New iPad non così nuovo
Sembra che l’unica vera sorpresa dell’iPad presentato mercoledì scorso da Apple stia nel nome. Si era sempre parlato di iPad 3, ma poco prima della conferenza veniva ventilato quello di iPad HD a causa della prevista maggiore risoluzione e densità dei pixel, invece ora sappiamo che si chiamerà “New iPad”, ma il nome sembra essere l’unica cosa veramente nuova di questo tablet.
Non che non ci siano novità, ma si tratta sostanzialmente di migliorie. La più importante di tutte è forse la meno citata: finalmente infatti la RAM di questo prodotto, iniziata con la quantità vergognosa di 256 MB per passare con la seconda versione ai 512 MB, finalmente arriva alla ragionevole dote di 1 GB, fatto che renderà definitivamente meno obsolescente il suo acquisto.
Anche la velocità del processore, passato dal dual core al quad-core, arriva all’onorevole soglia di 1 GHz, che lo rende del tutto prossimo alle caratteristiche dei più diffusi notebook. Ricordo a questo proposito che sia la RAM che la CPU offrono prestazioni superiori al corrispettivo dei computer tradizionali grazie ad una notevole economia offerta dal sistema operativo e dalla tipologia dei programmi (a specifiche parzialmente imposte dal produttore). Insomma, in un oggetto della massima maneggevolezza per dimensioni e peso avremo tutta la potenza dei computer migliori.
Le prestazioni della batteria e della memoria di massa rimangono le stesse come pure le porte, la struttura costruttiva e l’interfaccia. Già da mesi circolava la voce che le vere rivoluzioni ideative sarebbero giunte con il prossimo modello e c’era chi ipotizzava l’arrivo di un “iPad 4″ anticipato all’ultimo quarto dell’anno in corso. Chi lo sa…
Al contrario, le caratteristiche più enfatizzate sono quelle fotografiche, che sostanzialmente ereditano l’assetto dell’iPhone 4 (non del 4s), a partire dallo schermo retina che alla sua uscita risultava essere quello a maggiore densità, oggi superata da altri modelli rimasti tuttavia meno famosi. Retina offre una migliore nitidezza non solo nell’immagine fotografica, ma anche nello stesso testo, come si può vedere dall’immagine qui sotto.
L’altro elemento è la fotocamera: quella frontale rimane una banale VGA, mentre quella posteriore passa dall’essere una dozzinale cineseria ad una 5 mega pixel di buona qualità, anche se rimane discutibile l’adozione di un dispositivo così ingombrante per fare foto.
Infine è la connettività l’ultima miglioria, anche se per noi italiani arriva con tale anticipo da non poter essere apprezzata. I modelli in vendita negli Stati Uniti saranno dotati di Wi-Fi e, quelli predisposti a questo uso, di connettività 4G LTE – ma nel nostro paese resteranno dei 3G HSDPA, peraltro onorevoli. Al contrario il Bluetooth passa alla quarta generazione rendendo molto più funzionali i collegamenti con le periferiche consentite, dalle cuffie alle tastiere e i mouse, fino alle stampanti (anche se rimane da vedere quali saranno quelle a cui la casa di Cupertino consentirà di interagire).
Inalterate rimangono invece le dimensioni dello storage – 16,32 e 64 GB – e i prezzi (anche se quelli italiani non sono stati ufficialmente dichiarati e se questi possono patire l’incremento dell’IVA). Più difficile sarà piuttosto l’acquisto all’estero, perché si potrebbe portarsi a casa un New iPad 4G destinato per lungo tempo a non funzionare con le reti mobili nostrane non ancora 4G.
Alcuni si aspettavano anche una versione economica che potesse rivaleggiare con i prezzi del Kindle di Amazon che hanno segnato il record delle vendite natalizie. Hanno avuto ragione quelli che sanno che Apple non ha mai scelto la strada dei prodotti economici e Cupertino ha adottato lo stesso escamotage usato per gli iPhone, ovvero distribuire una macchina della generazione precedente con risorse ridotte al minimo ad un prezzo scontato di un centinaio di euro mal contati, ovvero un iPad 2 modello Wi-Fi (senza 3G) nella sola versione a 16 GB (quelle che in definitiva non sono quasi mai state vendute per l’estrema scarsità delle risorse) ad un valore di poco inferiore ai 300 euro.
Che cosa in definitiva conviene fare: comprare o aspettare?
Chi non ha fretta e probabilmente usa un numero ridotto di applicazioni non farà male a verificare se il prossimo modello sarà veramente una novità e non solo un miglioramento come questo. Per chi ha un iPad di prima generazione che sfrutta a fondo, ricorrendo magari a giochi ad alta risoluzione e ad applicazioni fotografiche (una delle poche vere novità del keynote è stata proprio la splendida app iPhone per iOS) e per chi è stanco dei continui crash che i limiti soprattutto di RAM, ma anche di CPU che gli iPad 1 comportano, beh potrebbe essere l’occasione per scegliere quello che probabilmente sarà l’evoluzione migliore di questa prima tipologia di iPad. Se invece si è di quelli che hanno un po’ di pazienza, potrebbe essere una buona idea aspettare qualche settimana o qualche mese per sostituire l’iPad 1 con un ancora ottimo iPad 2 di quelli che inevitabilmente, data l’enorme giacenza di magazzino, si troveranno in offerta per i buyer più rapidi.
Ovviamente, chi deve avere sempre l’ultimo modello e quelli che non hanno problemi economici nonostante la crisi non perderanno l’occasione per sostituire il loro iPad 2.
Tutti gli altri, i possessori di ancora buoni iPad 2 che non hanno la fregola del “New” o che non desiderano alla follia l’alta definizione e densità dello schermo, secondo me non avranno proprio nessuna ragione per passare a questo “New iPad”.
Dal canto mio, frustrato come sono di essermi ritrovato con un prodotto della prima ora non ancora giunto a meno di due anni dall’acquisto a dovere rinunciare a prestazioni ragionevoli per risparmi irragionevoli (leggessi RAM) nonostante l’esborso di cifre del tutto prossime a quelle di potenti notebook, penso che non mancherò di aspettare i nuovi tablet con Windows 8, l’unico originale vero concorrente di Apple dalla infelice prematura scomparsa di Palm, per giudicare con calma quello che mi converrà di più fare (specie se penso che il bellissimo Nokia 800 con Windows Mobile 7.5 lo si trova già, a pochi mesi dall’uscita, a meno di 400 euro).
Mercato
Pericolose escalation nei costi delle tecnologie
Leoni di montagna molto aggressivi
Apple ha annunciato l’aggiornamento del sistema operativo appena introdotto, il cosiddetto Lion, alla versione Mountain Lion.
Gli osservatori più attenti che hanno potuto mettere le mani sulle beta per sviluppatori hanno affermato che sarebbe sbagliato interpretare i cambiamenti introdotti come il trasferimento del sistema per Tablet-Smartphone iOS sul Desktop-Notebook. La direzione intrapresa è piuttosto quella di un’unificazione che vede al centro, non più il sistema operativo o i dispositivi, quanto il Cloud. Questo si trasforma dall’hard disk in stile Dropbox ad una vera e propria cabina di regia più o meno automatizzata che ci renderà al massimo interscambiabili gli oggetti da usare per lavorare, informarsi, leggere, fotografare, filmare, ascoltare musica, liberare la creatività artistica e professionale…
Invece di decantare le lodi delle nuove meraviglie che ci riserva il futuro, cari lettori dell’utilizzo amichevole delle tecnologie, il vostro cronista appare qui preoccupato, soprattutto per le nostre finanze.
Intanto bisogna dire che quando qualcuno s’incammina in percorsi così complessi il tragitto si presenta lungo e faticoso. Apple sta per aprire una seconda e costosa server farm in Oregon e ce la deve ben far pagare.
Che cosa dobbiamo aspettarci? C’era una volta un’azienda che aveva adottato i processori Motorola e per decenni potevi andare avanti con quelli sicuro di non dovere cambiare macchina per far funzionare i programmi come capitava nel mondo Intel. Poi questa società è passata ai più potenti PowerPC marchiati IBM e tutti hanno cambiato perché il futuro era lì. Il peggio è stato per chi ha aspettato l’ultimo momento con l’allora nuovo iMac G5 che il giorno dopo è diventato obsoleto, quando mr. Jobs ha annunciato che la roadmap di Intel era più affidabile di quella di IBM, mentre tranquillizzava i consumatori che comunque i PPC sarebbero stati sempre supportati. Tempo qualche mese/anno era chiaro che o Intel o niente. Non basta: i programmi sono diventati ancora più obsoleti e il sostituirli spesso più costoso dell’hardware. È infine arrivato Leopard e il mondo PowerPC residuo è stato definitivamente sepolto.
Poi è stata la volta di Lion e anche gli Intel della prima ora potevano dire addio agli aggiornamenti e assieme ad essi alla possibilità di accedere a iCloud; addirittura quelli che avevano i primi Core 2 Duo li vedevano sudare intere camice prima di terminare il processo di avvio e i limiti di aggiornamento di RAM li mandavano ancora più in crisi. Persino le macchine più recenti dotate di Core 2 Duo risultavano notevolmente penalizzate in partenza.
Un periodo di transizione
Quello che abbiamo capito di casa Apple lo sappiamo dai nuovi MacBook Air, che invece al momento sono le macchine che funzionano meglio con i nuovi OS: i dischi Solid State piuttosto che quelli ibridi stanno per diventare un must perché le funzioni del sistema operativo vanno tutte a farsi un pied à terre da quelle parti e il tentativo di sostituirli con l’aumento della RAM o del disco magnetico servirà a ben poco.
Il fatto è che le dimensioni di questi dischi al momento sono alquanto ridotte, mentre potete scommetterci che tempo un anno, complice l’abbassamento dei costi degli SSD lo standard salirà e i computer comprati oggi saranno di colpo vecchi.
Già oggi chi guarda a Mountain Lion deve frenare i bollori e controllare l’età del processore e soprattutto la potenza della scheda grafica: per farla breve macchine da 4 anni in poi faranno bene a rinunciarci subito (sui primi Core 2 Duo non girerà proprio), ma anche computer di 2-3 anni non saranno certo felici del cambiamento.
E non è finita qui: per potere scambiare dispositivi a piacimento, dal MacBook, all’iPhone, all’iPad, all’iTV bisogna averceli… e quanti hanno fatto conto di procurarseli per mettersi la coscienza a posto e dimenticarsene hanno presto compreso l’errore in cui sono incappati, in particolare i possessori degli iPad di prima generazione. Vorrei ricordare che, per quanto tavolette, abbiamo pagato questi oggetti al prezzo di un MacBook perché ce li hanno venduti come una tecnologia d’avanguardia. Tempo un anno o poco più abbiamo scoperto che il primo iPad è diventato obsoleto in un tempo finora inedito. Chi di voi ha comprato un computer a 800 euro per ritrovarselo semi-inutilizzabile l’anno dopo? Gli sviluppatori stanno creando applicazioni che fanno conto sulla RAM, sulla velocità del processore e soprattutto della scheda grafica del modello più recente. Il 7 marzo Apple presenterà il nuovo modello che si prevede possa contare su una batteria di doppia portata per supportare definizione e qualità grafica molto superiori e la fotocamera a 8M impegnerà a sua volta di più l’hardware… Nell’arco di 2 anni i primi iPad saranno da buttare, a meno di impedire gli aggiornamenti futuri di iOS con quanto ne consegue per le App. Ma occorrerà fare attenzione a comprare iPad 3, perché delle indiscrezioni ci dicono che la versione successiva potrebbe comportare una vera rivoluzione strutturale tale da rendere obsoleto il 3 anche prima dell’1… Regge più a lungo l’iPhone, perché la concorrenza è più spinta e il mercato più maturo, ma è possibile che il 5 segnerà una linea di demarcazione molto dolorosa per le tasche.
Il Cartello dei 3
C’è poco da scherzare!
È vero che finora abbiamo parlato solo del mondo della mela, ma le cose non sorridono neppure per pinguini e finestre!
Già con Windows Phone 7 abbiamo capito che Microsoft non intende più rivolgersi a un mercato aperto com’è stato da MS-DOS in avanti, che detta le specifiche ai costruttori e che queste specifiche tendono a cambiare rapidamente con l’evoluzione del software, ma con l’uscita di Windows 8 per Tablet e Desktop anche da Redmond si passerà ad imitare Cupertino e le macchine dureranno altrettanto poco, sempre inteso che si voglia rimanere sempre nella stessa “nuvola” o ecosistema come lo chiama qualcun altro. E che Linux sia un mondo in via di estinzione, o meglio di “androidizzazione” lo dimostrano le uscite di Ubuntu per Android. Il succedersi delle versioni dell’ambiente di Google sono sempre più frequenti e per di più poco affidabili, in quanto straordinariamente discontinue e sensibili di enormi differenze nelle personalizzazioni.
Se i tablet di Apple stanno durando poco, gli Android erano vecchi già prima di acquistarli e senza nessuna garanzia di supporto. I dispositivi Android sono garantiti solo per il sistema operativo che hanno su al momento dell’acquisto e ogni cambiamento finisce per scontrarsi con differenze di hardware insostenibili. In definitiva, l’aperto tende a costare nel tempo molto più del chiuso. E questo mentre stiamo aspettando che Google scenda in campo con le promesse nuove proposte di Cloud a sorpresa…
In definitiva, Apple sta insegnando come usare il Cloud per subordinare ad esso tutto l’apparato informatico. È quello che Jobs nel 2000 aveva chiamato Digital Hub, ovvero un centro gravitazionale che fa orbitare attorno a sé tutti gli apparati elettronici di una famiglia o di un’azienda. È quello che ha da sempre fatto Microsoft per le aziende con una sfida di governance molto più pervasiva. Per fare un esempio della “rivoluzione copernicana” del ribaltamento di mercato e di uso che questo comporta è un po’ come quello che è successo quando i produttori di stampanti hanno stracciato il prezzo delle macchine per alzare quello delle cartucce e rendere più frequenti le sostituzioni, al punto che alle aziende viene a convenire più un servizio di leasing dell’insieme di prodotti, consumabili e assistenza che non l’acquisto di queste cose separatamente. Come ci si abbona alla stampa, domani ci si abbonerà al Cloud, dispositivi inclusi, della famiglia scelta (Apple, Microsoft o Google), ma intanto oggi che questa transizione è ancora a metà del guado quello che ci spetta è un bagno di sangue.
Il cartello dei 3 di cui sopra è ormai delineato, ma la spartizione non ancora decisa e stabilita. E fino ad allora, a comprare non si può che sbagliare sempre.
Per il momento noi piccoli consumatori faremo attenzione a tuffarci nel Cloud, di qualsiasi lobby esso sia, e soprattutto ci guarderemo dalle promesse di luminosi upgrade. Rimarremo fermi con quello che abbiamo almeno fino a quando saremo sicuri di avere a che fare con uno scenario di riferimento più stabile.
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2012: Piccolo e Sostenibile è Bello
Quello che si è aperto sarà l’anno delle nuove interfacce utente e soprattutto quello degli Ultrabook.
Quando Apple mise in commercio il progenitore della categoria, il MacBook Air non riscosse subito un grande entusiasmo, in quanto il mercato si aspettava la risposta di Jobs all’allora nuovo settore dei cosiddetti netbook che invece egli considerava della “spazzatura tecnologica”. Il tempo gli dovette dare ragione, visto che i bancali dei supermercati straripano di queste piccole lumache invendute nonostante siano proposte al prezzo delle patate.
Il primo Air era però bruttino: restituiva un senso di precarietà, di computer-lattina; le porte erano troppo poche rispetto alla diffusione delle tecnologie di quegli anni e soprattutto costava un’esagerazione, complice la tecnologia SSD, i dischi fatti di memorie flash di grande capienza che a quei tempi erano ancora troppo cari.
Poi fu la rivoluzione del Post-PC, l’iPad con il quale si scoprì la comodità di avere un computer da divano per svolgere la maggior parte delle attività per cui viene utilizzato in casa o quando si è in giro: leggere, navigare, scambiare posta e partecipare ai Social Network. Questo lo si poteva fare anche con gli smartphone ma la cosa era ancora complicata e gli spazi troppo angusti. iPad era perfetto per tutto ciò.
Non mancava certo chi svolgeva con il tablet anche attività professionali e oggi sono sempre di più le aziende che offrono a professional e manager gli economici iPad.
Ciononostante sondaggi e statistiche dimostrano che per attività corpose, stile office, per intenderci, le persone preferiscono ancora l’utilizzo della tastiera. Ciononostante sembra impossibile un ritorno al PC: non solo ai desktop, ma persino ai notebook. In primo luogo il peso non viene apprezzato, poi l’estetica, la durata delle batterie e l’interazione con la macchina.
iPad ha posto dei paletti sull’uso del computer a cui le persone non intendono rinunciare.
- Intanto le App che hanno fatto il successo del prodotto più di quanto i giornalisti non sottolineino: sono prodotti smart, finalizzati all’uso e perfezionati solo per quello. Diversamente dal PC dove un’applicazione è costosa, molto ricca, in grado di compiere operazioni a cui sarebbero deputati molti altri programmi, queste sono molto economiche, estremamente settorializzate (un’App fa solo quello che l’utilizzatore desidera di più compiere), si integrano l’una con l’altra ma tendono a non esagerare in funzioni aggiuntive e in questo modo non richiedono manuali, né studio della logistica e sono spesso belle e divertenti.
- Poi c’è l’interfaccia a gesture, grazie alla quale l’oggetto diventa definitivamente maneggevole, nel senso che è a portata di mano senza l’intermediazione di combinazioni di tasti funzione o di clic di mouse. Ma quello che più entusiasma sono le due caratteristiche che seguono:
- Il fatto di essere “allways on”: veramente basta toccare un tasto per ritornare a quello che si aveva aperto un attimo prima e passare da un’applicazione all’altra senza dover salvare e senza spreco di risorse.
- La durata delle batterie che, rispetto al paio d’ore scarso medio di un netbook che abbia anche solo pochi mesi di uso intensivo, un iPad, anche dopo anni di lavoro continua a reggere una giornata piena di attività senza dover fare alcuna ricarica e quindi lasciando l’alimentatore e tutta l’altra cavetteria definitivamente a casa.

