Processo Eternit, la difesa passa al contrattacco

Dopo la pausa estiva è ripreso, con l’udienza di questa mattina al Palazzo di Giustizia di Torino, il processo che vede imputati lo svizzero Stéphan Schmidheiny e il belga Jean-Louis Cartier de Marchienne alla guida dell’Eternit negli anni precedenti la chiusura delle aziende italiane. Dopo le arringhe delle parti civili che si erano concluse lo scorso 18 luglio, quest’oggi è stata la difesa a prendere la parola cercando di smontare pezzo per pezzo le tesi accusatorie che hanno come oggetto Cartier de Marchienne.

Nella sua arringa l’avvocato Luigi Fornari, legale della Etex, ha sostenuto che Cartier de Marchienne “non poteva prendere decisioni sugli stabilimenti italiani che non conosceva neanche” e che “la costruzione accusatoria è basata su illazioni”. Secondo Fornari, inoltre, l’ipotesi dolosa sarebbe da scartare perché non vi sarebbe alcuna prova che il barone belga fosse a conoscenza – durante il periodo ’66-’72 in cui fu ai vertici della multinazionale – della pericolosità dell’amianto: “Non sappiamo della presenza di de Cartier in Italia se non nelle due riunioni annuali del consiglio di amministrazione ma non troviamo nulla per dimostrare che fosse l’amministratore di fatto della società – spiega l’avvocato della difesa -. In quel periodo mandò un ispettore in Italia: che bisogno avrebbe avuto di farlo se fosse stato amministratore di fatto?”

Secondo la tesi imbastita dalla difesa all’inizio degli anni Settanta la dannosità dell’amianto non sarebbe ancora “una conoscenza consolidata” nemmeno in campo scientifico e, quindi, tantomeno dai vertici dall’industria. Quando viene citato un testo della Commissione Europea datato 1977 nel quale si dice che le fabbriche in cui si lavora amianto “hanno causato una quota molto bassa di morti” sugli spalti si diffonde un brusio. I familiari che hanno perso coniugi, genitori, fratelli, figli e parenti si sentono colpiti al cuore. Anche perché le prime battaglie per la sicurezza sul luogo di lavoro di Nicola Pondrano sono di due anni antecedenti a quella data. Quindi, se sapevano i lavoratori è possibile che non sapessero i dirigenti? “Quando venivano le ispezioni – spiega un ex operaio che vuole restare anonimo – facevano pulire tutto. Ma loro, i capi, mica venivano in reparto a respirare quell’aria”.

Dopo aver cercato, con tutti i mezzi possibili, di non arrivare al processo in Italia, Eternit tenta ora di impedire che le rivendicazioni degli ammalati si propaghino nelle altre nazioni europee o, addirittura, extra-europee. Il procuratore Raffaele Guariniello è già al lavoro per un processo Eternit bis che dovrebbe riguardare gli italiani vittime della fibra killer in Svizzera (nella casa madre di Niederurnen) e in Brasile. Tre settimane fa, a Zurigo, si sarebbe dovuta tenere una proiezione pubblica di un documentario sul processo e sull’Eternit di Casale Monferrato ma a poche ore dalla proiezione è saltato tutto. Il documentario è stato trasmesso ventiquattro ore dopo all’interno del programma Falò trasmesso dalla Rete Svizzera Italiana ma l’incontro che era stato organizzato con le 120 associazioni di emigranti presenti in territorio elvetico è stato annullato lasciando l’amaro in bocca all’Associazione Familiari delle Vittime Amianto: “Sarà forse dovuto al fatto – si chiede il coordinatore Bruno Pesce – che il direttore generale della Televisione Svizzera fa parte del consiglio della Fondazione Max Schmidheiny, intitolata al padre di uno dei due imputati?”