Cittadini
Quando i detenuti diventano soci: il modello del Movimento Italiano Diritti Detenuti
Con il riconoscimento come ente del terzo settore, il Movimento dà voce a chi di solito è solo destinatario di assistenza.
Una nuova visione: detenuti come soci attivi
C’è un dettaglio che distingue il Movimento Italiano Diritti Detenuti, da poco associazione riconosciuta ed ente del terzo settore, dalla maggior parte delle realtà che si occupano di carcere: le persone detenute, le ex detenute e i loro familiari non sono trattate come destinatari passivi di un aiuto, ma riconosciute come soci a pieno titolo, con un ruolo e una parola da spendere nella vita dell’associazione.
Un modello inclusivo e democratico
Lo statuto prevede più categorie di aderenti. Accanto ai soci fondatori e ai soci ordinari, ci sono i soci speciali (detenuti, ex detenuti e familiari) e i soci volontari, gli attivisti dei diritti umani che entrano negli istituti e tengono i rapporti con il territorio. A sostenere il progetto, anche enti e aziende come soci sostenitori. Tutti, però, contano allo stesso modo: un associato, un voto, secondo il principio di democraticità richiesto agli enti del terzo settore. Non esistono soci di serie A e di serie B, una scelta non scontata per un’organizzazione che mette intorno allo stesso tavolo persone libere e persone private della libertà.
Semplificare l’adesione: il carcere che parla dall’interno
L’adesione è pensata per essere semplice e inclusiva. Ci si iscrive anche online, dal sito del Movimento; e a chi non può permettersi una quota, a partire da chi è recluso e privo di mezzi, è offerta un’alternativa concreta, come la destinazione del cinque per mille o forme agevolate di contributo. È un modo per allargare la base e, insieme, per ribaltare un’abitudine radicata: far parlare il carcere dall’interno, non soltanto dall’esterno.
Le origini del progetto: l’incontro tra Giulia Troncatti e Alberto Genovese
La scelta riflette la storia stessa dell’associazione, nata, come racconta la fondatrice e presidente Giulia Troncatti, dall’incontro tra «persone libere ed ex detenute» decise a lavorare «gomito a gomito». Una governance snella affida la rappresentanza alla presidente e a un consiglio direttivo, mentre l’assemblea dei soci resta l’organo sovrano. È la traduzione istituzionale di un principio semplice: chi vive un problema deve poter contribuire a definirne le soluzioni.
La governance e il ruolo della Fondazione
In questo disegno ha un posto anche il secondo fondatore. Il Movimento si avvale del contributo della Fondazione Laura e Alberto Genovese, presente tra i soci sostenitori, che ne ha sostenuto l’avvio anche sul piano patrimoniale e ne alimenta gli strumenti digitali. Il cofondatore Alberto Genovese, imprenditore digitale la cui vicenda giudiziaria è nota, oggi in semilibertà e impegnato nel sociale, ha contribuito a far nascere il progetto a partire dal dialogo, con la fondatrice, sul nodo tra dipendenze e detenzione. Un intreccio tra mondo libero, esperienza diretta del carcere e competenze tecniche che il modello associativo prova a tenere insieme.
Oltre la burocrazia: l’importanza del Terzo Settore
La trasformazione in ente del terzo settore non è dunque un passaggio burocratico, ma la traduzione giuridica di un’idea. Diventare ETS significa dotarsi di personalità giuridica e di un patrimonio, potersi candidare a fondi e progetti, rendere conto con trasparenza dell’uso delle risorse, accedere alle agevolazioni fiscali previste per gli enti del terzo settore e operare in modo stabile e continuativo, con obblighi di bilancio e di pubblicità a tutela dei sostenitori. Per un’organizzazione che vuole incidere su un tema delicato e politicamente scomodo, è la differenza tra una buona intenzione e una struttura capace di durare.
Diritti umani come principio fondante
Il messaggio di fondo, però, resta quello racchiuso nella lettera con cui la fondatrice presenta il Movimento: i diritti delle persone private della libertà si difendono meglio se quelle persone, e chi è loro vicino, smettono di essere un problema da gestire e diventano protagonisti. «I diritti umani non si meritano», è la formula con cui chiude il suo appello. «Si hanno. Sempre».
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