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Violenze sessuali su due sorelline nel Roero: condannato a sei anni e quattro mesi

Ad aprile l’uomo aveva ottenuto gli arresti domiciliari, confermata oggi la pena detentiva e le richieste di risarcimento del danno

Chiara Scerba

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TORINO – Il Tribunale di Torino ha emesso una sentenza di condanna a sei anni e quattro mesi di reclusione nei confronti di un uomo di 44 anni, originario del Monregalese e residente nel Roero, accusato di violenza sessuale aggravata ai danni di due sorelline di 7 e 5 anni.

La decisione è stata pronunciata nel pomeriggio di oggi, mercoledì 17 giugno 2026, dal Giudice per le indagini preliminari Fabio Rabagliati dopo quattro ore di camera di consiglio, a conclusione di un procedimento celebrato con il rito abbreviato. L’accusa è stata sostenuta in aula dal pubblico ministero Davide Lucignani.

Le indagini

Per ricostruire il fatto bisogna fare un passo indietro e tornare alla primavera del 2025, a quando l’imputato, amico intimo dei genitori delle vittime, approfittò del profondo legame di fiducia per ricevere in custodia le piccole all’interno della propria abitazione. Lo stesso luogo dove si sono consumati gli abusi a più riprese.

A far scattare le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Torino, era stato il padre delle bambine, insospettito e allarmato da alcuni confidenziali racconti delle figlie. I Carabinieri avevano quindi installato delle telecamere nascoste nell’abitazione del quarantaquattrenne, che hanno permesso di documentare le violenze e far scattare l’arresto in flagranza di reato.

Dopo aver trascorso un anno in carcere, lo scorso aprile l’uomo aveva ottenuto la misura degli arresti domiciliari, dove si trova tuttora.

Il nodo della perizia psichiatrica

La difesa dell’imputato aveva condizionato l’accesso al rito abbreviato all’esecuzione di una perizia psichiatrica. L’esame, affidato dal Gip alla professoressa Patrizia De Rosa, ha confermato la piena capacità di intendere e di volere dell’uomo al momento dei fatti, riscontrando tuttavia una patologia psichiatrica specifica, la parafilia (nello specifico, pedofilia).

Il dibattito tra accusa e difesa

Il dibattito in aula si è concentrato principalmente sul valore giuridico della perizia psichiatrica e sull’impatto che la patologia riscontrata dovesse avere sulla pena.

L’avvocato difensore, Roberto Ponzio, ha sostenuto che la diagnosi di pedofilia avrebbe dovuto comportare un trattamento sanzionatorio meno severo. Secondo il legale, l’abuso scaturito da una simile perversione presenta una gravità d’azione inferiore rispetto a quello commesso da una persona sana. Ponzio ha inoltre evidenziato come l’ordinamento attuale non sia aggiornato, poiché un soggetto malato non può essere curato attraverso la reclusione in carcere, per la quale sarebbe invece necessario un mirato percorso di presa d’atto e cura della devianza.

Di parere diametralmente opposto i legali di parte civile, Silvia Calzolaro e Marco Calosso, i quali hanno espresso profonda soddisfazione per la fermezza del giudice. Gli avvocati hanno rimarcato che la diagnosi di parafilia non attenua in alcun modo la responsabilità penale né diminuisce la gravità oggettiva dell’abuso, dal momento che il trauma subito dalle bambine prescinde completamente dalle condizioni cliniche del colpevole. Al contrario, la presenza di tale disturbo indica una spiccata pericolosità sociale che rende la detenzione in carcere una risposta necessaria.

I legali hanno infine sottolineato come il tradimento della fiducia da parte di un soggetto percepito come un punto di riferimento familiare costituisca un gravissimo aggravio morale che la giustizia non poteva ignorare.

Oltre alla pena detentiva, il Gip ha accolto integralmente le richieste di risarcimento del danno avanzate dalle parti civili, il cui ammontare complessivo verrà quantificato e liquidato in sede civile.

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