In sala Gli uomini d’oro, con Fabio De Luigi, Edoardo Leo, Giampaolo Morelli, girato a Torino

Ad un anno esatto dalle riprese – iniziate lo scorso 5 novembre a Torino e terminate il 18 dicembre dopo 6 settimane – è uscito in sala il secondo lungometraggio di Vincenzo Alfieri, Gli Uomini d’Oro.

Ispirato ad un incredibile fatto di cronaca avvenuto a Torino nel 1996, Gli Uomini d’Oro è una Crime Story prodotta da Italian International Film di Fulvio e Federica Lucisano con Rai Cinema, realizzato con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte e con il contributo del “Piemonte Film TV Fund”.

Un disegno criminale che porta sul grande schermo la voglia di rivalsa e il desiderio di emancipazione di uomini comuni e che mostra l’astuzia e allo stesso tempo la fragilità dei suoi 4 protagonisti, interpretati da Fabio De Luigi, Edoardo Leo, Giampaolo Morelli, Giuseppe Ragone.

Una storia che il regista ha scoperto sulle pagine dei quotidiani e ha fortemente voluto realizzare a Torino, ricostruendo in Città i luoghi che furono teatro del crimine: tra le varie location utilizzate si segnala la Banca d’Italia di Via Arsenale, mentre le Poste Centrali (luogo di lavoro di uno dei protagonisti (Luigi, interpretato da Giampaolo Morelli), sono state ricostruite al Pala Alpitour. L’ex Moi (Villaggio Olimpico), la sede Rai di Via Montebello, Palazzo Affari di Via Nino Costa sono state utilizzare per le riprese in esterna di vari uffici postali.

Il film, presentato dal regista, da Fabio De Luigi, Giampaolo Morelli, Susy Laude, è godibile e ci presenta gli attori protagonisti in inediti ruoli drammatici, oltre a mostrare una curiosa Torino impegnata ad interpretare se stessa sulle note ricorrenti di un derby tra Toro e Juve.

Quasi il 60% della troupe era composto da professionisti piemontesi tra cui il Location Manager Davide Spina, la Casting Director Luana Velliscig, la truccatrice Rosabella Russo. Da evidenziare inoltre la presenza di attori locali nel cast artistico, con 4 ruoli minori e 12 figurazioni speciali.

Il trailer del film

Il regista Vincenzo Alfieri:

Ho capito che avrei dovuto assolutamente raccontare questa incredibile storia vera quando ho letto l’articolo del giornalista di “Repubblica” Meo Ponte del 1996 in cui diceva: “Se ne facessero un film comincerebbe come I Soliti Ignoti di Monicelli e finirebbe come Le Iene di Tarantino”.
Questa frase mi si è calcificata nella mente. Da Monicelli ho imparato che il dolce non è mai così dolce senza l’amaro. La vita è una commedia piena di momenti tragici. Da Tarantino, col quale condivido l’amore viscerale per ogni tipologia di film, ho imparato quanto sia stimolante riuscire a mescolare i generi, imponendosi di avere sempre a mente che il cinema può anche far riflettere intrattenendo.

L’articolo parlava di persone comuni, fragili, vittime della loro epoca e dei loro piccoli sogni. Soprattutto, quello che davvero mi ha affascinato, è stato scoprire come questi “chiunque” siano stati in grado di mettere a segno un colpo incredibilmente redditizio, armati solo ed esclusivamente della loro astuzia, scoprendo però un’amara verità: il crimine non è per tutti, anche se tutti possono essere criminali. Ed è da questa tesi che io e i miei co-sceneggiatori siamo partiti quando abbiamo cominciato a pensare al film. Volevamo riuscire a creare nello spettatore un riconoscimento immediato con i problemi e le aspirazioni dei personaggi, la loro voglia di rivalsa e il desiderio di emancipazione dalla propria condizione economico-sociale, la ricerca della via più semplice per ottenere dei risultati. Se pensiamo all’ideale dell’ostrica di Verga, ovvero che le ostriche se staccate dallo scoglio che gli consente di sopravvivere soccombono, così i nostri personaggi, allontanandosi dal modello di vita che gli appartiene, con l’ambizione di migliorare le proprie condizioni, finiscono col soccombere.

Se dopo la Seconda Guerra Mondiale le persone lavoravano sodo per raggiungere i propri obiettivi, negli anni 90 si comincia a voler raggiungere il successo e il denaro più velocemente e con sforzi minori. E oggi, è ancora più così.
Nonostante il film sia ambientato nel 1996 infatti, ha una forte relazione con tematiche sempre attuali. Chi non capisce l’angoscia di un sogno spezzato? Chi non comprende la difficoltà nel voler mantenere la propria famiglia a qualunque costo?
Ecco perché penso che “Gli uomini d’oro” mi abbia trovato, perché parla di tutto ciò che mi circonda ed io sono sempre stato una persona curiosa di entrare nelle vite degli altri.

La storia

Una crime story ispirata a un incredibile fatto di cronaca. Torino, 1996. Luigi, impiegato postale con la passione per il lusso e le belle donne, ha sempre sognato la baby pensione e una vita in vacanza in Costa Rica. Quando il sogno si dissolve scopre di essere disposto a tutto, persino a rapinare il furgone portavalori che guida tutti i giorni, perché la svolta della vita è proprio lì, alle sue spalle e il confine fra l’impiegato modello e il criminale è veramente sottile. Anche se dovrà rinunciare ad Anna, la seducente ragazza incontrata in una notte sfrenata. Un colpo grosso, un piano perfetto. Niente armi. Niente sangue. Un disegno criminale per cui avrà bisogno dell’aiuto del suo migliore amico Luciano, ex postino quarantenne insoddisfatto, e soprattutto dell’ambiguo collega Alvise, tutto casa e famiglia e con una vita apparentemente senza scosse. Nella banda anche un ex pugile, il Lupo, tutto muscoli e poche parole, legato a Gina, una donna forse troppo bella e forte per lui, e a Boutique, un couturier d’alta moda con un’insospettabile doppia vita. Ma il crimine non è per tutti e per degli uomini qualunque – ciascuno con la voglia di intascarsi il bottino – si rivela un gioco fin troppo pericoloso.



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