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Montagne taglienti, la Gen Z racconta l’orrore che si nasconde tra le vette alpine
L’intervista con Carlotta Marricco
TORINO – Lo splendore delle nostre montagne è incomparabile, ma anche nella bellezza più estrema può nascondersi l’orrore e la paura. Montagne taglienti, Neos edizioni, è una raccolta di racconti a tematiche horror tutti ambientati tra i monti italiani.
Sono storie di solitudine estrema, di giovani persi tra la neve, di vendetta. E naturalmente non mancano i misteri più terrificanti dei boschi e dei loro abitanti. Ma, come sempre accade, l’orrore più nero non è quello portato dagli animali selvaggi o dai fantasmi dei boschi. L’orrore più duro, estremo, inaccettabile, è quello creato dagli uomini.
La raccolta è viva (nonstante il tema), varia e soprattutto giovane, perchè autori e autrici sono tutti under 30. In pratica siamo di fronte ad una carrellata di paure della Gen Z. I racconti sono di Matilde Boero, Marta Bosonin, Guy “Gea” C., Alessandro Calì Ventura, Clarissa Colazingari, Sofia Crea, Eleonora Grossi, Emma Jacomuzzi, Carlotta Marricco, Daniele Matta, Marika Pala, Luna Piroscia, Francesco Rota, Francesco Tamborin e Chiara Zoja.
Abbiamo intervistato Carlotta Marricco, che ha curato la raccolta.
Intervista con Carlotta Marricco
Una selezione di racconti dell’orrore ambientati in montagna. Come è nata questa raccolta?
L’orrore è vicino a tutti, tutti abbiamo paura. Ho notato che la mia generazione, la Gen Z, la accoglie e la studia con empatia e interesse, perciò ho avanzato la proposta di questa antologia. Volevo che ci fosse libertà nel raccontare il sentimento della paura, il tabù, in un teatro chiuso e familiare, come il territorio montano.
Quali sono gli orrori che si nascondono tra i monti?
Direi nessuno finché non c’è un essere umano. Quando questo arriva, però, si scontra con la realtà di essere piccolo, insignificante e privo di controllo. È la consapevolezza del pericolo, della paura e dell’ignoto che rende la montagna spaventosa. Di per sé, la natura non lo è mai. È l’arrivo della mente umana che sbilancia, la sua emotività e razionalità che ballano e si inclinano di continuo, il suo bisogno di capire, di sapere… la montagna esiste prima di noi ed esisterà anche dopo, quale che sia il nostro passaggio.
Mostri, ghiaccio, animali affamati. Gli orrori più grandi però, anche in montagna, sono portati dall’uomo?
Decisamente e questa antologia lo racconta bene. Sono le parole e le azioni dell’essere umano il vero orrore della storia. Come anticipavo, la Gen Z è abituata a guardarsi dentro, a mettersi in discussione e non nascondere i traumi sotto il tappeto. Questi racconti, seppur di mani giovani e giovanissime, sono l’esempio di una grande consapevolezza. E di una piccola voglia di spaventare.
Tutti gli autori e le autrici sono molto giovani. Cosa riescono a dare di speciale le penne giovani?
Ogni racconto è un incontro tra creatività e la domanda “che cosa può raccontare l’orrore”? Ci sono storie più delicate, leggere, perché l’orrore è dato da diversi fattori e non deve sempre lasciare i brividi e la paura della luce spenta. A volte è solo un filtro, un paio di lenti colorate che poi, una volta tolte, mostrano il mondo in modo diverso. L’antologia è ricchissima da questo punto di vista: storie astratte che si scontrano con storie concrete, storie che sanno d’infanzia e altre che sanno di crescita inevitabile, di separazione, di perdita. Ecco, ci sono tante fasi. Gli scrittori e le scrittrici hanno dai 18 ai 30 anni, e si legge tra le righe dei racconti. Tutt* pront* a raccontare fasi di vita diverse, con metafore e immagini potenti.
Ci sono dei racconti che sono dovuti rimanere fuori dalla raccolta?
Nemmeno uno, ero molto fiduciosa degli autori che sono andata a cercare. Tant’è che c’è anche un pezzo poetico.
Qual è il tuo rapporto con la montagna?
Alla montagna importa poco di me ma a me importa di lei. È necessaria per ricordare quanto siamo piccoli, per rimetterci a posto nell’universo.
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