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Marco Stefano Tomatis ci ha inviato questo contributo sui nuovi criteri e standard per la valutazione della qualità degli atenei italiani.
Il 30 gennaio 2013 è stato firmato dal Ministro Profumo il decreto che ha introdotto nuovi criteri e linee guida di accreditamento e valutazione applicabili all’intero comparto universitario. La notizia potrebbe a prima vista sembrare buona, in quanto proprio questa norma ridefinisce, mediante particolari formule, il rapporto tra il numero di docenti in carica e la quantità di studenti ammissibili per ogni corso di laurea: da una prima stima sommaria, si è visto che per far fronte all’attuale carico di utenza, il personale docente dovrebbe subire un incremento del 15-20%. Questo fatto, tuttavia, porta ad alcune serie valutazioni sulle conseguenze del decreto in questione a carico del sistema universitario nel suo complesso. Stando alle stime relative alla quantità di studenti iscritti e al sempre maggiore taglio di fondi pubblici, è chiaro che per molti atenei non sarà di fatto possibile garantire il numero di docenti necessari per far fronte a questi nuovi obblighi di legge. Pertanto, molte Università potranno loro malgrado trovarsi costrette a ridurre, anche drasticamente, il numero dei loro iscritti, introducendo il numero chiuso anche laddove non risulti minimamente necessario. Considerando che a seguito dei tagli statali nell’ultimo decennio le Università si sono viste obbligate a recuperare i fondi necessari per la loro sopravvivenza dai loro stessi utenti mediante un incremento costante delle tasse d’iscrizione, ne deriva che una riduzione del parco studenti, come conseguenza del numero chiuso, porterebbe logicamente a una netta riduzione dei fondi a disposizione dell’ateneo. Quindi, per non essere costrette a chiudere, la stragrande maggioranza delle Università pubbliche italiane potrebbero essere costrette a imporre un ulteriore incremento esponenziale della tassazione per far fronte al mancato gettito proveniente dagli studenti non più ammissibili in virtù della normativa in vigore. Un quadro del genere, assolutamente a tinte fosche, induce ad alcune importanti considerazioni in merito al ruolo chiave della politica nei confronti dell’istruzione e della cultura, quella pubblica in particolare. Appare chiara, infatti, la necessità da parte delle Istituzioni di introdurre importanti e urgenti manovre che permettano alle Università una gestione dei finanziamenti pubblici tali da consentire nei prossimi anni la copertura di quei numerosi posti che verranno a trovarsi sguarniti a causa della concomitanza tra un previsto massiccio pensionamento dell’attuale corpo docente e un mancato ricambio generazionale prodotto dagli innumerevoli tagli di questi ultimi anni. Se così non fosse, la direzione intrapresa si orienterebbe inevitabilmente verso un netto ritorno al passato, nei tempi in cui solo quei pochi che avevano la possibilità di sostenere un ingente peso economico potevano avere accesso a un tipo di istruzione di livello superiore. Nel 2013 è possibile e legittimo che uno Stato parte integrante dell’Unione Europea consenta tutto ciò senza operare valutazioni serie sulla reale condizione dell’istruzione quale fonte di crescita economica e sociale?

Marco Stefano Tomatis ci ha inviato questo contributo sui nuovi criteri e standard per la valutazione della qualità degli atenei italiani.

Il 30 gennaio 2013 è stato firmato dal Ministro Profumo il decreto che ha introdotto nuovi criteri e linee guida di accreditamento e valutazione applicabili all’intero comparto universitario. La notizia potrebbe a prima vista sembrare buona, in quanto proprio questa norma ridefinisce, mediante particolari formule, il rapporto tra il numero di docenti in carica e la quantità di studenti ammissibili per ogni corso di laurea: da una prima stima sommaria, si è visto che per far fronte all’attuale carico di utenza, il personale docente dovrebbe subire un incremento del 15-20%. Questo fatto, tuttavia, porta ad alcune serie valutazioni sulle conseguenze del decreto in questione a carico del sistema universitario nel suo complesso.

Stando alle stime relative alla quantità di studenti iscritti e al sempre maggiore taglio di fondi pubblici, è chiaro che per molti atenei non sarà di fatto possibile garantire il numero di docenti necessari per far fronte a questi nuovi obblighi di legge. Pertanto, molte Università potranno loro malgrado trovarsi costrette a ridurre, anche drasticamente, il numero dei loro iscritti, introducendo il numero chiuso anche laddove non risulti minimamente necessario.

Considerando che a seguito dei tagli statali nell’ultimo decennio le Università si sono viste obbligate a recuperare i fondi necessari per la loro sopravvivenza dai loro stessi utenti mediante un incremento costante delle tasse d’iscrizione, ne deriva che una riduzione del parco studenti, come conseguenza del numero chiuso, porterebbe logicamente a una netta riduzione dei fondi a disposizione dell’ateneo. Quindi, per non essere costrette a chiudere, la stragrande maggioranza delle Università pubbliche italiane potrebbero essere costrette a imporre un ulteriore incremento esponenziale della tassazione per far fronte al mancato gettito proveniente dagli studenti non più ammissibili in virtù della normativa in vigore.

Un quadro del genere, assolutamente a tinte fosche, induce ad alcune importanti considerazioni in merito al ruolo chiave della politica nei confronti dell’istruzione e della cultura, quella pubblica in particolare. Appare chiara, infatti, la necessità da parte delle Istituzioni di introdurre importanti e urgenti manovre che permettano alle Università una gestione dei finanziamenti pubblici tali da consentire nei prossimi anni la copertura di quei numerosi posti che verranno a trovarsi sguarniti a causa della concomitanza tra un previsto massiccio pensionamento dell’attuale corpo docente e un mancato ricambio generazionale prodotto dagli innumerevoli tagli di questi ultimi anni.

Se così non fosse, la direzione intrapresa si orienterebbe inevitabilmente verso un netto ritorno al passato, nei tempi in cui solo quei pochi che avevano la possibilità di sostenere un ingente peso economico potevano avere accesso a un tipo di istruzione di livello superiore. Nel 2013 è possibile e legittimo che uno Stato parte integrante dell’Unione Europea consenta tutto ciò senza operare valutazioni serie sulla reale condizione dell’istruzione quale fonte di crescita economica e sociale?

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