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CronacaTorino

Quattro attivisti di Extinction Rebellion a processo per la scritta sulla ciminiera di Leonardo a Torino

Quattro attivisti di Extinction Rebellion andranno a processo: l’accusa è di imbrattamento e il 22 giugno ci sarà l’udienza predibattimentale

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TORINO –  Nel marzo del 2025 scalarono una ciminiera dismessa negli stabilimenti Leonardo per scrivere “Life not War”, in difesa della vita e del pianeta. Ora quattro attivisti di Extinction Rebellion andranno a processo: l’accusa è di imbrattamento e il 22 giugno ci sarà l’udienza predibattimentale.

Cosa è successo

La principale azienda italiana del settore militare e dell’aerospazio, la Leonardo spa, vuole portare a processo quattro attivisti di Extinction Rebellion per la protesta realizzata a marzo del 2025 a Torino. L’azienda accusa il movimento di “imbrattamento” (art. 639 cp) per aver raggiunto una ciminiera in disuso all’interno del complesso industriale di corso Marche e avervi realizzato la grande scritta “Life Not War”, la cui rimozione – disposta nel giro di poche ore – sarebbe costata circa 10 mila euro.

Una delle aziende che più in questi anni ha tratto profitti dall’escalation bellica globale, vuole portare a processo 4 persone per aver scritto su un pilone di cemento abbandonato che servono investimenti nella vita e non nella guerra.

Se c’è un messaggio che emerge da questa vicenda è che Leonardo ha scelto ancora una volta la direzione contraria: War Not Life.

afferma Extinction Rebellion.

Il prossimo 22 giugno, al Tribunale di Torino, è fissata la prima udienza pre-dibattimentale tra i legali del movimento e quelli dell’azienda, che dovrà stabilire l’eventuale avvio del processo.

Perché hanno protestato

La protesta di Extinction Rebellion, dicono gli attivisti, aveva avuto l’obiettivo di denunciare pubblicamente le responsabilità di Leonardo e del governo italiano nella vendita di armi impiegate in bombardamenti indiscriminati in diverse aree del mondo. Il movimento punta il dito sulla fornitura di armi e servizi bellici a Israele, come, ad esempio, materiali e servizi per i velivoli M-346 su cui si esercitano i piloti dell’aeronautica militare israeliana che poi guidano i caccia F-16 e F-35 utilizzati per i bombardamenti.

Allo stesso tempo, l’iniziativa del marzo scorso – continuano – voleva portare l’attenzione sull’aumento dei fondi destinati al riarmo, a scapito degli investimenti per la transizione ecologica e la sicurezza sociale. L’azione arrivava infatti a pochi giorni dall’approvazione al parlamento europeo della risoluzione per Riarmare l’Europa (Rearm Europe), un progetto che mobiliterà fino a circa 800 miliardi per potenziare gli investimenti dei singoli Stati membri nella Difesa.

Più in generale, la spesa militare globale è a livelli record, con aumenti che non si vedevano dalla Guerra Fredda, e nell’ultimo decennio in Italia è aumentata di circa il 30%, con ripercussioni dirette anche sul clima: il settore militare è infatti responsabile del 5% delle emissioni climalteranti, come evidenziato in un rapporto pubblicato in aprile. Contemporaneamente, gli impegni e gli investimenti degli scorsi anni sulla decarbonizzazione vengono abbandonati, come si evince dal rinvio delle chiusure delle centrali a carbone al 2038 e dagli enormi investimenti in gas fossile.

Il ruolo di Torino nel settore della Difesa

In questo scenario, Torino occupa una posizione centrale in Italia. Il capoluogo piemontese è infatti oggi uno dei principali poli dell’industria aerospaziale e della difesa, grazie alla presenza in crescita di numerose aziende del comparto, mentre l’automotive arretra e la crisi di Mirafiori ridisegna il tessuto industriale. Proprio nell’area di corso Marche, dove ha sede Leonardo ed è stata realizzata la scritta contestata, sorgerà la futura Città dell’Aerospazio: un progetto da 1,3 miliardi di euro, con completamento previsto entro il 2028, che punta a integrare ricerca universitaria, industria aerospaziale e della difesa e piccole e medie imprese in un unico grande distretto dell’innovazione.

Negli anni in cui sono state registrate le temperature medie più alte della storia e migliaia di persone hanno perso la vita in guerre e genocidi, l’Europa, l’Italia e le amministrazioni locali continuano ad aumentare le risorse destinate al settore militare.

Sono fondi che dovrebbero essere impiegati per una transizione ecologica rapida, radicale e democratica, capace di affrontare le cause profonde delle crisi che stiamo vivendo.

Per gli attivisti Torino è divenuta una città laboratorio della repressione.

Si apre così un nuovo fronte giudiziario a Torino, legato alle mobilitazioni contro il riarmo e a sostegno della Palestina che negli ultimi due anni hanno attraversato la città e il Paese. Solo nell’ultimo autunno si sono registrate infatti decine di denunce, sanzioni da migliaia di euro, diverse misure cautelari e richieste di sorveglianza speciale in seguito a cortei e occupazioni.

Questa volta, tuttavia, non è coinvolto soltanto l’apparato statale: a muoversi per pretendere misure repressive è direttamente uno dei principali colossi dell’industria della difesa. Una scelta, sostiene il movimento, che segna un ulteriore salto di livello nel conflitto sociale.

Intanto, dal movimento, la posizione resta invariata:

Non sarà un’azienda accusata di crimini contro l’umanità come Leonardo a fermare le migliaia di persone che in questi mesi hanno chiesto giustizia. Lo abbiamo scritto sulla sua ciminiera e lo rifaremmo ancora: Life Not War.

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