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I Racconti di Pavese tra i Capolavori Ritrovati, intervista con Roberto Marro
L’intervista con Roberto Marro
TORINO – Pensi ad un autore del Piemonte e probabilmente ti viene in mente Cesare Pavese, forse il più significativo tra i pur tanti nomi che hanno arricchito il nostro panorama letterario. Senza dubbio il più legato al territorio.
Ecco che quindi riscoprire alcuni dei suoi racconti è un’operazione utile per comprendere meglio l’autore e il territorio. Capricorno, nella sua collana Capolavori ritrovati, questa volta torna a farci godere alcuni dei primi Racconti di Pavese. Non sono racconti inediti ma è inedita la loro organizzazione.
Tre parti che ci parlano di Paese, Città e Prigione. Tre luoghi fisici che in Pavese si trasformano in luoghi dell’essere. Sono tutti racconti scritti tra il 1937 e il 1944 e perlopiù arrivano da Notte di Festa e Feria d’Agosto. Ma la nuova organizzazion regala una luce e un significato nuovo alle storie.
Prima il Paese, con racconti in cui o protagonisti sono ragazzi e il luogo è la campagna, distante dall’età adulta e dalla città. Poi la Città, appunto, dove stile di vita e presenza umana creano situazioni di profonda solitudine. Infine la Prigione, con la disillusione, il confino, la sconfitta. Tra questi c’è lo splendido racconto lungo Il carcere.
Ne abbiamo parlato con Roberto Marro, che è curatore dell’intera collana Capricorno.
Intervista con Roberto Marro
Una raccolta di racconti di Pavese, non inediti, ma riorganizzati per tema. Come è nato questo volume?
Pavese è stato uno scrittore molto letto e molto amato, soprattutto a Torino e in Piemonte. Ma ho spesso avuto l’impressione che, a mano a mano che ci si è allontanati dalla sua drammatica scomparsa, la sua opera sia stata volentieri «storicizzata», spesso incasellata, limitata; non più letta per il suo valore formale e contenutistico autonomo, ma confinata in un passato definitivamente compiuto. Come se, oggi, l’opera letteraria di Pavese non potesse più dire nulla ai lettori contemporanei. Non sono d’accordo neanche un po’. Per questo, quando si è trattato di dare vita a «Capolavori Ritrovati», collana destinata a riproporre e a far rileggere testi del passato da anni trascurati dal mondo editoriale italiano, Pavese è stato uno dei primissimi autori a cui abbiamo pensato. Così, nel 2024, è stata proprio l’opera prima del «giovane» Pavese, Ciau Masino, a inaugurare la collana: si tratta di un testo coeso, dal carattere quasi sperimentale (mette insieme poesia, narrativa, dialetto, una struttura a «doppio protagonista»…), pubblicato autonomamente solo una volta, nel lontano 1968, e poi mai più, quasi lo si fosse ritenuto un’opera immatura, minore, da leggere (?) più come «ritratto dello scrittore da giovane» che come il frutto di una ricerca estetica e contenutistica originale. A noi, invece, è sembrato un libro essenziale per riconsiderare lo scrittore da un’altra prospettiva. E così quest’anno a Pavese siamo tornati. Ma non al Pavese di La luna e i falò, di La casa in collina, ormai accettato e per così dire «digerito» e reso inoffensivo dalla vulgata critico-letteraria. Ci piaceva l’idea di riportare alla luce testi meno frequentati e, per così dire, rimetterli in prospettiva. Dunque una scelta di racconti. Perché Pavese è un grande scrittore di racconti. Anzi: la dimensione della narrazione breve appare forse oggi una delle meno caduche nel complesso della sua opera. Le ragioni sono molteplici. Certo, molto hanno influito il suo amore per e la frequentazione della letteratura angloamericana, dove la short story è un genere letterario a tutto tondo che richiede una tecnica, un’economia di mezzi, un rigore di pensiero narrativo che ben convengono allo scrittore torinese-langarolo. Ma con ogni probabilità la ragione vera è un’altra, più profonda: esistenziale e tecnica. Ci sembra che per Pavese il racconto sia anzitutto uno strumento d’indagine che gli consente di portare alla luce e di sistematizzare il proprio arsenale di temi, sguardi, miti, personaggi, ambienti. Il racconto è lo strumento insostituibile di una sorta di «carotaggio esistenziale» che serve allo scrittore (e, secondo noi, al lettore) per misurarsi, per costruirsi un pensiero narrativo identitario e anche per forgiarsi quella lingua che anni fa Italo Calvino ha felicemente definito «trasparente, morbida, guardinga» – una lingua che proprio in questi racconti trova alcuni tra i suoi vertici ineguagliati di efficacia. Insomma, testi da rileggere assolutamente per non fermarsi all’immagine un po’ stantia del Pavese «esistenzialista di collina» da antologia del liceo.
Tre luoghi fisici che diventano luoghi dello spirito. Possiamo semplificare dicendo che il Paese è la giovinezza e il sogno, la Città l’età adulta e la solitudine, la Prigione la maturità e la disillusione?
La raccolta è in effetti divisa in tre parti/luoghi: «Il paese», «La città», «La prigione». Naturalmente, semplificando, viene naturale attribuire a ciascuna delle tre parti un significato quasi di altrettante tappe di una sorta di «educazione sentimentale» che procede da una sorta di fanciullezza mitica, in cui ancora tutto (o quasi) è possibile, per approdare in ultimo alla fine delle illusioni dell’età adulta, quando le costrizioni (sociali, psicologiche) della vita sembrano aver ormai ingabbiato l’esistenza.