Nel frattempo Apple è uscita sul mercato con due nuovi modelli di Air e questa volta erano veramente belli, oltre che leggerissimi; da iPad avevano ereditato di essere pronti a partire immediatamente all’apertura dello schermo e di non consumare nulla in stato di stand-by; le batterie erano molto più robuste e grazie al basso consumo la ricarica durava molto di più, pur essendo ancora molto lontana dalle performance dell’iPad, anche perché sono dotati di processori tradizionali dell’Intel. Infine l’introduzione di Mac OS X 10.7, il cosiddetto “Lion” che avrebbe dovuto avvicinare l’interfaccia a quella dell’iPad – cosa che in buona sostanza si è verificata molto, molto poco. Oltre a questo, i prezzi si sono quasi dimezzati rispetto ai primi modelli e, accanto al display 13”, ne è stato introdotto uno a 11” che lo avvicina alla portabilità dei netbook, ma con tutto un altro layout e potenza.
Che cosa è trapelato della direzione che intenderebbe perseguire Apple per i suoi Air? Intanto quella di potenziare le batterie con il ricorso ad elementi più capienti, ma soprattutto più piccoli, in modo di riuscire a sistemarne in numero maggiore. Poi la possibile adozione degli stessi processori ARM prodotti dalla stessa Apple e adottati per tutti i loro dispositivi touch screen.
Di fronte ad un rischio simile Intel non poteva stare a guardare e così ha indetto una “gara” a chi riusciva a produrre dei notebook aventi le caratteristiche da essa indicate che, guarda caso, erano le stesse dei nuovi Air. Non si ebbero troppi esempi e pochi che potessero competere, ma quelli più riusciti, come l’Asus ZenBook che vedete qui sotto avevano prezzi simili, se non addirittura superiori a quelli dei progenitori, senza vantare le stesse attrattive.

