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E' In libreria per le Edizioni Galassia Arte “Un calcio alla storia, i calciatori e il Novecento”, di Roberto D’Ingiullo e Federico Floris Dalla prefazione di Darwin Pastorin: “Esistono. Per fortuna, esistono: giovani scrittori come Federico Floris e Roberto D’Ingiullo, con la loro voglia di raccontare il calcio partendo dalla memoria, da fuoriclasse celebrati, dall’eroe tragico, da quel gesto, da quel momento, dal lampo o dalla pioggia, dall’archetipo Vittorio Pozzo, dalla danza intorno alla bandierina del corner di Juary, sino ad arrivare ai giorni nostri, alla “generazione Balotelli”. Un’ipotetica squadra di calcio per raccontare frammenti di storia del Novecento. Il ritratto di undici calciatori e un allenatore per descrivere i regimi totalitari, le favelas brasiliane, i viaggi della speranza dei profughi africani, il Muro di Berlino, la caduta delle dittature comuniste, la criminalità colombiana. Una formazione composta da campioni, geni incompresi e artisti naif, dove un gesto tecnico diventa simbolicamente uno schiaffo politico, un atto di ribellione o una dichiarazione di resa a qualcosa di più grande o semplicemente di troppo brutto per poter essere sfidato. Noi che eroi non siamo, tendiamo a pensare che gli eroi abbiano le stesse sembianze di quelli che leggevamo sui libri di scuola. Giovani e belli, indistruttibili e alla perenne ricerca di nuove imprese epiche: invece, può bastare un dettaglio per tirarli giù dal cielo per i piedi e scoprirne un lato terribilmente umano, fragile come le ginocchia di un calciatore a fine carriera, malinconico come gli occhi di chi sente il fischio dell’arbitro al termine della sua ultima partita.  

E’ In libreria per le Edizioni Galassia Arte “Un calcio alla storia, i calciatori e il Novecento”, di Roberto D’Ingiullo e Federico Floris Dalla prefazione di Darwin Pastorin: “Esistono. Per fortuna, esistono: giovani scrittori come Federico Floris e Roberto D’Ingiullo, con la loro voglia di raccontare il calcio partendo dalla memoria, da fuoriclasse celebrati, dall’eroe tragico, da quel gesto, da quel momento, dal lampo o dalla pioggia, dall’archetipo Vittorio Pozzo, dalla danza intorno alla bandierina del corner di Juary, sino ad arrivare ai giorni nostri, alla “generazione Balotelli”.

Un’ipotetica squadra di calcio per raccontare frammenti di storia del Novecento. Il ritratto di undici calciatori e un allenatore per descrivere i regimi totalitari, le favelas brasiliane, i viaggi della speranza dei profughi africani, il Muro di Berlino, la caduta delle dittature comuniste, la criminalità colombiana. Una formazione composta da campioni, geni incompresi e artisti naif, dove un gesto tecnico diventa simbolicamente uno schiaffo politico, un atto di ribellione o una dichiarazione di resa a qualcosa di più grande o semplicemente di troppo brutto per poter essere sfidato. Noi che eroi non siamo, tendiamo a pensare che gli eroi abbiano le stesse sembianze di quelli che leggevamo sui libri di scuola. Giovani e belli, indistruttibili e alla perenne ricerca di nuove imprese epiche: invece, può bastare un dettaglio per tirarli giù dal cielo per i piedi e scoprirne un lato terribilmente umano, fragile come le ginocchia di un calciatore a fine carriera, malinconico come gli occhi di chi sente il fischio dell’arbitro al termine della sua ultima partita.

 

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