Si tratta di una lettura perfettamente legittima e che senz’altro troverà d’accordo i «pavesiani» di lungo corso. In realtà, questa selezione tematica vuole soprattutto sottolineare i temi forti che pervadono, come altrettanti fiumi sotterranei che scorrono in una contemporaneità assoluta, tutta l’opera pavesiana. Ma poi l’intento era anche un altro, meno metaforico, per così dire: si tratta anche e soprattutto di una selezione formale, per riproporre, accostati, alcuni tra gli esiti più mirabili della narrativa di Cesare Pavese: basterebbe citare, nella prima sezione, il respiro faulkneriano di Il mare, e Il colloquio del fiume, tra le pagine più imperfettibili di Pavese; o, in «La città», gli straordinari piani sequenza di La villa in collina, un racconto polifonico che sembra anticipare i ritmi narrativi, la scabra modernità dei dialoghi e l’ineluttabile fissità dei personaggi di La notte o degli ultimi 10 minuti di L’eclisse, di Michelangelo Antonioni – che del resto aveva già mostrato la sua consonanza con l’universo pavesiano in Le amiche, del 1955, tratto dal romanzo Tre donne sole, di cui va segnalata più di un’analogia con il bellissimo racconto Le tre ragazze, qui riprodotto; o, ancora, la forza coesa dei tre racconti di «La prigione», in cui la descrizione dell’universo carcerario-reclusivo muove sì dall’esperienza vissuta da Pavese dell’esilio «politico» a Brancaleone (RC, 1935-36), ma attinge ben presto a significati universali, indagando con acutezza insieme metaforica e realistica i temi dell’ineluttabilità del destino e della fondamentale assurdità dell’esistenza, secondo movenze che ricordano le contemporanee riflessioni di Camus e dell’esistenzialismo (ecco, Camus: un altro scrittore che non si rilegge più abbastanza, ma qui il discorso si allargherebbe troppo).
Allarghiamo il campo alla collana dei Capolavori Ritrovati, che ho più volte definito “meritevole”. Qual è lo spirito?
L’idea, come dicevo, è riportare in libreria testi e autori del passato di grande valore, ma da anni trascurati dal mondo editoriale italiano (che non è diverso – e perché mai dovrebbe esserlo? – dal resto del Paese: di scarsa memoria, e sempre pronto a dimenticare). Eppure tra le pieghe del nostro mondo editoriale esistono tanti capolavori da riscoprire, che spesso in pochi, soprattutto tra i giovani, hanno avuto la possibilità di leggere per il semplice fatto che è difficile (spesso impossibile) reperirli. Ecco, questa è l’idea: rimettere in circolo tanta eccellente letteratura ingiustamente dimenticata. Non solo: ogni volume della collana presenta una postfazione in cui un narratore, un critico, uno storico contemporaneo, scelto nel gruppo dei nostri autori storici, dà una sua lettura dell’opera, evidenziandone i valori, sottolineandone originalità e motivi di lettura.
Come scegliete autori e testi della collana? Quanto è forte il legame della collana col il territorio?
Le due risposte sono legate. Anzitutto, i testi che abbiamo ripubblicato li ho incontrati (o, meglio, avrei voluto incontrarli) durante i miei percorsi di lettura degli anni passati: libri che avrei voluto leggere e che non erano reperibili sugli scaffali delle nostre librerie. E che quindi erano da cercare altrove, anche con fatica, soprattutto nelle biblioteche pubbliche. Libri infine letti, in qualche modo, e selezionati per il loro valore letterario, libri che in fase di programmazione redazionale abbiamo ritenuto meritevoli di riproposizione. In più, questa collana, oltre che nel normale circuito commerciale delle librerie, viene proposta in allegato al quotidiano La Stampa, che al territorio piemontese è intimamente legato: ecco quindi spiegate alcune scelte che possono in effetti sembrare legate soprattutto alla realtà territoriale in cui Capricorno opera: Pavese, certo, ma anche il Guido Gozzano dei racconti, l’ultimo romanzo di Giovanni Arpino, un Emilio Salgari, due feuilleton-noir d’inizio Novecento di Carolina Invernizio, un eccentrico romanzo umoristico di Achille Giovanni Cagna, un inaspettato Emilio Salgari bohémien torinese…
Quali sorprese dobbiamo aspettarci?
La linea è tracciata: la collana continuerà, a questo punto nel 2027, a proporre opere di autori di grande valore, ma scomparse da anni (in alcuni casi da decenni) dal circuito librario. Stiamo proprio in questo periodo ragionando sui prossimi 2-3 titoli, ma permettetemi di non anticipare nulla. Posso solo dire che il livello letterario e la curiosità intellettuale che susciteranno i prossimi libri della collana non saranno certo da meno rispetto a quello dei titoli già usciti.
Torniamo a Pavese per chiudere. Cosa può ancora regalarci leggere Pavese oggi?
Anzitutto, una prosa e un pensiero narrativo di rigorosa bellezza. Una bellezza spesso asciutta, lontana da ogni forma di retorica; una misura narrativa (quella dei racconti soprattutto) scabra e insieme raffinata, forte e gentile. Un autore e un’opera di cui, al di là della vulgata critica che da qualche anno sembra volerlo porre ai margini delle italiche lettere novecentesche, la letteratura italiana non può (non deve) fare a meno. Da riscoprire senza pregiudizi di alcun genere.
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