Controspionaggio e manuali di disinformazione, ecco come Eternit cercava di evitare il processo

Sembra il copione di un film di spionaggio industriale e, fortunatamente, di una pellicola di serie B, la strategia di controinformazione e di intelligence imbastita da Eternit per non arrivare al processo che ieri, al Tribunale di Torino, ha vissuto una delle sue giornate più importanti. Ed è proprio nella requisitoria finale di ieri mattina, esposta dalla dottoressa Sara Panelli, che sono stati messi insieme i pezzi del puzzle composto in cinquantuno udienze, ventisette mesi di processo e in anni di lavoro della Procura di Torino. La storia dell’occultamento dei rischi connessi all’esposizione all’amianto è lunga quasi quanto la permanenza di Stephan Schmidheiny alla guida della multinazionale. Quando il magnate svizzero acquisisce il timone di Eternit (nel 1973) i rischi connessi all’esposizione alla fibra di amianto sono scientificamente noti da almeno una decina di anni. Per completezza va ricordato come la prima causa per malattia professionale sia addirittura del 1906, contro lo stabilimento newyorchese dell’azienda. Già in alcuni scambi epistolari del 1978 con Luigi Giannitrapani il dirigente invita a occultare la nocività dell’amianto al fine di non creare eccessivo allarmismo nell’opinione pubblica. Nel 1986 quando lo stabilimento viene chiuso Schmidheiny chiede all’Epa (l’Agenzia della Protezione Ambientale degli Stati Uniti) di escludere l’amianto dalla proibizione dell’utilizzo. Allo stesso tempo viene pianificata una strategia di comunicazione in quattro livelli ascendenti: i primi due livelli riguardano Eternit Italia, hanno, dunque, una dimensione limitata, gli altri due si riferiscono ai vertici. Il quarto livello è coperto dal massimo riserbo e riguarda una sola persona della quale nessun dirigente deve parlare: Stephan Schmidheiny.

Nel 1994 viene redatto un Manuale sulle risposte della società sull’amianto in Italia nel quale i vertici di Eternit vengono “educati” sull’atteggiamento da tenere nei confronti della magistratura, dei manager, dell’assistenza legale, dei sindacati, del governo e delle amministrazioni locali. Ad architettare la strategia di comunicazione dell’Eternit è lo Studio Bellodi di Milano che, in un primo tempo, suggerisce un basso profilo per circoscrivere il problema ai mass media locali. Un’operazione che riesce per qualche anno ma che entra in crisi una decina d’anni fa quando la Procura di Torino inizia a lavorare sulle morti da amianto non più singolarmente ma riunendo tutte le associazioni degli ammalati e dei familiari delle vittime. È del 20 maggio 2003 il documento Questions and answers che contiene un prontuario – da imparare rigorosamente a memoria – delle risposte da fornire ai media per salvaguardare l’immagine e la reputazione del grande capo. Ci sono, poi, altri interessanti suggerimenti come quello di non rispondere mai direttamente o a voce e di rimandare ogni questione all’ufficio centrale in Svizzera. Lo Studio Bellodi consiglia anche una riconversione dello stabilimento di Casale Monferrato finalizzata a cancellare quello che potrebbe diventare “un ingombrante monumento all’amianto”.

E poi ci sono le “antenne” ed è questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Negli anni Novanta, sotto la regia dello Studio Bellodi, vengono attivati alcuni informatori che hanno il compito di tenere aggiornata la Eternit sull’evoluzione delle indagini preliminari compiute dalla Procura di Torino. C’è un’antenna anche al Tribunale di Torino: il suo compito è informare lo Studio Bellodi delle mosse di Raffaele Guariniello in modo che Eternit possa prendere le opportune contromisure. Se Torino è la “testa” in cui nasce il maxi-processo, Casale Monferrato ne è il “cuore”. Nella cittadina alessandrina l’antenna è Maria Cristina Bruno, commercialista con l’hobby del giornalismo che s’infiltra nelle riunioni della Cgil e del Comitato Familiari Vittime Amianto e trasmette, via Bellodi, preziose informazioni alla multinazionale. L’antenna casalese non si limita solamente a relazionare Eternit sulle mosse e le decisioni dei suoi concittadini ma formula anche ipotesi e disegna i possibili scenari futuri che potrebbero danneggiare Schmidheiny.

Gli scenari di cartapesta costruiti dal potente magnate svizzero crollano sotto la spinta di una Procura di Torino capace di non lasciarsi intimorire dalla potenza economica messa sotto accusa. Nel 2004 Raffaele Guariniello annuncia di voler arrivare a un processo. Stephan Schmidheiny e Louis de Cartier de Marchienne vengono chiamati in giudizio e, dopo l’udienza del 6 aprile 2009, il 10 dicembre 2009 il procedimento ha inizio. Qualunque sia l’esito del processo – atteso per il prossimo autunno – chi ha lottato perché sia fatta giustizia ha già ottenuto un importante successo: far diventare il caso di Casale Monferrato il punto di partenza per una presa di coscienza globale  sui rischi dell’amianto, a dispetto di tutte le strategie di contro-informazione.