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Padre Paolo Dall’Oglio rischia l’espulsione dalla Siria

Qui moschee e chiese cristiane si affiancano le une alle altre in un ambiente tollerante e unico nel suo genere, almeno era così fino a due anni fa e, almeno all’apparenza. Un’apparenza nella quale un italiano, padre Paolo Dall’Oglio viveva serenamente da sempre. La libertà di culto religioso permetteva a sunniti, sciiti, alauiti, druisi, ortodossi, siri, maroniti, armeno-cattolici una pacifica convivenza.

Sto correndo il grave rischio di essere espulso dalla Siria”. Sono queste, oggi le parole di padre Paolo ad AsiaNews sulla situazione personale. Corre il rischio di essere cacciato dalla Siria, il Paese che lo ha adottato per anni. “Il governo siriano ha mandato una lettera al vescovo siro-cattolico di Homs, chiedendogli di mandarmi all’estero. La giustificazione esplicita fornita sta nelle posizioni che ho preso a favore della democrazia del consenso, della libertà di espressione e della riconciliazione”.

Padre Paolo vive a Mar Musa, in un monastero in cima ad un colle, accessibile solo salendo oltre trecento gradini di pietra, stretti e, in parte un po’ fatiscenti. E’ un gesuita romano innamorato della Siria. Conosciuto per essere un po’ il filo, il legame tra i musulmani e i cristiani di questa parte del mondo.

Mar Musa è distante da ogni centro abitato, ad oltre ottanta chilometri circa da Damasco, città affascinante e, una volta ambita meta di viaggiatori, ospita uno dei monasteri più antichi della zona, una vera meraviglia per lo sguardo e un balsamo per il cuore quando lo si raggiunge.

Il monastero di San Mosè l’Abissino o Deir Mar Musa el-Habashi, arroccato sul bordo estremo di una parete rocciosa, color giallo ocra, immerso nel suo tempo, il VI secolo d. C. e immutato da allora. Sembra un gioiello incastonato nella roccia.

Qui i colori si fondono tra loro, diventano un’unica tonalità e assorbono, nella tavolozza del Paese, le abitazioni, le tende, i cammelli, i beduini che appaiono, a mala pena, come minute macchie nel panorama.

Oltre un piccolo negozio di bevande, oggetti vari e una casina fuori dalla quale un uomo coltiva un po’ di terra, non c’è niente. Una carrucola, un po’ approssimativa, collegata al monastero trasporta la spesa e altre poche cose su in cima. Una funivia per oggetti. 1320 metri sul livello del mare. Il panorama, man mano che si sale, è incredibile. Non è pesante la salita, ma sotto il sole siriano, risulta almeno un po’ impegnativa.

In cima ci sono tre edifici, il primo sulla destra ospita tutte quelle persone, di qualsiasi credo religioso, sesso, età, colore e nazionalità che decidano di recarsi qui, in visita per poche ore o pochi giorni in una sorta di ritiro per l’anima e la mente, per condividere un’esperienza o per il piacere del silenzio.

Il secondo, quello centrale, è il monastero vero e proprio, mentre il terzo, che funge anch’esso da casa, è collegato agli altri attraverso una passerella in ferro, un ponte che collega due estremità della montagna, sospeso sul burrone.

Il monastero è una comunità siriaco-cattolica aperta a chiunque. Una Babele. L’inglese si confonde all’arabo, all’italiano, al francese, persino alla mimica e offre la possibilità di alloggiare, alla buona, con tanto di sacco a pelo, a tutti, sdebitandosi dell’ospitalità come si può, magari offrendo una mano in cucina.

Viaggiatori zaino in spalla, studiosi di religione, intellettuali, giovani desiderosi di scoprirsi e scoprire un mondo a loro sconosciuto, di pregare. Sono tutti a Mar Musa in una semplicità evangelica.

La chiesetta all’interno della struttura è una gemma. Piccola e riccamente affrescata con opere recuperate negli ultimi anni, di gran pregio, risalenti ai secoli XI, XII e XII. Si entra coprendosi le spalle, riponendo le scarpe all’ingresso e camminando sui tappeti che rivestono il pavimento.

Padre Paolo, negli anni Ottanta, scopre le rovine del monastero e, così decide di restarvi facendolo ristrutturare e riconsacrare affinché diventi, com’è oggi, il luogo del dialogo interreligioso.

Colpa un po’ dell’immaginario collettivo, in mezzo a tutti questi viaggiatori d’ogni parte del mondo, che fanno conoscenza, preparano il pranzo, lo condividono, sembra di trovarsi in una comune degli anni Sessanta. Ma tutto questo potrebbe finire e le porte del monastero chiudersi in faccia a padre Paolo.

 

 

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