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Cultura

Alessandro Barbero racconta Lepanto. “Quella volta che abbiamo salvato il mondo”. O forse no?

Redazione Quotidiano Piemontese

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Lepanto: questo piccolo porto della Grecia, di fronte a Patrasso, si porta addosso il peso della grande storia. Non è necessario essere degli specialisti per saperlo. Basta fare un giro a Torino: incrociare (più o meno per caso) corso Lepanto, poi raggiungere la chiesa di san Domenico e infine fermarsi nella basilica di Maria Ausiliatrice. Si scoprirà che i tre luoghi, in modo più o meno diretto, hanno un legame con questa “grande storia”. Il 7 ottobre 1571, a Lepanto, la flotta musulmana dell’impero turco e quella cristiana, messa insieme da Filippo II re di Spagna (che allora regnava su buona parte dell’Italia) e dalla Repubblica di Venezia, si affrontarono in una sanguinosa battaglia. L’esito è noto: lo scontro si concluse con una schiacciante vittoria del fronte cristiano. Perché parlare oggi di quell’evento? Che cosa ha da dirci un fatto così lontano nello spazio e nel tempo? Lo storico Alessandro Barbero, protagonista ieri di un incontro alla libreria Feltrinelli di Torino, può aiutarci a capirlo.

Presentando un suo recente saggio dedicato all’argomento (Lepanto, la battaglia dei tre imperi, Laterza 2010), per quasi un’ora e mezza lo studioso ha tenuto il pubblico inchiodato alla “grande storia”: non un attimo di distrazione o di noia, non un solo sbadiglio. Barbero (che non a caso coniuga l’attività accademica con quella di romanziere) è conosciuto per la sua capacità narrativa: con abilità da giallista navigato e uno stile quasi da spy story, senza però mai tradire il rigore scientifico e la coerenza dei dati, ha saputo riannodare i fili di una vicenda dalle tante facce. Difficile riassumere in poco tempo un’enorme messe di dati, numeri, protagonisti e antefatti, ma certo alcune riflessioni saltano all’occhio. In primo luogo, ha fatto osservare Barbero, è rischioso ridurre la storia a uno scontro dualistico tra blocchi contrapposti: cristiani contro musulmani, uomini eletti contro infedeli, noi contro loro. Questa era la retorica del tempo (sostanzialmente uguale in entrambi gli schieramenti e così somigliante a tanti stereotipi di oggi), ma se si osserva la realtà più a fondo salta fuori un panorama più complesso. Ad esempio si scopre che la flotta turca, per stabilire quando salpare e quando ritirarsi in porto, prendeva a riferimento alcune festività di santi del calendario cristiano; questo perché lo schieramento dell’impero ottomano comprendeva moltissimi Greci, fedeli alle loro tradizioni cristiane. Altra curiosità: l’unico generale turco che uscì a testa alta dalla battaglia di Lepanto era in realtà un calabrese convertito. C’erano in gioco tanti interessi, veicolati dai soggetti coinvolti a vario titolo nella guerra: i Veneziani, che rinunciavano malvolentieri ai loro fiorenti commerci con Costantinopoli, gli Spagnoli del cattolicissimo Filippo II, diffidenti verso la Serenissima, i cauti Genovesi, il papa Pio V, ansioso di “rompere le corna a quell’indomita bestia infedele” (parole testuali). Come sempre (e questo ha senz’altro qualcosa da dire alla storia di oggi) una guerra è un inestricabile garbuglio di ragioni economiche e spinte ideologiche.

Ma c’è un secondo argomento che si impone all’attenzione. Da un punto di vista strettamente militare, ha rilevato lo storico dati alla mano, la battaglia di Lepanto non è servita a nulla. E’ vero, la flotta cristiana sbaragliò le galee nemiche, ma, considerando anche i due anni precedenti di trattative, di estenuanti preparativi, di equipaggi naufragati o colpiti dal tifo, i costi umani ed economici furono incalcolabili. Nell’inverno seguente allo scontro, i Turchi si riorganizzarono e i Veneziani, dopo aver perduto l’isola di Cipro, iniziarono a negoziare la pace. Tuttavia, ha concluso Barbero, quella battaglia si impresse nella memoria collettiva in modo indelebile: “abbiamo vinto perché Dio era con noi, abbiamo salvato il mondo”, così si dicevano i trionfatori. Ancora oggi in tutta Italia (Piemonte compreso) non si contano le feste e le opere votive per celebrare Lepanto. Nella chiesa di san Domenico (tanto per ritornare al punto da cui siamo partiti) è conservato un vessillo che secondo la tradizione fu inalberato durante la battaglia, rievocata anche in un quadro a Maria Ausiliatrice. L’eco mitica della vittoria fu chiara da subito, tanto che pochi giorni dopo quel fatidico 7 ottobre 1571 i tipografi veneziani, il cui fiuto per gli affari è quasi proverbiale, fecero stampare libri con la cronaca dello scontro: in questo modo chiunque poteva portarsi a casa la “grande storia”. Se ne facciano una ragione gli autori di instant book: non hanno inventato nulla di nuovo.

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