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Cultura

A Torino “Le Pietre d’Inciampo”per non dimenticare la follia nazista

Circa 479 Ebrei torinesi furono deportati durante la Seconda Guerra Mondiale nei Campi di sterminio e solo una trentina di loro riuscirono a sopravvivere

Alessia Serlenga

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TORINO – Si chiamano Pietre d’Inciampo e sono un’iniziativa promossa dell’artista tedesco Gunter Demning per ricordare le persone innocenti deportate nei campi di sterminio durante il periodo nazista.

Su ogni pietra, posta davanti l’abitazione di ogni vittima, i loro nomi, le date di nascita, di arresto e deportazione con riferimento al rispettivo campo di deportazione.

Pietre scolpite nelle nostre strade italiane, affinché queste semplici vite, spezzate ingiustamente, possano restare per sempre, impresse nella nostra memoria.

L’iniziativa partita a Colonia nel 1995, vede oggi nelle strade di diverse città Europee, oltre 90.000 Stolpersteine (Pietre d’Inciampo in tedesco).

Le pietre d’inciampo a Torino

La città di Torino ricorda i deportati nei campi di concentramento dal 2015, con circa 130 Stolpersteine.

Per quasi un secolo gli ebrei erano stati cittadini torinesi esattamente come tutti gli altri: più o meno benestanti, parecchi di essi fascisti. I facoltosi abitavano nei lunghi viali e soprattutto alla Crocetta, mentre  i piccoli commercianti e gli artigiani nel centro. Dopo le leggi razziali del 1938 essi si riunirono nella zona vicina alla Sinagoga anch’essa poi distrutta dal bombardamento del 21 novembre 1942.

A partire dall’autunno del 1941, in città cominciò una campagna antisemita: la prima deportazione a Torino avvenne il 13 gennaio 1944, quando circa cinquanta  deportati furono caricati su un carro di bestiame diretto a Mauthausen. Da quel giorno, da Porta Nuova partirono centinaia di deportati nei campi di transito o nei Lager nazisti.

Ricorda Italo Tibaldi: “Carceri Nuove di Torino, 13 gennaio 1944, ore 3,30. La porta della cella n. 60 del secondo braccio viene aperta dalle SS e con Porcellana e Montrucchio vengo sospinto bruscamente nella rotonda del carcere dove già molti attendono. Veniamo contati più volte. Il numero previsto è finalmente raggiunto: siamo cinquanta in attesa. Poi in autocarro ci portano a Porta Nuova. Saliamo sul carro bestiame fermo a un binario, consegnati a quattro militi della polizia di frontiera Alpenjäger.

Un secondo trasporto lasciò Torino il 18 febbraio 1944 di nuovo con destinazione Mauthausen (dove arriverà il 21 febbraio). Compresi i prigionieri saliti a Milano, i deportati furono 122.

Terenzio Magliano ricorda: “Da poco i rintocchi della torre campanaria delle Carceri Nuove avevano avvertito gli insonni che erano le tre del 18 febbraio, quando il corridoio del terzo raggio risuonò di passi pesanti, ferrati, di colpi violenti, di comandi secchi alternati ad urla rese quasi bestiali dal rauco accento tedesco. Ci fecero radunare nel cortile, piccola folla di esseri soli con la nostra miseria. Frattanto ci avevano portato alla stazione. Il vagone bestiame ci accolse, dopo una breve corsa per Torino annegata nel sonno e nella bruma. I nostri occhi erano divenuti brucianti per lo sforzo di vedere, di scorgere qualcosa che riempisse il nostro pensiero delle ultime visioni care, degli ultimi ricordi. Ci stivavano in 68 in uno spazio che non consentiva ad un buon terzo di noi di stare seduti. Partirono da Porta Nuova gruppi di deportati che provenivano da altre località, in particolare da Firenze, Bergamo. Si trattava soprattutto di operai piemontesi, toscani e lombardi, rastrellati dopo lo sciopero generale dell’inizio del mese. Quando siamo usciti dalle Nuove, eravamo tutti in piedi sul camion. C’erano due SS seduti sulla sponda con i mitra in mano. Mentre eravamo lì per salire sul vagone gli SS picchiavano, perché per salire sul vagone bisognava fare un salto e qualcuno non riusciva a salire”.

Ricorda ancora, Lidia Beccaria Rolfi: “La notte fra il 25 e il 26 giugno i tedeschi prelevano me e altre tredici detenute dalle celle. Ci caricano su un camion e all’alba ci trasferiscono a Porta Nuova e ci chiudono in un vagone bestiame. Si formano diversi pullman fuori dalle Nuove… io non so quanti fossero: due, tre, quattro, eran dei pullman blu, scassati.”

Porta Nuova non fu solo luogo di partenza per i deportati, ma anche luogo di arrivo per i rari superstiti.

Ricorda Ferruccio Maruffi: “Quel 9 giugno 1945, a Porta Nuova, scendemmo dal convoglio a piccoli gruppi. Afro ed io ci recammo in un bar, sotto i portici di via Sacchi, erano circa le tredici e il locale era affollato e rumoroso. Al nostro ingresso, di colpo, i presenti si allontanarono di qualche passo e si fece improvvisamente silenzio. Afro ed io allora ci guardammo in faccia e ci siamo “visti” come eravamo.” 

Gli ebrei torinesi deportati

Circa 479 Ebrei torinesi furono deportati durante la Seconda Guerra Mondiale nei Campi di sterminio e solo una trentina di loro riuscirono a sopravvivere.

Gli ebrei deportati venivano selezionati dai medici delle S.S.: quelli ritenuti idonei venivano inviati al lavoro, mentre gli anziani, le donne incinte e i bambini venivano portati direttamente nelle camere a gas.

Nel 1974 la città ha voluto ricordare i deportati torinesi partiti da Porta Nuova con una lastra in rame incisa da Cagli e voluta dall’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti, con il patrocinio della Regione Piemonte.

Recita la lapide, posta sul lato arrivi di via Sacchi: “Partirono da questa stazione i deportati politici per i campi di sterminio nazisti. A chi rimaneva lasciarono la consegna di continuare la lotta contro il nazifascismo per l’indipendenza e la libertà”.

Il Museo diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della libertà è costituito da un centro d’interpretazione che ha sede posso il palazzo juvarriano dei “Quartieri Militari” a Torino.

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