Quello che è accaduto nel frattempo lo si deve, guarda caso, ad una software house, ovvero a Microsoft.

La casa di Ballmer ha dato in mano ai produttori il prototipo del sistema operativo che doveva competere con iOS di Apple per i dispositivi tablet. Si tratta in fondo della versione perfezionata di Windows Phone 7 che tanto interesse sta attirando, per ora più da geek e critica che dai consumer, e che sicuramente segna una svolta della casa di Redmond nella direzione post-PC tracciata da Jobs, rispetto alla quale il mondo Windows inizialmente recalcitrante, ora pare stare investendo tutto e non manca di dare segnali alle aziende clienti di prepararsi a convertire il loro parco macchine in questa direzione.
Lo stesso hanno di certo fatto i produttori che alla recente fiera del CES hanno mostrato come tutto il loro interesse, oltre al consolidato settore smartphone, andasse quasi esclusivamente al mondo dei tablet e ancor più a quello degli UltraBook entrambi pronti a cavalcare l’uscita di Windows8, a proposito del quale si promettono cose sempre più favolose, come l’integrazione di un chiosco dall’interfaccia ripresa da Microsoft Kinect, quella adottata negli xBox, in grado di operare rilevando i movimenti spaziali senza alcun contatto con i dispositivi.
Di esemplari dalle grandi aspettative non se ne sono visti molti. Quelli più interessanti integrano batterie di lunga durata e schermi touch screen accanto a delle ottime tastiere con pesi straordinariamente ridotti. È il caso del futuro Transformer di Asus (quello Android che è circolato in passato non è stato certo un fulgido esempio), che consente di avere due prodotti in uno: quando si stacca la tastiera-docking-station (che vedete qua sotto) si ha un tablet Windows8 e quando la si ricongiunge, un ultrabook di ottima qualità ad un peso record ed un costo molto ragionevole. L’idea più furba è stata tuttavia quella di combinare l’indispensabile batteria del tablet con quella della tastiera, arrivando a toccare il record di 18 ore di funzionamento!

Accanto alla taiwanese Asus, i prodotti di maggior prestigio sono certamente quelli della Cinese Lenovo che eredita il look e il marchio ThinkPad dei notebook IBM a suo tempo acquistati. La risposta al Transformer di Asus è il “reversible” Yoga che ricorda molto vecchie soluzioni dei primi tablet Windows di 10 anni fa, non fosse che rovesciato questo modello pesa poco più di un iPad (un terzo dei vecchi tabet) e che usato come notebook ha tutta la qualità delle tastiere ThinkPad ed una durata di batteria promessa approssimativamente di una giornata di lavoro.

ThinkPad T430 U

Più tradizionale e sicuramente ben fatto è il ThinkPad T430 U che si confronta con le indiscrezioni sui futuri MacBook di Apple, destinati a dare più prestazioni di quelli attuali, ma con peso e durata di batteria parametrabili ai modelli Air. Questo Lenovo promette qualcosa di simile anche se per il versante Windows.

