In guerra non andare, intervista con Paolo Calvino

Paolo Calvino ha pubblicato con Neos Edizioni un interessante volume che porta l’attenzione su una pagina nerissima della storia d’Italia: la guerra in Etiopia. In guerra non andare ha una composizione particolare. Mette insieme infatti le lettere dal fronte di Giovanni Barbero, nonno dell’autore partito da un piccolo paesino del cuneese, gli appunti di viaggio di Calvino stesso, che ha ripercorso gli spostamenti dell’antenato soldato in Etiopia ed una serie di riflessioni e ricerche su libri e materiali d’epoca relativi ad un periodo che sarebbe bene non dimenticare.

Trovate qui la recensione completa del libro. Paolo Calvino ha risposto alle mie domande.

Con “In guerra non andare” riporti all’attenzione del lettore una pagina nerissima della storia d’Italia, una pagina di cui si parla poco e che sarebbe bene conoscere meglio e non  dimenticare…

E’ uno dei motivi per cui ho scritto questo racconto: è necessario conoscere i fatti per smentire innanzitutto una serie di luoghi comuni con i quali molti italiani assolvono i responsabili dei crimini commessi e si sono autoassolti come nazione. Mi pare poi urgente riflettere sui meccanismi innescati dai nazionalismi e dai razzismi e
che condussero alla guerra, visto che alcuni di essi si stanno ripresentando.

Tutto parte dai racconti di tuo nonno e dalle sue lettere dal fronte. Come hai deciso che sarebbero poi diventati un libro?

Ci pensai per la prima volta già nel 1996, dopo la morte dei miei nonni, quando lessi le lettere che il nonno aveva scritto dall’Etiopia e che la nonna aveva conservato: ci trovai la descrizione dell’assurdità della guerra e l’intensità dei sentimenti di un ragazzo che si era ritrovato in una situazione estrema, due elementi che mi sembrava valesse la pena di raccontare.

Il lavoro di preparazione mi pare di capire sia durato molti anni. Come mai?

Per documentarmi sugli avvenimenti storici furono sufficienti pochi anni, due o tre, ma poi era necessario ritrovare i luoghi in cui mio nonno aveva sofferto e combattuto. Bastava andare in Etiopia, certo, ma a quel punto fu la mia vita a diventare meno facile e rimandai il viaggio molte volte, fino al 2017. Solo in quel momento ho cominciato
davvero a scrivere per raccontare le nostre due rispettive storie. Il periodo fra il primo e il secondo viaggio, che ho compiuto alla fine del 2018, è stato invece sufficiente per documentarmi sulla storia delle località etiopi visitate e della ferrovia Addis Abeba – Gibuti. Poi nel libro sono confluite anche letture di molti anni precedenti, che in un certo senso avevo tenuto da parte per l’occasione.

Parte fondamentale del libro (insieme ovviamente alle lettere di Giovanni Barbero) è il tuo viaggio in Etiopia sulle sue tracce. Che paese hai trovato? Quali tracce della presenza italiana sono evidenti ancora oggi?

Un paese che sta vivendo l’inizio di un boom economico e che sta passando da un regime politico autoritario a una maggiore libertà. C’è ottimismo, ma anche molta incertezza sulla gestione dei due processi di trasformazione. Un paese in cui si tentano strade per la costruzione della pace, sia a livello locale, come nel caso che racconto della comunità di Awra Amba, sia a livello nazionale e internazionale con l’azione del nuovo primo ministro, Abiy Ahmed, a
cui due mesi fa è stato conferito il premio Nobel per la Pace. Le tracce dell’aggressione e dell’occupazione italiana degli anni 1936-1941 sono quasi del tutto scomparse. Gli italiani che, per concessione dell’imperatore, rimasero in Etiopia dopo la guerra pare si siano comportati abbastanza bene e i governi italiani repubblicani hanno in parte ricucito i rapporti attraverso la cooperazione, ma credo che la memoria delle atrocità subite sia svanita soprattutto
perché le generazioni sono più ravvicinate e la vita media più breve: per un mio coetaneo etiope non è la guerra del nonno ma almeno del bisnonno. Inoltre, la memoria della storia etiope, a livello per esempio di musei e monumenti, è oggi concentrata sul periodo della dittatura di Menghistu e sulla successiva liberazione, quindi sugli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Nonostante i miei timori iniziali, nessuno ha mostrato rancore nei miei confronti quando dicevo di essere italiano.

Altro aspetto che mi pare interessante. Un ragazzo che ha sempre vissuto in un piccolo paesino del cuneese si ritrova catapultato in guerra in un mondo completamente diverso, peraltro in un periodo in cui non c’era facile accesso alla scoperta di luoghi lontani…

Questo è un tema su cui mi soffermo nella prima parte del libro. Mio nonno non sapeva nulla dei preparativi della guerra e quando si ritrovò in Etiopia non conosceva né la sua geografia né la sua cultura. D’altra parte, già Cuneo gli sembrava un luogo fantastico rispetto al suo paesino. Ma ci terrei che dal mio racconto emergesse una differenza basilare fra dittatura e democrazia: nella prima lo Stato dispone delle vite delle persone a loro totale insaputa, mentre nella seconda i cittadini hanno accesso a un’informazione libera e completa sulle questioni che li riguardano. Infatti, fu solo a partire dagli anni Sessanta che gli storici italiani ebbero la possibilità di studiare il conflitto del 1936 e divulgare le loro ricerche. Anche questo è un bene che oggi non dovremmo dare per scontato e duraturo.

In tutto questo un messaggio è chiarissimo: “In guerra non andare. Per nessun motivo. Non andare.” Eppure sembra che l’uomo non riesca a recepirlo. Tenere viva la memoria può aiutare?

Può aiutare a diventare più consapevoli dei rischi che corriamo. Gli interessi e gli istinti che conducono alle guerre sono sempre in azione e raggiungono più facilmente il loro scopo se trovano di fronte persone indifferenti o eccessivamente ottimiste. Quando da ragazzo ascoltavo i racconti di mio nonno e quando, anni dopo, lessi le sue
lettere, mi chiedevo sempre cosa avrei fatto io al suo posto. Sarei soddisfatto se i lettori del mio racconto si ponessero la stessa domanda.