Torino, la chiusura del cerchio, intervista con Maurizio Blini

Torino. Zona Lucento. Alcuni scavi portano alla luce delle ossa umane che si scoprono risalenti al 1974. Intanto un uomo di 87 anni viene sostanzialmente obbligato dal figlio a trasferirsi in una casa di riposo e resta profondamente sconvolto da questa inaspettata svolta della sua vita.

Sono i due punti di partenza di Torino, la chiusura del cerchio, il nuovo romanzo di Maurizio Blini per Fratelli Frilli Editori. Si tratta della nuova avventura di Vivaldi e Meucci, i protagonisti della saga di Blini, che negli anni hanno avuto un’importante evoluzione. Trovate qui la recensione integrale del libro.

Maurizio Blini, il nuovo romanzo ci porta lontano nel tempo più che nello spazio. Come è nato?

Il romanzo è nato un po’ come tutti gli altri, osservando il mondo che mi circonda, le persone, i luoghi, gli avvenimenti. Osservare, memorizzare, elaborare, scrivere, raccontare, descrivere, poi unire a queste storie le giuste
spezie, q.b., proprio come in cucina. E le spezie altro non sono che emozioni, sensibilità, ricordi che riaffiorano dal passato, dal tuo intimo. Infine la fantasia per mantecare il tutto, ed il piatto è servito.

Tornare nel passato con gli strumenti di oggi è fantastico. Praticamente come viaggiare su di una macchina del tempo. Calarsi in epoche che sembrano lontane anni luce mentre in verità sono solo dietro l’angolo è una sensazione
strana, affascinante.

L’intreccio ci parla ovviamente di omicidi ma anche di terrorismo. Sono i difficili anni ’70 della nostra Italia…

Sì, anni difficili che però abbiamo superato. Il tornare con un’indagine nel passato ci indica però direzioni nuove, evoca risposte diverse. Il mondo corre a una velocità sostenuta e muta, come la pelle di un serpente. Noi ci
adattiamo perché questo mutamento è quasi impercettibile, ma se dobbiamo fare salti di decenni, come nel nostro caso, immergerci proprio in quegli anni, ci sembra tutto impossibile, strano, bizzarro. Senza contestualizzazione tutto è apparentemente privo di logica. E la cosa è assolutamente intrigante.

E la Torino di quegli anni?

Beh, la nostra città in quegli anni era grigia, chiusa, intimorita. Erano gli anni della grande Fiat che continuava a monopolizzare tutto, dei catanesi contro i calabresi, delle sparatorie in città, delle rapine, ma anche del terrorismo, i cosiddetti anni di piombo, delle stragi, delle grandi manifestazioni di piazza.
La ricordo bene quella Torino. La gente aveva paura. E anche in questo caso, sembra di parlare di un secolo fa.

Poi c’è un’ampia parte della storia che ci porta a riflettere sul difficile rapporto anziani-figli in una società moderna in cui ritmi sono diventati insostenibili. Ed hai scelto di approfondire questo tema attualissimo con gli occhi dell’anziano protagonista…

Un personaggio particolare quello di Mario, con cui è facile empatizzare, i suoi malanni e conflitti generazionali sono lo specchio di una società malata e opportunista. Una storia nella storia, come spesso amo raccontare, insieme
ad altri personaggi che non sono solo semplici comparse, ma anch’esse fotografie sbiadite di un mondo che cambia. Ma attenzione, perché nel tessuto narrativo ho lasciato dei tombini aperti ed è facile precipitarvi, è opportuno restare vigili. Nulla è quel che sembra veramente, e persino i personaggi che paiono più simpatici e vicini al lettore, potrebbero avere un qualche cosa da nascondere. Di terribile.

Tornando al giallo, ad indagare è la squadra ormai guidata dal commissario Federico, che ha sulle spalle un’eredità pesante. Cosa ha imparato da Vivaldi e Meucci?

Il punto di forza del lavoro di squadra è proprio questo. Si può essere tutti intercambiabili. Se poi la squadra ha avuto nei decenni a capo rispettivamente prima Maurizio Vivaldi e, successivamente, Alessandro Meucci, direi che possiamo andare su sicuro. Federico non è altro che una loro emanazione filosofica, lo spirito della continuità professionale ma anche morale.

A proposito… che ci fanno Vivaldi e Meucci a Cuba?

Chi avrà letto I delitti del dragone, la loro precedente avventura sempre targata Fratelli Frilli Editori, saprà che quell’indagine sui cinesi finì malamente. Un duro colpo per Meucci, ferito a morte nell’animo, nel suo orgoglio, nella sua onestà intellettuale. Il romanzo finisce con lui che decide di andarsene dalla polizia, schifato da dinamiche superiori che non riesce più a tollerare. Con lui il buon Vivaldi e persino il magistrato dell’epoca, il dottor Picozzi. Accusato il cosiddetto punto di rottura, i nostri amici decidono di abbandonare anche la città, le loro case e intraprendere una vita nuova, lontano da quel cancro che sembra essersi impossessato del loro passato. Si
recano in Brasile, dove vive il figlio di Vivaldi. Decidono per un anno sabbatico che li porta anche a Cuba. Come dire, il luogo giusto al momento giusto per tornare sotto i riflettori e prendersi tutti i meriti di una vicenda paradossale ed emotiva che proprio lì, troverà la parola fine.
Una botta di culo, se vogliamo, ma in questa circostanza non guasta



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