Sempre fra i ThinkPad apparentemente tradizionali, la società cinese scende in campo con questa che probabilmente è la sua soluzione più originale. Si tratta del ThinkPad-XI-Hybrid che offre una soluzione di riduzione dei consumi basata, non sulla scomposizione dell’hardware, quanto sulla scelta del sistema operativo. La sua natura “ibrida” sta nel fatto di potere scegliere in fase di avvio se partire con un OS “lavorativo” tradizionale (per intenderci il “classico” Windows) o uno tablet-oriented (per ora un Android touch screen rimaneggiato, ma in futuro potrebbe essere anche un Windows8) con risposte di consumo e di ambiente di lavoro (Programmi vs. Apps) del tutto differenti.
Una considerazione finale è rivolta ai display adottati. Se in ambiente notebook si è assistito ad una moda che tendeva a dispositivi con display sempre più grandi (17” e oltre), adesso sembra che la dimensione dello schermo sia la vera e propria barriera che separerà i notebook dagli ultrabook. I consumatori che hanno bisogno di uno schermo di grandi dimensioni perché, ad esempio, lavorano con le immagini o la multimedialità in genere tenderanno ad adottare laptop di dimensioni sempre maggiori che finiranno per cannibalizzare definitivamente il comparto dei desktop offrendo prodotti leggeri, potenti, probabilmente implementabili a dei prezzi più contenuti di quelli attuali (mentre tenderanno a scomparire i laptop plasticosi da bancale dell’ipermercato). Al contrario, il mondo dei professional mobili e dei consumer intermedi (il 90% del mercato) finirà per adottare macchine leggere (i notebook diventeranno gradualmente tutti ultrabook) a 13”. Scompariranno gradualmente i 14” e i 15”, mentre 10” e 11” saranno riservati ai tablet puri o ibridi.
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Andate e pubblicatene tutti
Questa volta Apple potrebbe proprio avere assestato un nuovo colpo grosso al comparto di mercato più succulento della cultura: la formazione e la didattica e quel che è per noi più interessante è che potremmo anche non esserne tagliati fuori. Anzi, tutto declinerebbe per farci credere che la lobby editoriale italiota, se non arriva un altro golpe Levi bipartisan, con i tentativi di trovare mammasantissima alla amatriciana come Telecom e f.lli ha preso una buca dolorosissima.
Già Amazon con Kindle ha dimostrato quanto poco ci voglia a far pubblicare libri a orde di autori più o meno interessanti, solo rendendosi disponibile per accettare le creazioni e metterle in catalogo.
Ora Apple fornisce loro, oltre tutto questo, un ambiente, un ecosistema cloud e soprattutto un programma iBook Author gratuito per risvegliare il loro appetito e la voglia di tirarsi su le maniche. Ora non c’è più bisogno, che Zanichelli, La Nuova Italia, Lemonnier e compagnia cantante, con una mancia a qualche ghost writer storcano il naso e rifiutino gli accordi con il gigante dell’MP3 e delle App: ora il professor Rossi può preparare il suo libro anche usando i copia e incolla parziali di brani di altri autori e prendere la lauta percentuale offerta dalla compagnia californiana che parla di prezzi inferiori ai 15 dollari (poco più che 10 euro) contro le vagonate di cartamoneta che ci dissanguano ad ogni ritorno dalle ferie.
Guardate un po’ qui quanto è facile scrivere un libro con il nuovo programma per di più gratuito di Apple e capirete perché chiunque abbia qualcosa da dire oggi non ha più scuse per lasciarlo ai posteri. E pensate alle aziende e ai manuali di istruzioni oggi “ancora in PDF” (Adobe si gratta la capoccia preoccupata più di tutti gli altri messi insieme), ai consulenti, ai corsi di formazione… a tutto quello che fa cultura e comunicazione d’impresa, in definitiva.
E poi c’è una nuova App per iPad in grado di farci consumare corsi universitari, anche molti di quelli gratuiti. Le spocchiose università italiane che hanno fatto accordi con altri magliari della lobby per poi non concludere niente potrebbero dovere fare i conti con un e-learning oltreoceanico che al prezzo di un apprendimento linguistico oggi inevitabile renderebbero desueta l’offerta ballanzona.
E se è vero che Apple ha già stretto accordi con editori del calibro di Pearson, McGraw Hill e Houghton Mifflin Harcourt da soli in grado di soddisfare il 90 percento della richiesta didattica statunitense qui le cose, in tempi di sdegno diffuso, potrebbero farsi più radicali. Si potrebbe fra non molto, ad esempio, esigere, in qualità di clienti di avere i testi a disposizione sul server della scuola per i nostri alunni tavolettizzati e che i docenti mettano insieme il loro libro di testo, normale integrazione dell’insegnamento d’aula troppo spesso evitato per delegarlo al libro di qualcun altro.
Si tratta quasi sicuramente del primo dei tesoretti lasciati in eredità dal grande genio irriverente di Jobs, ma anche senza il generale, i sottotenenti hanno dimostrato di sapere cavalcare il suo insegnamento e, senza il genio della comunicazione a lasciare parlare i propri prodotti non hanno fatto meno scalpore.
Come previsto la nuova versione di iBook integra la multimedialità alla perfezione e con l’HTML5 diventa autonoma, leggera e alla portata di tutti gli sviluppatori di plug-in e ipertesti evoluti. Il podcast entra dentro il libro con iTunes U e ora ci sarà solo più da domandarsi chi cavalcherà per primo la nuova onda.
E tutto gratis… a patto, ovviamente, di possedere un Mac e possibilmente un iPad, ovviamente…
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Apple e i libri di testo
Fra meno di un’ora Apple svelerà i suoi nuovi progetti in ambito educational. Poca attenzione è stata data sul web e sulla carta a questo evento che, invece dei soliti centri per convegni, si svolgerà al Guggenheim Museum di New York, come per indicare il preciso significato culturale degli annunci che seguiranno. La ragione di questa disattenzione sta nel fatto che la gente da Apple si attende nuovi iPhone o iPad o piuttosto Mac, ma non noiosi libri di testo, come invece sembra si tratti.
Il mercato dell’editoria scolastica dà da mangiare a molte ditte svuotando le già povere tasche delle famiglie ogni anno di cifre cospicue, essenzialmente grazie a riedizioni irrisorie ad acquisto forzato.
Il settore degli e-Book scolastici in USA ha già un player di tutto rispetto in Amazon e la concorrenza di Apple non può che fargli bene. Da un lato perché può abbassare i prezzi e se i libri di testo fossero alla stregua delle App beneficierebbero di aggiornamenti più frequenti e nuove edizioni comprese nell’acquisto.
Dall’altro, l’indiscrezione che oggi potrebbe essere presentata una versione del noto programma di composizione musicale di Apple GarageBand tutta dentro un e-Book ci fa pensare che un grande spazio venga dedicato alla release 3 del formato ePub, con l’integrazione del codice HTML5 con tutto il suo portato multimediale che potrebbe soddisfare le aspettative di Al Gore che in questo filmato mostra quale dovrebbe essere il modo di fare cultura.
Nel frattempo Wired riesuma un’intervista in cui Steve Jobs fa presente che quello che non va nell’educazione (dovuto soprattutto all’ipetrofia burocratica) non può essere riparato dalle tecnologie.
E pensare che Jobs guarda allo scenario statunitense, dove i Brunetta con i giocattoli-netboocaioli per scolari che a casa hanno tecnologie infinitamente più avanzate e le faraonicamente inutili lavagne elettroniche piazzate qua e là fanno finta di fare innovazione in realtà che ancora ignorano l’esistenza di server e wifi.
La questione nodale sta nelle liberalizzazioni, da un lato, e nelle lobbies che le impediscono, dall’altro.
Quelle scolastiche sono fra le lobbies più potenti per estensione e l’indotto editoriale dove la mano destra lava la sinistra e tutte e due eccetera, eccetera è fra le più intoccabili.
E pensare che l’autopubblicazione iniziata da Lulu, poi dal gruppo L’Espresso, da Amazon e ora anche da Feltrinelli potrebbe consentire delle vere innovazioni negli indirizzi di studio. Ma ci penserà un’altra legge Levi bi-partisan a bloccare anche questa possibilità di liberalizzazione.
Per i giovani ormai spendere soldi in consolle e videogiochi non è più un tabù nella maggior parte degli strati di popolazione: figuriamoci avere un tablet che si trova a partire dal “cento euro”.
È vero che a rinforzare il problema la lobby degli insegnanti frena per il timore di essere costretta ad apprendere qualcosa di nuovo e di andare al passo con i tempi invece di vivere di rendita per quegli studi obsoleti condotti una quarantina d’anni prima della meritata pensione.
Il fatto è che se anche dovesse prendere piede l’affermazione dei libri di testo, ci sarebbe subito la coda dei marpioni della spaghetti-innovazione a trasformare l’olio d’oliva in rifiuto tossico.
Proprio ora che chiudo il pezzo la conferenza va ad iniziare. Seguiamola meravigliati e delusi, tanto da noi quel che propongono arriverà magari per i nostri nipoti e chissà come…
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Il declino degli SMS

