Il Torino Film Festival chiude in bellezza e pensa già al 2012

Fedele alla tradizione di osservatorio delle cinematografie emergenti e di avanguardia nello scouting dei giovani talenti, il Torino Film Festival 2011 ha visto trionfare  A annan veg (Eighter way) che oltre a convincere la giuria presieduta da Jerry Schatzberg si è portato a casa anche il premio della Scuola Holden per la migliore sceneggiatura. Il “beckettiano” film diretto da Hafstein Gunnar Sigurdsson non è stato l’unico a centrare una doppietta. Sono piaciuti molto anche Le vendeur del canadese Sébastien Pilote che si è aggiudicato sia il Premio Cipputi che il Premio Fipresci e Vergiss dein Ende (Way Home) di Andreas Kannengiesser che ha ottenuto il premio per la miglior interpretazione femminile (Renate Krössner) e l’inedito riconoscimento Gli occhiali di Ghandi. Il premio di miglior attore è andato alla straordinaria interpretazione di Martin Compston in Ghosted. Il concorso Torino 29 è stato avaro di soddisfazioni sia per il cinema italiano (in gara con Ulidi piccola mia e I più grandi di tutti) che con il cinema statunitense che con tre film in competizione si è aggiudicato solamente il premio Achille Valdata conferito da una giuria popolare a 50/50. Il premio speciale della giuria è stato assegnato a 17 Filles e a Tayeb, khalas, yalla (Ok, enough, goodbye) due pellicole diversissime, una francese, l’altra libanese, unite, però, dalla volontà di ridiscutere responsabilità e ruoli nella società contemporanea.

Lo stesso Amelio ha sottolineato come le scelte della giuria siano state coerenti con lo spirito della manifestazione riconoscendo ai giovani emergenti un premio in grado di fare da volano per le loro carriere. L’esempio più efficace è il premio per il miglior documentario assegnato a Les éclats (Ma gueule, ma Révolte, mon nom) di Sylvain George che ha battuto due mostri sacri come Martin Scorsese e Werner Herzog. I giurati non si sono fatti suggestionare dai nomi altisonanti in concorso e hanno premiato il lavoro, cosa che non sempre succede. Chiuso con la cerimonia di premiazione di ieri sera e con la festa all’hotel Principi di Piemonte, il TFF guarda già alla prossima edizione, quella del trentennale.

Gianni Amelio nella cerimonia di ieri sera ha riservato i propri ringraziamenti “solo al pubblico” che è aumentato del 10% rispetto alla precedente edizione. Un vero e proprio miracolo se si pensa che il budget a disposizione della manifestazione era di circa 2 milioni di euro contro i 13,5 della Festa del Cinema di Roma e quello di poco inferiore del Festival di Venezia. Nonostante questi risultati e il contratto di Amelio per il 2012 pare probabile un avvicendamento al vertice. La volontà degli assessori alla cultura Michele Coppola e Maurizio Braccialarghe sembra essere quella di affidare la direzione a un giovane regista italiano oppure a un nome di fama internazionale.

Opzione numero uno. Paolo Sorrentino o Matteo Garrone? Sono loro i due talenti quarantenni di casa nostra ma entrambi sono in rampa di lancio sul mercato internazionale e, difficilmente, potrebbero accettare un incarico così oneroso. Opzione numero due. I primi nomi che vengono in mente sono quelli di registi che negli ultimi anni hanno operato in Piemonte e che, dunque, sono in stretta relazione con l’intero sistema cinema che va dal Museo del Cinema alla Torino Film Commission: Peter Greenaway che in Piemonte ha girato Le valigie di Tulse Luper e curato diversi progetti artistici, Wim Wenders, cui è stata dedicata una retrospettiva monografica di enorme successo nel TFF 2007 o magari l’attore e regista John Turturro, sempre più legato alla nostra regione dove ha girato film e diretto spettacoli teatrali. E se si arrivasse a Francis Ford Coppola che due anni fa ritirò il Gran Premio Torino e che quest’anno ha “regalato” il suo Twixt alla manifestazione per una prestigiosa anteprima internazionale?

Ovviamente un’operazione del genere – qualsiasi sia il nome che insedierà al vertice della macchina organizzativa – sarà puramente promozionale. Come già detto “squadra vincente non si cambia” e dopo i miracoli fatti con queste ristrettezze di budget appare evidente che il “motore” del festival resterà lo stesso: Emanuela Martini con la sua squadra di collaboratori. È stata lei nelle ultime cinque edizioni (prima con Nanni Moretti, poi con Amelio) a dare un’impronta al festival riproponendo il cinema di genere anche nel concorso (come faceva a suo tempo Steve Della Casa) e scegliendo le retrospettive con fiuto e intelligenza (Wenders, Cassavetes, Melville, Polanski, Ray, Huston e Altman). Quindi se è probabile che cambi la “carrozzeria” è difficile che cambi il “motore”: i registi fanno i registi e i direttori di festival, Emanuela Martini costruisce la sua creatura con una tessitura che comincia il lunedì successivo alla chiusura.