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Rondò della Forca, la storia del luogo di Torino dove venivano eseguite le condanne a morte
La storia del Rondò della Forca è legata alle esecuzioni capitali che si svolsero in questa zona soprattutto tra il 1835 e il 1853
TORINO – Oggi è un incrocio tra corso Regina Margherita, corso Valdocco, corso Principe Eugenio e via Cigna. Nell’Ottocento, invece, era il luogo in cui venivano impiccati i condannati a morte. Il Rondò della Forca conserva nel nome una delle pagine più cupe della storia di Torino, quando le esecuzioni erano pubbliche e diventavano uno spettacolo per la popolazione.
Chi attraversa oggi questo slargo, nella zona nord del centro storico, incontra una piazza attraversata dal traffico e il monumento dedicato a San Giuseppe Cafasso. Non è facile immaginare che, quasi due secoli fa, qui si trovasse un patibolo circondato da prati e campagna, lontano dall’aspetto che la città avrebbe assunto con la successiva espansione urbanistica.
Perché si chiama Rondò della Forca
La storia del Rondò della Forca è legata alle esecuzioni capitali che si svolsero in questa zona soprattutto tra il 1835 e il 1853. Lo slargo diventò tristemente famoso come luogo delle condanne a morte dopo la fine dell’occupazione francese.
La piazza era nata in seguito all’abbattimento delle mura cittadine, decretato da Napoleone il 23 giugno 1800. Con il passare degli anni, l’area venne destinata alle esecuzioni pubbliche, effettuate prevalentemente mediante impiccagione. La forca non era una struttura permanente: veniva montata di volta in volta in occasione delle condanne.
La posizione non era casuale. Il luogo si trovava fuori dal nucleo urbano più densamente abitato e non lontano dalle carceri, dalle quali i condannati venivano condotti al patibolo. L’ampio spazio permetteva inoltre alla popolazione di assistere alle esecuzioni.
Quando le impiccagioni diventavano uno spettacolo pubblico
Nella Torino dell’Ottocento, le esecuzioni capitali non si svolgevano lontano dagli occhi della gente. Al contrario, erano pubbliche e avevano anche una funzione esemplare: mostrare le conseguenze dei reati e scoraggiare comportamenti considerati pericolosi dalle autorità.
Il tragitto verso il patibolo cominciava nelle carceri. Il condannato raggiungeva il luogo dell’esecuzione su un carro, accompagnato da una scorta armata, da un sacerdote e dai membri della Confraternita della Misericordia.
Attorno al patibolo poteva radunarsi una folla numerosa. Le cronache e le ricostruzioni storiche raccontano di un contesto che, in alcune occasioni, assumeva i caratteri di una vera attrazione popolare, con venditori, saltimbanchi e curiosi. Non mancavano episodi di ostilità nei confronti dei condannati e comportamenti superstiziosi legati alla morte.
Quella che oggi appare come una normale intersezione stradale era dunque un luogo nel quale la giustizia del tempo veniva messa in scena davanti alla città.
San Giuseppe Cafasso, il prete che accompagnava i condannati
Tra le figure più importanti legate alla storia del Rondò della Forca c’è San Giuseppe Cafasso, sacerdote piemontese vissuto tra il 1811 e il 1860, ricordato come il prete della forca.
Cafasso dedicò una parte significativa della propria attività all’assistenza spirituale dei detenuti, in particolare di quelli condannati a morte. Il suo compito era accompagnarli negli ultimi momenti della vita, offrendo conforto e sostegno religioso durante il percorso dalle carceri al patibolo.
Secondo la scheda di MuseoTorino, furono 57 i condannati che seguirono il suo accompagnamento spirituale. La sua presenza rappresentava un elemento di umanità in un contesto segnato dalla durezza delle pene e dalla spettacolarizzazione pubblica della morte.
La memoria del sacerdote è rimasta legata al luogo delle esecuzioni anche dopo la sua scomparsa. Nel punto in cui sorgeva il patibolo, all’angolo con corso Regina Margherita, si trova oggi un monumento che lo raffigura mentre porge una croce a un condannato.
L’opera, realizzata dallo scultore Virgilio Audagna, venne eretta nel 1960-1961 in ricordo del sacerdote e della sua attività a favore dei carcerati.
L’ultimo boia di Torino e la fine delle esecuzioni
Un altro personaggio associato al Rondò della Forca è Piero Pantoni, indicato dalle ricostruzioni storiche come l’ultimo boia di Torino. La sua ultima esecuzione nella zona risale al 1853, anno in cui il patibolo venne rimosso.
La conclusione di questa fase non significò però l’immediata abolizione della pena di morte. Le esecuzioni continuarono a essere previste dall’ordinamento italiano ancora per decenni, fino alla successiva evoluzione legislativa.
Con la crescita della città, l’area si trasformò progressivamente. I prati e gli spazi aperti lasciarono posto alle strade e agli edifici, mentre il nome del Rondò continuò a tramandare il ricordo della sua funzione originaria.
Il Rondò della Forca e la Torino più oscura
La vicinanza con piazza Statuto ha contribuito a inserire il Rondò della Forca nell’immaginario della cosiddetta Torino magica. La zona è stata spesso associata a racconti inquietanti, credenze popolari e leggende legate alla morte.
Anche l’origine del nome Valdocco viene talvolta collegata all’espressione latina Vallis Occisorum, interpretata come “valle degli uccisi”. Si tratta di una ricostruzione riportata da alcune narrazioni locali, da distinguere dalle certezze documentarie sulla storia delle esecuzioni.
Il fascino oscuro del luogo nasce soprattutto dall’intreccio tra fatti storici e memoria popolare: da una parte le condanne a morte realmente eseguite, dall’altra le storie e le superstizioni che nel tempo si sono accumulate attorno a quest’area di Torino.
La fucilazione di Marilena Grill nel maggio 1945
La storia del Rondò della Forca non si esaurisce nell’Ottocento. Nel maggio del 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale, il luogo fu teatro di un’altra esecuzione: quella di Marilena Grill, sedicenne indicata nelle ricostruzioni locali come ausiliaria della Repubblica Sociale Italiana, fucilata dai partigiani.
Un episodio appartenente a un contesto storico completamente diverso da quello delle impiccagioni ottocentesche, ma che ha contribuito ad associare ulteriormente quest’area alla memoria della violenza e della morte.
Dove si trova oggi il Rondò della Forca
Il Rondò della Forca si trova a Torino, alla confluenza di corso Regina Margherita, corso Valdocco, corso Principe Eugenio e via Gian Francesco Cigna. Per chi passa da queste strade, il riferimento più evidente alla sua storia è il monumento a San Giuseppe Cafasso.
La piazza è oggi parte integrante della città contemporanea, ma il suo nome conserva una memoria difficile da cancellare. Racconta un’epoca in cui le condanne venivano eseguite davanti alla popolazione e in cui il patibolo faceva parte, in modo visibile, della vita pubblica.
È questo contrasto tra il presente quotidiano e il passato del luogo a rendere il Rondò della Forca uno degli angoli più singolari della storia torinese: uno spazio urbano che, dietro il suo nome, custodisce la memoria delle esecuzioni, dei condannati e di chi li accompagnava negli ultimi momenti della loro vita.
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