Se pensate, non solo agli importi che viaggiano per finire nelle tasche degli operatori grazie a questo che è il mezzo di comunicazione prediletto da giovani e innamorati (ma mica solo loro!), ma soprattutto alle campagne di fidelizzazione che soprattutto alcuni di questi mettono in atto per far leva sui messaggi di modo che tutti i ragazzi, e per conseguenza le loro famiglie, passino alla loro marca con una specie di monopolio, vi rendeterete conto di che danno costituisca la perdita di potere degli SMS e quale vantaggio abbiano ad esempio i genitori a comprare uno smartphone sia pure economico ai loro figli. (continua…)
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Dietro le compere di Google
La notizia che Google avesse messo gli occhi su Motorola è addirittura precedente lo spinoff dei cellulari con l’insegna Motorola Mobility e poi ufficializzata questo ferragosto con l’acquisto per 12,5 miliardi di dollari.
Il colpo fa scalpore sia per la cifra che per l’impatto storico sulla storia dell’industria.
Sono trascorsi poco più di 20 anni da quando Microsoft fece scalpore per avere reso indipendente la parte “intelligente”, il software, da quella fisica del computer all’epoca incarnata in IBM.
Apple pure, che aveva perseguito la strada del “tutto compreso”, di fatto si è sempre fatta forte più del suo sistema operativo che delle macchine (anche se ultimamente, soprattutto con Ive, lo styling ha giocato una parte determinante) dove per decenni ha utilizzato processori proprio della Motorola.
Oggi, dopo che da molto le software house e le web house, naturale derivato delle prime hanno superato le hardware house per capitale e potere, stiamo arrivando alla svolta quando è proprio il figlio minore dell’informatica, quello che negli anni ’90 giornalisti e analisti condannavano alla gogna, a comprare la famiglia elettronica nel cui grembo era cresciuto.
Oggi, mentre tutti guardano all’operazione di Google come un’azione diretta a competere con Apple, ci si dimentica che l’approccio è molto diverso. L’attacco ad iPhone è sì iniziato con l’Android di Google che nelle intenzioni doveva essere aperto proprio come MS-DOS e Windows, ma che poi è diventato gradualmente costoso e che ha portato i suoi inventori a spingersi sempre più verso la produzione in casa. Incominciano a preoccuparsi i produttori di hardware per Android perché Google ora dovrà rientrare della spesa e avvantaggiarsi nel mercato Android dove gli altri diventano automaticamente concorrenti diretti.
Proprio Microsoft, molto più di Apple che ormai ha consolidato la propria posizione facendo tutto da sé, è il vero obiettivo sul mirino di Google. La Microsoft cui pochi fanno attenzione nella manovra iniziata con Windows Mobile 7 e proseguita con il futuro Windows 8, sta muovendo una molto efficace azione di competizione ad Apple. Forte del solo lato software (diversamente da Apple) si è di fatto già accaparrata il leviatano di Helsinki, costringendo Nokia a rinunciare allo sviluppo del suo sistema per smartphone per passare in breve ad adottare il proprio Windows Phone.
Molto bello, quest’ultimo, ha finora trovato più riscontro fra critici e giornalisti che fra produttori e negozianti. Di fatto Microsoft non ha ancora lanciato l’affondo, ma non tarderà a farlo. Troppi pochi produttori montano ancora il suo sistema e sembra che a Redmond non abbiano fretta a che questo accada.
Nel frattempo Nokia subisce sempre più gli effetti di una crisi soprattutto interna simile a quella che ha condotto Motorola allo spinoff del mobile: l’estrema burocratizzazione organizzativa.
Non è impossibile che Google abbia temuto che Microsoft volesse presto o tardi accaparrarsi del tutto Nokia e abbia voluto precederla con l’operazione-Motorola. Certo è che se Microsoft avesse avuto questa intenzione, adesso per loro diventa quasi un obbligo. E sarà questa la direzione verso cui dobbiamo guardare per aspettarsi le sorprese maggiori del 2012, con Apple che, pur avendo già qualche anno di invecchiamento sulle spalle, rimane il driver del mercato, e una Microsoft proprio in questo settore stupefacentemente ringiovanita lanciare l’attacco facendo breccia soprattutto nella popolazione giovanile e tredy.
Se così fosse il mercato della telefonia verrebbe ad avere tre giganti dell’intelligenza con brand, macchine e soprattutto clientela consolidate che diventano gli unici player del mercato a fronte di un nugolo di costruttori (soprattutto orientali – l’osservazione in questo periodo di crisi lascia intendere manovre politico economiche occidentali neppure troppo nascoste) destinati alla marginalità o al ritorno alla componentistica dati i risicati margini che avanzerebbero dai grandi player.
Apple+iOS, Nokia+MS Mobile (& 8 Tablet), Google+Android (mobile & tablet) fanno asso piglia tutto e gli scaffali dei negozi avranno molta meno varietà di oggi (d’altronde è già parzialmente così oggi: c’è l’iPhone… e poi il resto).
“Just another service provided by your friendly neighborhood UserFriendly!”
Personal Coaching
Il Windows che verrà

A fronte di un’eccitazione diffusa per quello che ci ha fatto vedere con la nuova interfaccia per Windows 8, Microsoft ha gettato nello sconcerto, nella rabbia furiosa e talora nella disperazione intere orde di sviluppatori certificati che per arrivare dove sono arrivati hanno speso fior di quattrini e anni e anni di gavetta quando ha fatto loro sapere che tutto quello che hanno imparato e comprato potranno buttarlo nel… cestino.
Windows 8, infatti avra delle librerie (chiamiamole pure API) tutte nuove e userà dei linguaggi meno potenti ma piu universali (sulla falsa riga del WebOS di Palm) come JavaScript e soprattutto HTML5.

Quest’ultimo è diventato famoso soprattutto da che Jobs lo ha indicato come il successore di quel Flash di Adobe che Apple ha sbattuto fuori dalla porta dei suoi iPhone e soprattutto iPad. Si tratta di un linguaggio per gestire i contenuti multimediali nei siti, ma nessuno vieta di usarlo come linguaggio di programmazione e Microsoft in Win8 lo ha scelto per la gestione dell’interfaccia così innovativo.
Quello a cui un tale cambiamento ci deve fare riflettere non è tanto quello che dovranno fare gli sviluppatori per programmare su Win8, ma piuttosto se Win8 sarà veramente il successore di Seven.
Guide, Personal Coaching
Il Nuovo Mondo di Jobs
Un’ulteriore keynote si è conclusa in casa Apple e ancora una volta si sono avute conferme di molte delle informazioni che giravano per i corridoi, assieme a non poche sorprese soprattutto sui dettagli, ma se dovessimo sintetizzare la lunga kermesse (quasi due ore fruibili on line dal sito Apple), potremmo dire che è stata condotta all’insegna del gratuito (o dello scontato), dell’assistito e del senza fili.
Anche se Lion non uscirà il 24 giugno come sembrava, ma solo nel prossimo luglio, il suo prezzo si è confermato altamente competitivo: dai 129$ di Leopard si passa a 29,99$, forse con il cambio europeo, anche grazie al fatto che verrà distribuito esclusivamente tramite Mac App Store (non si sa ancora come potrà procurarselo chi non dispone di Snow Leopard). Sicuramente ad incidere sui costi c’è il risparmio sulla catena distributiva e sui supporti, ma certo si tratta soprattutto di un’importante operazione di marketing. Indubbiamente c’è oggi molta meno attrattiva per i clienti a spingerli a cambiare sistema operativo, visto che quelli attuali sono spesso superiori alle aspettative di gran parte degli utilizzatori, ma con Lion cambiano notevolmente le condizioni di utilizzo. Al di lå di tutte le caratteristiche presentate nell’articolo di ieri, quello che è implicito anche se poco evidenziato è la chiusura estrema del sistema se paragonato con quelli disponibili. È tramite iCloud che viene installato, aggiornato e rifornito facendo sempre meno ricorso all’intervento soggettivo e ai dispositivi esterni.
Apple diventa una galassia e nello stesso tempo una monade. Non che esistano preclusioni all’ingresso e all’uscita di applicazioni e documenti, ma solo possibili solo al prezzo della rinuncia alla grande assistenza fornita dal sistema Apple.
“It Just Works” ripeteva a più riprese Jobs: tutto automaticamente, senza che l’utilizzatore debba fare niente e spesso senza che neppure se ne accorga.
(continua…)
Gadget, Personal Coaching
Stupefacente Windows 8!!!

