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CronacaCuneo

Nuova condanna per l’“Acquabomber” che minacciò le acque piemontesi: la pena totale sale a 7 anni

Il modus operandi orchestrato dal cinquantatreenne era scientifico e mirava a scatenare il panico aziendale per monetizzare il silenzio

Gabriele Farina

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CUNEO – Si aggrava la posizione giudiziaria di David Sirca, il cinquantatreenne hacker noto alle cronache come il nuovo “acquabomber”. I giudici del Tribunale di Cuneo lo hanno condannato a tre anni di reclusione, una pena che va a sommarsi a quella precedentemente inflitta dal Gup di Roma, portando il totale del cumulo provvisorio da espiare a sette anni di carcere.

L’uomo, in arresto dal giugno del 2022, non ha ancora finito di fare i conti con la giustizia: la sua scia di tentate estorsioni ha toccato diverse procure e i processi a suo carico sono tuttora in corso in vari tribunali italiani.

Il mirino sulle eccellenze piemontesi

Nel procedimento appena conclusosi a Cuneo, Sirca doveva rispondere di tentata estorsione aggravata ai danni di quattro importanti realtà del tessuto economico e agroalimentare piemontese. Tra i marchi finiti nel mirino dell’hacker figurano tre colossi del settore idrico e una storica cantina vinicola:

  • Acqua Sant’Anna (Vinadio)
  • Acqua Eva
  • Acqua San Bernardo
  • Casa vinicola Chionetti (Dogliani)

La strategia del terrore: mail anonime, cianuro e tallio

Il modus operandi orchestrato dal cinquantatreenne era scientifico e mirava a scatenare il panico aziendale per monetizzare il silenzio. Sirca inviava alle dirigenze delle aziende messaggi di posta elettronica con indirizzi alterati e camuffati per rendersi irreperibile, avanzando richieste di ingenti somme di denaro in cambio del mancato avvelenamento dei prodotti.

Per rendere la minaccia il più concreta e terrificante possibile, l’estorsore non si limitava a un vago avvertimento. Nei messaggi indicava con precisione una specifica catena della grande distribuzione dove avrebbe colpito e allegava immagini dettagliate che spiegavano, passo dopo passo, il processo di contaminazione.

Anche la scelta delle sostanze tossiche da evocare variava a seconda del bersaglio per aumentare l’effetto intimidatorio: in alcuni casi l’hacker ha minacciato l’utilizzo del tallio, in altri ha paventato l’uso del cianuro. Un bluff informatico e criminale che però non ha piegato le aziende e che, grazie alle indagini, ha portato l’uomo dritto in cella.

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