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Ricordando Mario Caglieris ad un anno dalla sua morte

Nella notte tra il 24 e il 25 dicembre del 2010 moriva a Ivrea Mario Caglieris, classe 1927, presidente delle Spille d’Oro Olivetti, uno degli ultimi grandi protagonisti della storia aziendale dell’azienda eporediese.  Per ricordare Mario Caglieris QP pubblica un inedito racconto della sua vita meno conosciuta scritto da Francesco Rinaldi.

Il padre di Mario Caglieris (questo nato a Savigliano, Cuneo, nel 1927) era un piemontese socialista ed idealista. Elemento di spicco nel sindacato dei ferrovieri, venne licenziato dalle ferrovie dello stato dopo gli  scioperi del 1923, di cui era stato uno dei promotori. Da allora dovette poi vivere sempre con una valigetta pronta, perché fatto oggetto ripetutamente di “fermi precauzionali” da parte della polizia fascista, che lo aveva in attenzione particolare. La madre, una maestra di origine toscana, dolcissima, seppure salda e incrollabile, sostenne la famiglia unita anche nelle avversità, educando i figli all’amore per il padre, politicamente e socialmente così perseguitato.
 Mario fu indotto dalla madre ad occuparsi con attenzione e diligenza della quotidianità, mentre gli insegnamenti del padre gli ispiravano profondi sensi di giustizia e di libertà. Le scuole di Savigliano, cittadina di provincia in cui Mario visse gli anni della sua infanzia ed adolescenza, erano di ottimo livello e l’assenza delle distrazioni della grande città, insieme ad un’atmosfera lievemente giansenistica della società bene del borgo antico, determinarono il suo amore per il sapere, per l’Umanesimo ed anche per la Scienza. Poiché era dotato di una intelligenza viva e di una volontà determinata, i risultati scolastici furono subito – e poi sempre – di grande prestigio. Ma questi successi non lo portarono ad alienarsi la simpatia dei compagni più modesti, che mai irrideva e che spesso aiutava. I suoi veri amici, però, erano tra i migliori in ogni campo e da loro sapeva trarre per imitazione ed emulazione le migliori qualità. Venne socialmente “adottato” dalla madre di una compagna di classe: gli insegnamenti di quella colta ed aristocratica signora gli fornirono un bon ton ed una sicurezza comportamentale che gli riuscirono poi molto utili nella sua vita futura.
Fu così che, alla maturità liceale, conseguita a pieni voti, Mario si  trovava fornito di ottima cultura generale, di una buona presentabilità sociale, di un carattere sereno ed ottimista, nonostante una profonda conoscenza delle ingiustizie e delle tristezze della vita reale. Ammesso per concorso al Collegio Universitario di Torino frequentò il primo anno della Facoltà di Lettere Antiche col risultato di un paio di trenta. Ma, a questo punto, avvenne una svolta essenziale della sua vita: il preside del liceo, che molto lo aveva apprezzato durante il periodo scolastico, lo convocò per proporgli una lucrosa sistemazione lavorativa. Gli era stato richiesto da un suo conoscente, l’imprenditore Lora Totino, ricco magnate biellese, di trovargli un giovane colto e ben presentabile che potesse fungere da tutor a suo figlio, che fino a quel momento si era dimostrato del tutto refrattario all’educazione umanistica per lui prevista.
Mario accettò l’incarico ben retribuito che gli consentiva anche di proseguire, ospitato in agiate condizioni, il suo corso universitario. Dopo un mese, però, Mario dichiarò al suo munifico mecenate che la causa per cui era stato assunto era irrimediabilmente persa: non si trattava però di considerare il suo giovane discepolo come uno sprovveduto, privo di volontà e di interessi, soltanto perché questi ultimi non erano quelli paterni. Il giovane presentava invece un cervello vivace ed energico, rivolto ad altri temi, con i suoi programmi, non aprioristicamente errati. E Mario, il giovane amante delle lettere e spiantato, si permetteva di dare al potente boss un consiglio: anziché imporre al figlio un programma paterno provare a sentire dall’interessato quale sarebbe stato il suo programma di vita. Lora Totino capì ed approvò con entusiasmo l’idea ed anche il programma esplicitato dal figlio di emigrare in Sudafrica, per impiantarvi grandi allevamenti di ovini. Questi avrebbero poi prodotto la lana, materia prima dell’industria tessile, che era uno dei rami di cui si interessavano i Lora Totino. (E si può qui aggiungere che l’impresa ebbe esito positivo e che dopo qualche anno anche il padre finì poi in  Sudafrica).
Intanto però Mario era rimasto disoccupato, senza il suo discepolo, e si preparava a ritornare al collegio universitario dove l’avrebbero riammesso. Ma ora il Lora Totino, che l’aveva conosciuto ed apprezzato, decise di non perdere un così prezioso consigliere e gli offrì di entrare nel suo staff come suo segretario personale, con uno stipendio che il Mario avrebbe potuto raggiungere solo diventando cattedratico universitario. Esitò, perché significava, questa volta sì, abbandonare per sempre il mondo a cui aveva fino ad allora dedicato tutte le sue energie.