Microsoft ha svelato al mondo quale aspetto dovrebbe avere la nuova versione di Windows che, Maya permettendo, dovrebbe uscire nel tardo 2012 ed il vostro UserFriendly reporter non poteva trascurare il fatto.
Essendo abituati a vederci riciclare da 15 anni sempre la stessa interfaccia, con la solita barra, il file di registro e la scrivania affollata, ci veniva difficile immaginare che dal cappello a cilindro di Redmond potesse uscire qualcosa di diverso. Siamo invece qui a ricrederci per la seconda volta.

La prima era stata in occasione dell’uscita di Windows Phone 7: con tutti i limiti dovuti ai difetti di gioventù, la nuova interfaccia per smartphone mi aveva entusiasmato per la freschezza, il look immediato e giovane, la funzionalità e l’innovazione che lasciava improvvisamente fermo ai box il look ‘n feel di Apple. iOS diventava di colpo vecchio! Poi ci pensi un attimo e ti dici: intanto bisognerebbe provarlo per bene e poi effettivamente il sistema di iPhone è consolidato e ha avuto bisogno di ben 3 edizioni prima di diventare soddisfacente, e tutte queste cose le paghi anche solo con il tempo che gli altri possono sfruttare per far uscire novità che quando saranno consolidate diventeranno già più vecchie.

D’altro canto Microsoft ha sempre vissuto di rendita su Apple: dapprima con MacOS e poi, via via, anche con i touch screen. L’unica parziale eccezione è quella poco conosciuta che all’inizio dello scorso decennio si chiamava Windows CE. Rispetto al blasonato sistema operativo delle workstation, CE aveva uno dei pochi motori veramente solidi, snelli e versatili. Lo stesso che arriva debitamente modificato attraverso generazioni di palmari e telefoni fino al WP7 di oggi. Fino a ieri subiva tuttavia il pesantissimo handicap di un’interfaccia utente clonata da quella orrenda dei desktop che, se già su quelli era brutta, diventava il principale nemico che potesse avere un sistema operativo efficace come Windows CE quando la si trasportava sui dispositivi mobili.

E, mentre stavamo pazientemente attendendo una versione più matura per la telefonia, fino a ieri dovevamo constatare l’incapacità di produrre qualcosa di adatto ai computer mobili intermedi.
Gadget, Personal Coaching
Apple WWDC e la Controriforma dei Sistemi
All’apparenza non dovrebbe succedere niente alle 19 ora locale quando dall’altra parte dell’oceano Steve Jobs o chi per esso aprirà il sipario sulla WWDC (WorldWide Developpers Conference), l’incontro dedicato alla scrematura salatamente pagante del popolo degli sviluppatori per il mondo Apple. Dovrebbe essere un incontro di lavoro e lo sarà di certo per i seminari specialistici che si susseguiranno da oggi per cinque giorni, ma non per il paio d’ore dell’apertura. Siamo preparati per l’usanza tutta cupertinese di fare arrivare le notizie soprattutto negli incontri più casuali, forse per evitare le smodate indiscrezioni che come un codazzo di spasimanti accompagnano le manifestazioni della mela, anche se ormai la gente si aspetta un comportamento di questo tipo e quindi sta sul chi vive ad ogni cenno di parola che provenga dal quartier generale della sola azienda che in questo periodo di crisi nel mondo informatico abbia avuto il più alto fatturato della sua storia con guadagni di gran lunga superiori al fatturato stesso.
Che Steve Jobs sia un eroe dei nostri giorni lo conferma l’ennesima biografia a lui dedicata, questa la prima autorizzata, anzi commissionata a Walter Isaacson, fra i più quotati scrittori di biografie (Einstein, Franklin, Kissinger), oltre che redattore del Time magazine, condirettore della CNN e CEO dell’Aspen Institute, che ha intervistato mezzo mondo per tre anni per arrivare a compilare le quasi 500 pagine che dovrebbero dire la verità sull’uomo-idea-azienda più chiacchierato del momento per un libro, iSteve: The Book of Jobs, la cui uscita è attesa non prima del marzo del 2012.
È quasi certo che lui non risparmierà gli attributi esagerati a partire dal fatidico “amazing”, seguito da “fantastic”, “magic” e così via per presentare alcune delle tante novità che ci si aspetta e che apparterranno verosimilmente al mondo software e netware; difficilmente o solo collateralmente a quello hardware (l’attesa per queste attiene Time Capsule e Airport in genere; molto difficilmente MacBook Air).
I supporti di rete cui appartengono gli Airport (e iTV) potrebbero diventare delle centraline domestiche per gestire il contatto acceso con la ciclopica farm della Virginia dove dovrebbe a breve prendere vita l’iCloud, la parte in rete dell’uso dei dispositivi con la mela, una specie di sincronizzazione a due vie fra i nostri Mac e i nostri iP… e i server ad essi dedicati su Apple. Una delle aspettative a vantaggio soprattutto dei possessori di iP… non Mac muniti è che tutta la faticosa attività di sincronizzazione di questi dispositivi dovrebbe definitivamente (perché alcune cose già ci sono, come la memoria e il ripristino degli acquisti effettuati) passare dal computer a Internet.

