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Diego Novelli su Nuova Società riflette sugli errori del passato e sulle speranze per il futuro della città Tre riflessioni rapide su cose lette su "La Stampa" di oggi. Il direttore Mario Calabresi intrattiene i suoi lettori su «decrescita» e «declino», rilevando che un suo commento sul calo dei consumi ed il conseguente danno subito dai commercianti erano da considerarsi fatti negativi. Più che evidente. La crisi pesante che stiamo vivendo è la causa principe di questo fenomeno. Non basta però invitare i cittadini a consumare di più per difendere meglio i posti di lavoro annessi all'attività commerciale, perché spendere di meno per la stragrande parte degli italiani non è purtroppo oggi «una scelta filosofica» come l'illustre collega considera; ma una costrizione. C'era già Berlusconi che filosofeggiava in questi termini. Abbiamo troppa stima per Calabresi per appaiarlo. Inoltre non va confusa la «decrescita» con il «declino». Anche in periodo di cosiddetto benessere (che non è dietro l'angolo) si dovrebbe pensare al futuro in termini di uso intelligente del modo di consumare in senso lato. Le Risorse sul pianeta Terra non sono illimitate, mentre il numero di chi ci vive nel volgere di pochi anni sarà più che raddoppiato. Mai come in queste circostanze l'economia dovrebbe camminare di pari passo con la cultura epistemologicamente come scienza del modo di vivere. Serge Latouche, illustre specialista dei rapporti economici e culturali, non è un visionario ed ha dimostrato in recenti suoi saggi «come sopravvivere allo sviluppo», con una «decrescita serena». Istruire al riguardo il grande pubblico di un grande quotidiano non guasterebbe alla salute. A meno di un anno dalle elezioni amministrative la stella di Sergio Chiamparino (definito a più riprese dalla Stampa «il sindaco più popolare d'Italia») pare si stia un po' appannando. Nel volgere di pochi giorni i lettori del giornale di via Marenco hanno scoperto improvvisamente che lo sviluppo urbanistico seguito negli ultimi dieci anni non è stato dei più felici, tanto che addirittura il collegio dei costruttori torinesi chiede di contenere al massimo la crescita di nuove abitazioni investendo invece nel risanamento e nel riuso dell'esistente. Quando da queste colonne di Nuovasocietà avevamo rilevato il dissennato boom di edilizia residenziale e criticato la "febbre da grattacielo", proprio dalle colonne della Stampa, i laudatori di una malintesa modernità chiampariniana ci avevano accusati di essere dei veteropassatisti.

Diego Novelli su Nuova Società riflette sugli errori del passato e sulle speranze per il futuro della città

Tre riflessioni rapide su cose lette su “La Stampa” di oggi. Il direttore Mario Calabresi intrattiene i suoi lettori su «decrescita» e «declino», rilevando che un suo commento sul calo dei consumi ed il conseguente danno subito dai commercianti erano da considerarsi fatti negativi. Più che evidente.
La crisi pesante che stiamo vivendo è la causa principe di questo fenomeno. Non basta però invitare i cittadini a consumare di più per difendere meglio i posti di lavoro annessi all’attività commerciale, perché spendere di meno per la stragrande parte degli italiani non è purtroppo oggi «una scelta filosofica» come l’illustre collega considera; ma una costrizione. C’era già Berlusconi che filosofeggiava in questi termini. Abbiamo troppa stima per Calabresi per appaiarlo.
Inoltre non va confusa la «decrescita» con il «declino». Anche in periodo di cosiddetto benessere (che non è dietro l’angolo) si dovrebbe pensare al futuro in termini di uso intelligente del modo di consumare in senso lato. Le Risorse sul pianeta Terra non sono illimitate, mentre il numero di chi ci vive nel volgere di pochi anni sarà più che raddoppiato. Mai come in queste circostanze l’economia dovrebbe camminare di pari passo con la cultura epistemologicamente come scienza del modo di vivere. Serge Latouche, illustre specialista dei rapporti economici e culturali, non è un visionario ed ha dimostrato in recenti suoi saggi «come sopravvivere allo sviluppo», con una «decrescita serena». Istruire al riguardo il grande pubblico di un grande quotidiano non guasterebbe alla salute.
A meno di un anno dalle elezioni amministrative la stella di Sergio Chiamparino (definito a più riprese dalla Stampa «il sindaco più popolare d’Italia») pare si stia un po’ appannando. Nel volgere di pochi giorni i lettori del giornale di via Marenco hanno scoperto improvvisamente che lo sviluppo urbanistico seguito negli ultimi dieci anni non è stato dei più felici, tanto che addirittura il collegio dei costruttori torinesi chiede di contenere al massimo la crescita di nuove abitazioni investendo invece nel risanamento e nel riuso dell’esistente.
Quando da queste colonne di Nuovasocietà avevamo rilevato il dissennato boom di edilizia residenziale e criticato la “febbre da grattacielo”, proprio dalle colonne della Stampa, i laudatori di una malintesa modernità chiampariniana ci avevano accusati di essere dei veteropassatisti.

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