Il ricordo delle ristrettezze in cui era cresciuto ed il desiderio di poter ora metter su casa e sposarsi, aiutando anche i suoi vecchi, prevalsero ed accettò. Il fascino dell’imprenditore inventivo e capace fini per conquistarlo ed in breve Mario divenne l’ombra di Lora Totino.
 Quando però le condizioni politiche e finanziarie italiane indussero il suo capo a seguire il percorso del figlio in Sudafrica, Mario non si sentì di accompagnarlo. Ma prima di partire il vecchio industriale volle sistemare il suo collaboratore: come dono personale e prezioso lo affidò al suo grande amico Adriano Olivetti.
Adriano Olivetti era l’erede del padre  Camillo il quale, fin dall’inizio del ‘900 aveva creato un’industria produttrice di macchine da scrivere di prestigio internazionale: industriale lungimirante e tecnocrate accorto, era riuscito ad esportare in tutto il mondo il suo prodotto perfetto nel suo genere. Aveva raccolto intorno a sé uno staff dirigenziale ed un mondo operaio di altissimo livello; aveva esteso le proprietà della famiglia Olivetti in diverse associate acquisendo anche partecipazioni in altri campi industriali e minerari.
Quando il figlio Adriano giunse al vertice capì però che la vita della macchina da scrivere era giunta al termine. La “new age” non voleva più una macchina che, opportunamente usata, sapesse soltanto scrivere, ma richiedeva che sapesse anche far di conto, immagazzinare dati e ricordarli, disegnare e controllare, ma soprattutto che fosse in grado in futuro di connettersi con altre consorelle, sparse per tutto il mondo, globalizzando le relative informazioni. Era l’inizio dell’informatica. Per farne parte bisognava preparare un ambiente adatto, modificando sia gli stabilimenti che – soprattutto – le risorse umane. Solo un personale adeguato, in ambiente adatto, preparato e supportato anche finanziariamente, avrebbero potuto consentire la svolta.
Bisognava però che neppure un elemento della preziosa e grande  équipe Olivetti venisse perso. Bisognava che le condizioni di vita, sia sul lavoro che fuori, fossero le migliori possibili; bisognava che l’acculturamento della base proseguisse e che la dirigenza si aprisse a nuovi orizzonti, sia politici che finanziari.
Su queste direttrici si spiega l’attività riformistica di Adriano Olivetti, socialmente avanzata, la cura per l’incremento intellettuale della base, mediante scuole di perfezionamento interno, con scambi e stages internazionali per i livelli più elevati. E, soprattutto, il suo grande amore per Comunità, la grande rivista da lui creata, che per decenni rappresentò il polo intellettuale del riformismo socialista. Questo era il mondo di Adriano Olivetti, quando il suo amico Lora Totino gli presentò Mario Caglieris.
In considerazione delle sue credenziali letterarie subito fu portato alla redazione di Comunità. Osservando poi la sua capacità di valutare e trattare le persone, nonché di affrontare situazioni varie ed impreviste, Adriano O. si convinse che Mario avrebbe potuto svolgere un’importante azione anche nel trattamento del personale: in questa direzione Mario fu impareggiabile. Ed anche in suoi pareri finanziari, dapprima espressi molto discretamente, si dimostrarono poi sempre più motivati e confermati, svelando un altro aspetto della poliedrica personalità del Caglieris.
Adriano Olivetti lo capì e gli affidò gradualmente la funzione di rappresentante degli interessi della famiglia Olivetti nei CDA e nella presidenza di società consociate e di società partecipate.
L’improvvisa morte di Adriano O. pose Caglieris a confronto con i nuovi vertici. Mentre con Visentini la comprensione e la stima reciproca furono immediate e totali, ben diverso fu il rapporto con Debenedetti: nell’ultima riunione della direzione generale, cui Mario Caglieris partecipò come direttore del personale, egli presentò e diffuse fra i consiglieri un articolato documento in cui venivano esposte tutte motivazioni di disaccordo con la nuova proprietà per i suoi intendimenti ed etica assolutamente diversi rispetto alla linea della vecchia dirigenza.
Non poteva che conseguirne una immediata dissociazione e a questa Mario C. provvide dimettendosi seduta stante.
Mario C. rimase ad Ivrea nella villetta che si era fatta costruire sui bordi di un bosco a Banchette. Alla Olivetti si mantenne vicino attraverso l’associazione degli ex-dipendenti: questi lo elessero e rielessero presidente, convinti che nessuno come lui avesse compreso e condiviso gli ideali degli Olivetti, attuandoli, come e quando possibile, operativamente.

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