Un’altra attesa ad alta probabilità di realizzazione è quella rivolta alla nuova versione del sistema operativo per iP…, il conclamato iOS 5.0. A questo proposito si sono destreggiati in molti addirittura a disegnarne delle preview attendibili (quella di Federico Bianco e quella di Jan-Michael Cart) quanto irrealizzate. Molto verosimile è una qualche forma di sincronizzazione on air: quella ipotizzata sopra tramite iCloud, ma comunque anche solo quella tramite wi-fi domestico.
Quello che è certo è che il vero protagonista della conferenza sarà il già annunciato da un anno sistema operativo che dovrebbe portare anche su Mac le principali caratteristiche delle macchine con iOS, ovvero gli iP… Apple ha lasciato per ultimo il Re della foresta. Il primo è stato il ghepardo che avrebbe dovuto correre, invece era un chiodo che dalla parte della velocità ha avuto solo il record di fuga e scomparsa; poi è stata la volta del giaguaro della transizione alla pantera che è stato il primo e forse più snello ed efficace dei nuovi Mac OS X a pacificare i vecchi utilizzatori di Classic; la storia più vicina a noi ha visto la completezza dalla tigre e la riscrittura in due fasi del leopardo (quello della savana e quello delle nevi). Sembrava non ci fosse più nulla di nuovo da dire invece ad essere rivoluzionata – o piuttosto riformata – è l’interfaccia.
In fondo si tratta di una controriforma rispetto al passato o piuttosto di un “ritorno al futuro”. Con Lion dovrebbero scomparire – almeno in parte – la pletora di finestre cui siamo abituati dai primi Mac agli ultimi Windows e Linux, a favore della schermata unica: proprio come con i vecchi DOS, prima che inventassero il multitasking.
Oggi che il multitasking c’è si scopre che la gente ha imparato ad apprezzare nei tablet di avere lo schermo impegnato da una sola cosa per volta, sciftando di applicazione con un comando rapido, un po’ come si cambia di schermi (Spaces). Anche le videate delle applicazioni, invece di essere affidate alle classiche directory del Finder, diventano paginate di icone del Launchpad, proprio come sull’iPhone.
Un altro ritorno al passato è costituito sia dal “Resume” corrispondente alla “Sospensione”, quella che nei notebook Windows non ha mai funzionato (ma che va alla meraviglia su Parallels Desktop) e che doveva salvare un’immagine della situazione in uso allo spegnimento per farla recuperare alla riaccensione; mentre quello più importante e certamente apprezzato è costituito dalla soppressione della necessità di salvataggio dei documenti. iPad aveva fatto suo questo modo di lavorare e ci sono programmi come Plaintext per iOS che lo fanno anche sui Cloud come Dropbox. Sembra una novità, ma i meno giovani ricorderanno che invece era il modo di lavorare dell’editor di molti sistemi operativi come DOS, oltre che dei primi database, come dBase.
Dovevano passare più di quarant’anni perché qualcuno scoprisse che il salvataggio funzionava meglio come negli anni 60-70.
Qualcuno però potrà storcere il naso pensando che così potresti non riuscire a recuperare gli errori: a questo sopperisce una funzione sostanzialmente clonata dal sistema di backup dell’OS attuale, Time Machine, che nella nuova release si chiamerà “Versioni” per farti ripassare “a paginate” le attività svolte ad intervalli di tempo definiti sullo stesso documento.
Altre novità sono costituite da Mission Control molto simile ad una via di mezzo fra Esposée e Dashboard, la possibilità di ridimensionare le finestre dagli angoli – fine di un tabu anche se è normale per tutti gli altri sistemi operativi – un rinnovato Mail5 che risente dello stile di molte applicazioni per gMail come Sparrow e AirDrop per inviare file in wireless a chiunque sia nelle vicinanze.
Infine particolarmente importante è la possibilità di avere a disposizione con il semplice acquisto dell’OS Client anche la versione Server, normalmente molto costosa per la maggior parte degli OS commerciali, più abbordabile per Apple, ma comunque un costo a parte e sostanzioso. Sicuramente si tratterà di una versione limitata, circoscritta alle funzioni consumer e non certo a quelle business, ma sufficiente per togliere le voglie di molti di noi che vorrebbero sperimentare alcune possibilità, prima fra tutte quella di un Wiki e di piattaforme collaborative in genere.
Tutte informazioni che nel tempo si sono consolidate e non si sa cosa possa aggiungere oggi di nuovo il board di Apple, se non che come si sente dire in giro il rilascio sia anticipato di un mese, il prossimo 14 giugno e che il sistema possa essere acquistato on line ad un prezzo particolarmente invitante.

