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Cultura

Cosa tiene accese le stelle? Ecco il futuro secondo Mario Calabresi

Redazione Quotidiano Piemontese

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Più che un giornalista, Mario Calabresi, direttore de La Stampa, è un modo di pensare, è uno sguardo sul mondo. Discutibile quanto si vuole, ma mai banale. In lui c’è qualcosa di cui il pubblico ha bisogno. Forse perché, in tempi di umor nero, il suo punto di vista è anche un punto di fuga, che apre al futuro e fa venir voglia di sognare. Al Salone del Libro Calabresi presenta Cosa tiene accese le stelle (Mondadori) un testo appena uscito, emblematico fin dal titolo.

Accanto all’autore c’è l’amico (e vicedirettore) Massimo Gramellini, una specie di “effetto moltiplicatore”. Con una coppia così, i biglietti Green Point (quelli che garantiscono l’accesso alla sala gialla del Lingotto, dove si tiene l’incontro), volano via in un soffio. Venti minuti prima dell’inizio, il pubblico si assiepa all’ingresso della sala, studia le vie d’accesso, cercandone una che conduca senza intoppi alle prime file. Ascoltare non basta: la gente vuole vedere i due ospiti da vicino, salutarli, conoscerli.

Calabresi entra subito nel vivo e dice di aver scritto il libro su impulso dei lettori del suo giornale, con i quali tiene una quotidiana corrispondenza. Racconta di aver ricevuto molte lettere, quasi tutte riconducibili a due tipologie. C’è la lettera degli over 50, una variazione sul tema “come si stava meglio quando si stava peggio” e c’è la lettera degli under 30: “non c’è lavoro, non c’è speranza, perché i ‘grandi’ ci hanno preso in giro e rubato il futuro”.

A entrambe le categorie l’autore cerca di dare risposta. “Siamo proprio sicuri che negli anni ’70 si vivesse tanto meglio? Se mi guardo indietro io vedo stragi, episodi di collusione, corruzione e Stato deviato. Vedo il funerale dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, assassinato da un sicario di Michele Sindona, cui non partecipò un solo rappresentante delle istituzioni. Vedo un Paese nel quale un terzo delle famiglie non mangiava carne nemmeno una volta l’anno, perché non se lo poteva permettere”. E Gramellini gli fa eco: “Siamo vittime di un torcicollo emotivo, abbiamo la costante sensazione che il passato abbia dei valori in più. Ma questo fa parte della natura umana, da sempre. Basta dare uno sguardo alla letteratura latina per accorgersene: Cicerone rimpiangeva i tempi di Catone, Tacito quelli di Cicerone e così via”.

D’accordo, cerchiamo di dribblare le nostalgie e guardiamo al futuro. “C’è un problema tutto contemporaneo – fa notare Calabresi – In passato si facevano sacrifici estremi, alcuni dei quali oggi sembrano impensabili. Però ogni genitore aveva la consapevolezza che suo figlio sarebbe vissuto meglio di lui. Oggi non è più così”. Attimo di brusio in sala: è arrivato Sergio Marchionne (interessante il suo materializzarsi proprio durante questa riflessione). “Ma guai a scoraggiarsi – riprende Calabresi –  E’ vero, sono tempi precari, eppure nei prossimi vent’anni l’Italia non smetterà di produrre buoni libri, buoni film, buona musica e informazione. E ciò significa che qualcuno dovrà scrivere, produrre, comporre, raccontare. E chi potrà farlo se non i giovani?”. E’ la logica della fatica, del non arrendersi, affascinante (anche se un po’ influenzata dal modello self made man d’oltre oceano).

Ma qualunque etica, senza traduzioni pratiche, resta lettera morta. Calabresi lo sa e sceglie di salutare il pubblico con alcuni racconti tratti dal libro. Storie di ragazzi che non si fermano, che anche in mezzo alle prove di un presente difficile stanno lottando per un futuro solido. C’è Loris, nato a Vinadio (Cuneo), una passione per i computer e una vita che l’ha portato in America, dove ha fondato una società di consulenza informatica con contatti in tutto il mondo. C’è Amal, ragazza marocchina di 13 anni che vive in Liguria, ha una media scolastica stellare, una passione divorante per la lettura e un sogno: diventare cardiochirurga. Sono loro, piccoli eroi della forza d’animo, che offrono a Gramellini il destro per la stoccata conclusiva: “Ricordo una frase che ripeteva sempre un mio insegnante di liceo. Ormai l’ho fatta mia, è divenuta la mia frase preferita: i ‘se’ sono la patente dei falliti. Nella vita si diventa grandi con i ‘nonostante'”.

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