuga e cerca il comune e la moltitudine quali soggetti di un incessante divenire altro.» Fino al 4 febbraio la Fondazione Merz ospita “El Palacio de las Tres Historias”, la mostra personale dell’artista cubano Carlos Garaicoa (nato a L’Avana nel 1967, vive e lavora tra Madrid e Cuba). Curata da Claudia Gioia, la mostra – attraverso grandi installazioni, fotografie e video – è una riflessione sulla storia contemporanea, l’architettura, la città, le ideologie, le utopie.

Come un archeologo urbano, Carlos Garaicoa attraversa le città alla ricerca di trame sociali, fa incontrare futuro e passato, restituisce visibilità alle storie lontane o vicine che abbiamo davanti agli occhi ma che non vediamo più in quanto assuefatti.

Carlos Garaicoa, El Palacio de las Tres Historias, 2017 (Photo Renato Ghiazza)

«Al centro della sua poetica c’è sempre il rapporto tra la realtà e l’architettura – spiega Claudia Gioia – la mostra alla Fondazione Merz è un’evoluzione molto matura del suo lavoro. Come Cuba era stata una palestra per ragionare sulla relazione metaforica tra il potere e l’architettura, così Torino consente di raccontare una grande storia che poi è la storia del Novecento, e di ragionare sull’industrialismo, la retorica del potere ma anche sulle possibilità altre di pensare un vivere sociale.»

Il percorso espositivo si apre con grandi cartelloni rotanti, analoghi a quelli che si vedono sui grattacieli delle metropoli. Garaicoa vi inserisce disegni che si alternano a parole, gioca con la grafica fascista degli anni Trenta, in particolare quella dei manifesti futuristi di Bakisfigus, e con la fraseologia propagandistica del socialismo caraibico.

Carlos Garaicoa, El Palacio de las Tres Historias, 2017 (Photo Renato Ghiazza)

«El Palacio de las Tres Historias» è la grande installazione che dà il titolo alla mostra: un edificio destrutturato, pensato come uno spazio di passaggio e di osservazione, un punto di incontro della trama sociale. Carlos Garaicoa realizza un plastico richiamando architetture razionaliste (la torre littoria della Maratona e il grattacielo di piazza Castello, il villaggio operaio Snia, il Palazzo della Civiltà dell’Eur, la Casa del Fascio di Como) che poi fa dialogare con fotografie scattate dentro la Cavallerizza Reale. «Si tratta di edifici dall’innegabile bellezza – commenta Claudia Gioia – ma anche simboli della retorica di un potere poi sconfitto. Anche la Cavallerizza Reale è uno spazio che ha avuto una sua storia ma che ora ha esaurito la sua funzione e vive come in una sospensione, non è ancora certo cosa si farà, si sperimentano esperienze di autogestione. Un luogo da riscrivere, nel quale l’artista intravede delle possibilità di nuova socialità. Le architetture, dunque, quale metafora di utopie, quelle consumate e quelle ancora da immaginare e costruire.»

Carlos Garaicoa, Campus o la Babel del conocimiento, 2002-2004 (Photo Renato Ghiazza)

Il percorso espositivo prosegue con un’opera inquietante, “Campus o la Babel del conocimiento”, un lavoro realizzato tra il 2002 ed il 2004: qui un’architettura del sapere si sviluppa come un Panopticon, perché la cultura se diventa indottrinamento finisce per trasformarsi in una forma di controllo, un pensiero privo di ossigeno, uno spazio concentrazionario.

Carlos Garaicoa, Abismo, 2017 (Photo Renato Ghiazza)

La mostra si conclude con una video di grande impatto, “Abismo” ispirato al brano musicale Quatuor pour la fin du temps composto dal francese Olivier Messiaen in un campo di concentramento nel 1941. Su uno sfondo lattiginoso due mani rosse si muovono leggiadre come se dirigessero quella triste musica ma ad un’osservazione più attenta si comprende come siamo di fronte a tutt’altro: sono mani che esprimono arroganza e violenza, sono la mani di Hitler. «Abismo è una scommessa davvero coraggiosa – aggiunge Claudia Gioia – quelle mani ricalcano perfettamente la gestualità di Hitler durante i comizi, e così si crea un cortocircuito che rimescola le carte della storia e rafforza il messaggio di Messiaen che l’orrore, per quanto grande, non può mettere a tacere la forza di un pensiero libero e creativo».

http://www.carlosgaraicoa.com

Emanuele Rebuffini

Carlos Garaicoa, El Palacio de las Tres Historias, 2017 (Photo Renato Ghiazza)

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