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The Adventures of Alice

L’orologio batte i secondi, tic toc tic toc tic toc. Sullo schermo accanto c’è scritto che mancano dieci minuti all’inizio dello show. Davanti al sipario chiuso siamo in due, ci guardiamo intorno un po’ perplessi; poi viene l’addetto all’ingresso, ha indosso un cappotto lungo color verde acceso e un cilindro, ci timbra i biglietti.

Mi giro verso il sipario e vedo sbucare il viso di una ragazza con le orecchie da coniglio che vorrebbe interagire con noi. “Abbiamo ancora dieci minuti per ripensarci e andarcene”, mi dice la ragazza con cui sono andato al Guido Reni District per vedere The Adventures of Alice. Forse scherza, forse ha visto una strana preoccupazione crescere in me.
Arrivano altri visitatori, siamo una trentina suppergiù – tutti genitori con le loro figlie e una coppia di ragazzi – a entrare in un breve corridoio con teloni raffiguranti una libreria per pareti che dovrebbe simboleggiare la caduta di Alice nella tana del Bianconiglio. Arriviamo in una stanza con grandi schermi, qualche albero finto, divanetti neri e cuscinetti per sedersi a terra. Un allestimento molto scarno nonostante lo spazio sia molto ampio. La ragazza Bianconiglio ci dice di non avere paura e di sederci, forse anche il suo istinto animale ha fiutato la mia preoccupazione.

Al centro della sala, su due schermi posizionati come fossero pagine di un libro, appaiono le parole del primo capitolo di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll e, mentre sui vari schermi passano le immagini animate della bambina in un prato, la voce di Ennio Coltorti inizia la narrazione. Le scene si susseguono una dopo l’altra: la discesa di Alice nella tana alla ricerca del Bianconiglio, l’entrata nel paese delle meraviglie, il dialogo esistenziale con il Brucaliffo e quello con lo Stregatto che la conduce al tè con il Cappellaio matto. Le animazioni digitali – sviluppate con la tecnologia video Sensory4 e basate sulle illustrazioni originali – dopo un po’ risultano monotone, i personaggi sono poco espressivi e quando parlano le labbra si schiudono appena.

Pensavo di aver avuto un’idea carina portandola qui: Alice nel paese delle meraviglie è stata la sua prima cassetta, mi ha confessato, e ogni tanto usa citare frasi del cartone. Ma nonostante non mi degni neanche di uno sguardo perché ha il volto costantemente verso gli schermi, percepisco che non sta piacendo neanche a lei. Io un po’ guardo gli schermi, un po’ il suo profilo, ma non troppo. Mi concentro sulla sua mano destra, ha quattro anelli d’oro, sottili, dall’indice al mignolo: vorrei chiederle perché quattro, perché quel tipo di anello, visto soltanto alle mani di ragazze dell’Europa dell’est, ma poi penso potrebbe scambiare il mio vero interesse per un tentativo di riempire i vuoti e preferisco tacere.

Non sono l’unico ad aver perso interesse per lo show: le bambine corrono scalze tra i divani, giocano a prendere i cuscinetti da per terra e metterli uno sull’altro. Hanno intorno ai cinque anni, come possono stare sedute per oltre mezz’ora a guardare personaggi animati che non aprono neanche la bocca quando parlano? Insieme a loro c’è sempre la ragazza Bianconiglio, così i genitori possono tranquillamente controllare i loro smartphone. Solo una bambina rimane seduta al suo posto vicino ai genitori, non riesco a capire se lo sguardo assente è dettato dalla noia o se è completamente rapita dalle vicende di Alice.

Intanto arriviamo al processo al Fante di cuori, reo di aver rubato le torte della Regina. Chiamata a testimoniare, Alice, che nel frattempo è cresciuta di dimensione, alzandosi rovescia il banco degli imputati. La voce narrante dice che il Bianconiglio si mette gli occhiali ma la riproduzione animata non la segue, evidentemente riesce benissimo a leggere anche senza lenti. Finalmente Alice si sveglia con la testa tra le ginocchia della sorella e il racconto finisce.
Le ultime immagini ci ricordano che i curatori dell’allestimento, visibile fino al 19 marzo 2017, sono Grande Exhibitions e Ninetynine, infine veniamo a sapere che tra i patrocinanti di questa “esperienza immersiva” (per citare la descrizione fatta sul sito del Guido Reni District) ci sono il ministero dei Beni e delle Attività culturali e l’assessorato alla Crescita culturale del Comune di Roma.

Mi alzo e mi accorgo di aver perso la sensibilità alla gamba sinistra, da metà coscia in giù: scorretta posizione, cattiva circolazione, l’età, un’insieme di queste tre, mi dico. Prima dell’uscita c’è un’altra sala in cui di fronte a uno spazio adibito a bar c’è una specie di parco giochi per bambini con un’animatrice, più avanti sentiamo un uomo lamentarsi con il personale, non capisce come ciò a cui ha assistito insieme alle alla figlia possa essere costato 12 euro a biglietto (è gratis solo per i bambini sotto i tre anni).

Siamo all’aria aperta, torno a sentire la gamba e mi rincuora il pensiero di aver portato con me una tavoletta di cioccolato bianco. Mascherando la delusione lei come niente fosse mi chiede: “da che parte andiamo?”, malinconicamente afflitto dal risultato della mia idea rispondo: “ovunque, basta che andiamo via da qui”.

Giorgio Laurenti

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