Torino tamarindo, intervista con Ivano Barbiero

Torna Ivano Barbiero, torna il commissario Aldo Piacentini, torna la Torino degli anni ’60. Torino tamarindo, Fratelli Frilli Editore, è infatti ambientato meno di un anno dopo gli eventi che avevamo conosciuto in Torino – il guardiano dei cavalieri, di cui è a tutti gli effetti il seguito (pur rimanendo assolutamente fruibile come romanzo autonomo).

Il commisario Piacentini deve questa volta indagare su un corpo mummificato trovato negli infernotti della Basilica dei Santi Maurizio e Lazzaro, una delle chiese più ricche di mistero della nostra Torino, che si fonde con la struttura del vecchio ospedale Mauriziano.

Le indagini lo porteranno a incontrare nuovamente i personaggi che avevamo conosciuto nel primo libro, le cui storie si evolvono, continuano e in alcuni casi di chiudono definitivamente. Barbiero ci guida in un viaggio tra i misteri più classici di Torino. Trovate qui la recensione completa.

Ivano Barbiero ha risposto alle mie domande.

Torna Piacentini in quello che è in effetti un vero e proprio seguito del romanzo precedente (pur rimanendo assolutamente fruibile anche come romanzo autonomo). Quando è nata questa seconda avventura?

Il 3 di maggio dell’anno scorso, il giorno dopo il mio compleanno. Ho pensato che c’erano un po’ di amici di fantasia da ritrovare. Avendo già una traccia è stato abbastanza facile. Per ognuno di loro ho provato a immaginare un privato molto normale, al di là della singolarità dei personaggi. Un vissuto fatto di osservazioni, ricordi, timori, rinunce, ripensamenti. Quello che capita alla maggior parte di noi.

Il tuo protagonista è in un momento molto difficile della sua vita…

Il commissario Aldo Piacentini è una persona normale con un privato più che tranquillo al di là del ruolo che svolge. Niente voli di Superman o attrazione alla celebrità. Come accade a molti il suo è un quotidiano fatto di rogne, fastidi, contrattempi, ma anche piccole gioie e altri piaceri minimi della vita, come possono essere ad esempio i cannoli siciliani.

Siamo di nuovo nella Torino degli anni ’60 e questa volta il fulcro della vicenda è un altro luogo fondamentale della stroia torinese: la chiesa dei Santi Maurizio e Lazzaro, i suoi sotterranei e i collegamenti col vecchio ospedale. Perchè hai scelto questo luogo così ricco di storia e misteri?

Perché in quell’edificio abita il mio amico Dino Aloi, uno dei più grandi collezionisti italiani ed europei di fumetti e giornali satirici d’epoca. Nel mio primo noir, Il Guardiano dei Cavalieri, ho descritto la sua casa parlando dello pseudo mago Marco Isidori. E’ lui infatti che abita nella quinta altana di Porta Palazzo ed è sempre lui che ha le antiche mappe dei sotterranei e degli infernotti del vecchio ospedale Mauriziano e di conseguenza conosce gran parte dei misteri e segreti di quell’antico luogo.

Ritroviamo molti dei personaggi del primo romanzo. Come sono cambiati?

Sono soltanto un po’ invecchiati. Hanno rinsaldato vecchie amicizie oppure si sono ritrovati a fare i conti con l’imprevedibilità della vita e del destino. E Torino ancora una volta non è che li abbia aiutati nei loro percorsi, Ho cercato di dare un carattere definito e motivazioni ai vari Antonio Ponto, Stella, “Rosso Fumante” e Cecilia quest’ultima alla lunga si rivelerà il personaggio vincente e dominante nonostante la sua evidente fragilità.

Tra gli altri personaggi ritroviamo anche un certo Ivano Barbiero. Ti sei divertito ad inserirti nella vicenda?

Sì è stato un gioco e devo ringraziare Armando D’Amaro che mi ha dato l’ispirazione inserendomi in un suo romanzo dove appaio come un ergastolano che evade. Premetto che non ho vissuto in prima persona quegli episodi ma conosco la solitudine e la tristezza delle case di riposo dove molte volte i figli “parcheggiano” i genitori fino a che non tolgono il disturbo. Comunque sia, conosco amici insospettabili che hanno coltivato a lungo il sogno di diventare milionari in cambio di un silenzio, folle quanto pericoloso, dopo avere incontrato personaggi border line che millantavano averi e ricchezze favolose.

Misteri, sette, sotterranei… anche le prossime avventure di Piacentini avranno come base la Torino più nera e magica?

Ho cominciato da alcuni giorni il terzo romanzo. Non so ancora che cosa accadrà di preciso al commissario Aldo Piacentini e agli altri personaggi. Torino è una miniera inesauribile di spunti, forse seconda solo a Roma qui in Italia. Purtroppo conosco, e amo, una città trasversale, insolita, che ho avuto modo di frequentare, anche mio malgrado. Certo facendo una bella passeggiata in centro è difficile entrare a contatto con l’ignoto. Ma a due passi da piazza San Carlo c’è il Museo Egizio e lì di spunti se ne trovano a bizzeffe. Poi a 100 metri dalla centrale via Po troviamo la Mole Antonelliana, il capolavoro dell’Antonelli, dove vale la pena perdersi anche solo per i reperti e cimeli che ospita il magnifico Museo del Cinema. Per non parlare delle vecchie case e dei cortili. Se poi uno ha voglia di entrare nelle chiese cercando il miracoloso ne rimarrà letteralmente incantato: impronte del diavolo, ampolle con gocce del sangue di Cristo, schegge del legno della Santa Croce o fili della Santa Cuna e tante altre mirabilie, comprese 5mila reliquie di santi in mostra nei sotterranei di una delle basiliche torinesi.

 



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