Ecco infine quello che l’autorevole Gizmodo ritiene ci si possa o meno auspicare dalla conferenza di stasera:
- Che si possa avere “Trova il mio Mac” integrato in Lion? – Probabilità: 100%
Che Lion sia scaricabile tramite Mac App Store? – Probabilità: 80%
Che ci siano nuove notifiche in iOS 5? – Probabilità: 90%
Che iOS 5 abbia i widgets come OS X? – Probabilità: 60%
Che iOS sia maggiormente integrato nei social network? – Probabilità: 90%
Che iOS 5 consenta il wireless syncing? – Probabilità: 50%
Che iCloud ti mandi in streaming solo gli MP3 che hai comprato su iTunes? – Probabilità: 70%
Che iCloud sia gratuita per il primo anno? – Probabilità: 70%
Che MobileMe scompaia? – Probabilità: 50%
Che venga annunciate uno sconto educational per iPad? – Probabilità: 30%
Che Time Capsule venga aggiornato? – Probabilità: 70%
Che escano nuovi Airport routers? – Probabilità: 60%
Che venga aggiunto il supporto AirPlay su Airport Extreme? – Probabilità: 50%
Che vengano annunciati dei nuovi MacBook Air? – Probabilità: 20%
Che si annuncino nuovi iPhone? – Probabilità: 1%
Guide, Personal Coaching
Social Networks: un prontuario attendibile
Quest’immagine qui in alto nell’ultima settimana ha fatto il giro del web, al punto che per ritrovare da quale Instagram era stata recuperata mi sarebbe occorso un lavoro di archeologia.
È piaciuta a tutto il mondo. Penso che sia perché parla di bomboloni.
Per il resto l’ho trovata tanto buffa quanto fuorviante. Non si può infatti liquidare il lavoro fatto per avere un’idea nuova nell’ultra saturo mondo dei S.N. (d’ora in avanti per Social Network) in una riga per quanto appetitosa.
L’autore spiega che quello che si va a dire di bomboloni è diverso a seconda del S.N. utilizzato. Con:
Twitter – sto a magnà un bombolone
FaceBook – er bombolone “me piace”
FourSquare – quest’è ‘l posto de’ bomboloni
Instagram – e beccate sta foto der mio bombolone virato seppia
Youtube – anvedi come me la godo a magnà bomboloni
Linkedin – sto n’autorità in fatto de bomboloni
Pinterest – qui c’è uno scatolone pieno di bomboloni di tutti i tipi
Last.fm – ora sto a sentì “Bomboloni”
Google+ – sono l’assaggiatore ufficiale di bomboloni di Google
Si direbbe brillante, ma – e ce n’è per tutti – dà praticamente del deficiente a tutti gli iscritti ai S.N. Il che potrebbe anche starci se poi le cose non stessero – quanto meno “anche” – diversamente.
Di S.N. pure importanti ce ne sono un’infinità, gran parte dei quali tutt’altro che trascurabili, come QQ o Weibo che in Cina con qualche miliardo di utenti potenziali danno punti a FB.
Mi pongo l’obiettivo di essere il più completo possibile nel rispetto della sintesi, riducendo tutto a queste 5 grandi categorie. Ho aggiunto delle stellette per fare una classifica tutta personale che tiene conto di un rapporto fra popolarità, efficacia e trend.
Fuori concorso
Ovvero quello che tutti potrebbero dover conoscere al di là dei fini che persegue.
FaceBook*****: L’anagrafe dei s.n. Se non ci sei non esisti (il che pur essendo molto impegnativo e non per tutti non sempre è un male, ma che molti possono vedere come egoistico o snob, come togliersi dall’elenco telefonico o mettere un numero al posto del nome sul campanello)
Google+**: Con lo smacco alle spalle di essere stata fra i primi e di avere investito su molti prodotti, Big G si è giocata persino la serietà del motore di ricerca per lanciare il suo S.N. in cui il + gioca il ruolo fondamentale. L’utente può essere il più disimpegnato del web, in quanto gli basta cliccare dei “+” sui risultati della propria ricerca per dire “mi piace” senza manco sapere di che parla. Quanto poi alle cerchie e alle altre cosette, funzionano solo per chi ha investito tutto in Google (da Docs, a GApps, e in integrazioni interaziendali)
Ping.fm*: Metti lì le credenziali di tutti i tuoi accessi e in un colpo solo ogni tua cazzata è davanti agli occhi di tutti. Bel colpo, vero?! Anche la dimostrazione di quanto è stupido essere su tutti i S.N. in maniera non mirata. Fanne un uso virale e in breve tempo non avrai più amici da nessuna parte, ma se sai come funziona e non vuoi complicarti la vita a configurare tutti i S.N. per interagire fra di loro…
“Connect”****: In realtà non si tratta di un S.N. ma piuttosto di una meta-funzione nata su e per FaceBook che ormai è dilagata in tutti i prodotti. Si direbbe che senza di essa nessun sociale è veramente valido da usare, anche se non di rado non funziona bene. Che cosa vuol dire? Che in realtà usando ognuno dei S.N. scritti sulla lavagna e molti altri si pubblica in molti degli altri in un colpo solo. È un inoltro automatico, a volte selettivo, ma nella maggior parte dei casi “tutto o niente”. Questo fatto inficerebbe tutto quanto segue, ma per fortuna non è andata così.
FriendFeed*: Passata dall’avere ambizioni di S.N. con il passar del tempo è diventata una Social Utility: molto utilizzata da giornalisti o aspiranti tali abituati a lavorare con i feed reader o aggregatori di notizie, FF è un aggregatore di sociali. Mica di tutti, sarebbe impossibile, dei più importanti. Ormai però molte applicazioni per computer e smartphone fanno da sole il suo lavoro e in modo molto agile, per cui… per afficionados.
Passaparola
Per chi vuole essere istante per istante aggiornato, chi da quello che passa per la testa dei propri amici, ma soprattutto per seguire il “verbo” degli influenzatori informativi o culturali o per chi spera di diventarlo magari nel suo piccolo.
Twitter*****: Vivi di rendita sul lavoro degli altri, ma puoi spiccare come grande intenditore specializzato o per tutte le stagioni. Veloce, virale, ma se devi comunicare davvero hai bisogno di più spazio per scrivere (per questo assieme a Twitter usa Tumblr o Posterous). È la nuova agenzia di stampa e la presa diretta con divi e maître à penser.
Pinterest****: La bravura sta nello scegliere delle puntine figurate (pins) intriganti per attirare l’attenzione su lavagne tematiche (boards) originali per gli interessi più cool e interessanti (interest). Il più nuovo, promettente e trendy, ma in difficile equilibrio fra idiozia e genialità: ai posteri…
Blogal Network
Sostanzialmente i S.N. per quelli che hanno qualcosa da dire, bello o brutto, giusto o sbagliato, delle piccole opere, uno stile di pensiero, un’identità culturale o di moda… insomma chi non può fare a meno di mostrare una personalità esuberante, un servizio, un commercio, un brand più o meno personale.
Tumblr****: Il contrario complementare di Twitter per chi fa sul serio e pensa di avere delle cose da dire e condividere: richiede di essere altamente selettivi sulle persone con cui condividere il Tumblr e ha senso seguire e farsi seguire solo se si è sulla stessa lunghezza d’onda. Altrimenti senza condivisione è un ottimo web log.
Posterous***: Nato come Utility di Tumblr per postare via mail nei propri blog, è passato ad essere il suo maggiore concorrente nel settore del cosiddetto “middle blogging”. Al momento attuale ha a suo discredito il fatto di essere fra i meno noti dei S.N., ma la sua agilità potenziata dalle multi-scrivanie o “Spazi” come Mac OS X o Linux, ha un potenziale tale (anche in competizione con altri SN specialistici come Instagram) che se il vento dovesse girare nella sua direzione, questa giovane (non ha 2 anni) soluzione potrebbe diventare la vera grande sorpresa del settore dei mesi a venire
Blog**: Soprattutto Blogger e WordPress, e poi TypePad, Movable Type, Joomla, Drupal… sono gli antenati del Web 2.0 e quindi anche dei paleo S.N. con le possibilità-speranze che offre di scatenare commenti sui commenti e widget di tutti i tipi. Loro hanno cercato di potenziarli all’inverosimile dove gli altri hanno avuto successo frammentando e specializzando. WordPress è per i professionisti del blog, ma con l’integrazione di Google+ anche Blogger ha le sue attrattive
Il principe della mobilità
Path****: Come ho detto e ripeterò, la vera rivoluzione dei SN sta nella mobilità e, fra tutti i servizi di SN per smartphone, questo ha dalla sua un vero e proprio purismo. Non si accede da nessun sito, ma diversamente da Instagram è molto personale e fornisce condivisione di pensieri, musica, localizzazione e altro… il tutto con un’elegantissima soluzione: diversamente da FB diventata un pesante labirinto di ambienti sempre più confusi ed eterogenei, qui si fa tutto, ma proprio tutto solo cliccando su un “+” e poi si condivide con FB, Twitter, Tumblr e Foursquare, ma solo quando e con quello che si vuole. Per iPhone, iPad e Android
Piccole grandi nicchie
Volendo garantire che quelli che considero i S.N. più interessanti raggruppo qui tanti altri piccoli o grandi ambienti caratterizzati da spiccate specializzazioni
Business SN: Linkedin*** (uno dei primi SN in assoluto e la milestone del settore che ha subito il limite dell’USA-centrismo), Viadeo*** (come Linkedin ha servizi pubblici e a pagamento, ma beneficia dell’esperienza dell’altro per fare un lavoro più ordinato e soprattutto molto più sensibile al mercato europeo), Xing (SN tedesca che si è espansa assorbendo la latina Neurona che aveva avuto un grande credito nel nostro paese, in Spagna – terra madre – e in America latina, senza riscuotere poi un similare interesse)
Video e media SN: Youtube***** (nata come TV internet e comprata a caro prezzo da Google, è uno dei casi in cui crescendo un servizio si è scoperta un’altra natura sapendo cogliere l’uso che hanno scelto di farne gli utilizzatori e imparando a cambiare strada e a cavalcarlo), Vimeo* (l’altro-youtube), ApplePodcast** (l’inventore del comparto, geniale nel legame con i dispositivi, ma sotto utilizzato in quanto dipendente dalla casa madre e poi subissato dal volume di fuoco in rete di Google; oggi potenziata dall’evoluzione di U Tunes)
Per musicisti e musicofili: Myspace** (un’altra delle capostipiti fra i SN, comprata a peso d’oro da Rupert Murdoch, strozzata dal tentativo di farne una specie di Second Life), ApplePing** (timido tentativo della casa di Cupertino di inserire un SN in iTunes spingendo non pochi artisti alla partecipazione attiva, con scarsa continuità), Last.fm** (sicuramente il più riuscito spazio di condivisione dei gusti musicali e dell’ascolto), Rockmelt, Soundhound*, Soundshare, Soundcloud*
Realtà virtuale: Second Life (faraonico investimento quasi della prima ora per fare socializzazione con simulazioni di ambienti e avatar a metà fra gioco e serietà, poi virata decisamente al business, con addirittura una propria moneta per scambi molto reali; che io sappia dovrebbe ormai essere quasi deserta, ma mi guardo bene dal metterci il naso)
Circoli dei lettori: aNobii*, Instantpaper***, Readability** (gli ultimi due archiviano e condividono materiali interessanti recuperati in rete o spediti in posta elettronica)
Primogenitori: Orkut (quasi nessuno se ne ricorda ma Google fu tra i primi a farlo senza dedicarvi risorse sufficienti, senza crederci e lasciandolo in completa balia degli utenti che potevano diventarlo solo a centellinati inviti – una vecchia fissazione di Big G, evidentemente; oggi è rimasto il principale SN dei parlanti portoghesi, soprattutto brasiliani), Friendster
SN fotografici: Prima venne Flickr e subito dopo Picasa, ma oggi a fare da modello è Instagram**, semplicemente perché per primo e meglio di tutti ha capito la rivoluzione mobile degli smartphone e dei tablet
Geolocalizzazione: Foursquare* e Latitude sono stati i primi, ma la loro componente sociale era molto più scarsa degli immediati successori, primo fra tutti Gowalla** di recente comprata – e un po’ strozzata – da FaceBook; poi Mobnotes
Contatti, identità e socializzazione di profili: Plaxo, Gint, Klout (gli ultimi due con una crescente ispirazione alla reputation virtuale)
Progetti, calendari…: Plancast*, Tungle, Basecamp**
Socializzazione: Badoo (se vuoi iscriverti ed essere subito invitato da intraprendenti signorine questo era una volta il posto giusto), Meetic (agenzia matrimoniale virtuale), Netlog (altro SN della prima ora diventato il luogo di adozione degli adolescenti)
Mobile Social Network Aziendali: Yammer, Chatter, Huddle
Generatori di Social Network: Ning (diventato a pagamento ma se ne trovano altri liberi)
Altre forme di condivisione sociale: Skype, Viber, Dropbox, SugarSync, Evernote
New Entry da non perdere di vista: Quora, Chili































