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Femminicidio, gli psicologi: «Non è un’opinione, ma un fenomeno studiato da cinquant’anni»

Femminicidio: che cos’è e perché si chiama così

Gabriele Farina

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TORINO – C’è una domanda che ciclicamente riemerge nel dibattito pubblico e che le parole del generale Vannacci hanno ravvivato negli ultimi giorni: il femminicidio esiste davvero oppure è soltanto un termine ideologico? Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ricorda che la risposta arriva dalla ricerca scientifica, dai dati e dall’esperienza clinica: il femminicidio non è un’opinione, ma un fenomeno specifico e riconosciuto da decenni di studi.

In una riflessione firmata da Francesca Schir, segretaria del CNOP e coordinatrice del Comitato Pari Opportunità del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, gli esperti invitano a riportare il confronto pubblico su basi scientifiche, ricordando come comprendere la violenza di genere faccia parte del lavoro quotidiano di psicologhe e psicologi.

Una parola nata per descrivere una realtà precisa

Il termine “femminicidio” ha una storia ben definita. La criminologa statunitense Diana Russell utilizzò per la prima volta il termine inglese femicide nel 1976 durante il Tribunale internazionale sui crimini contro le donne. Nel 1992 ne precisò il significato, definendolo come l’uccisione di una donna in quanto donna, cioè motivata da ragioni legate al genere.

Successivamente, l’antropologa messicana Marcela Lagarde introdusse il termine spagnolo feminicidio, poi tradotto in italiano come femminicidio, ampliando il concetto fino a comprendere le molteplici forme di violenza, sopraffazione e discriminazione che spesso precedono l’omicidio.

Secondo gli psicologi, l’introduzione di questa parola rispondeva a una necessità precisa: il termine “omicidio”, neutro dal punto di vista del genere, non evidenziava il movente specifico di questi delitti.

I numeri del fenomeno in Italia

I dati più recenti confermano l’esistenza di caratteristiche ricorrenti.

Secondo il report del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno relativo al 2025, in Italia sono state uccise 97 donne. Di queste, 85 hanno perso la vita in ambito familiare o affettivo e 62 sono state uccise dal partner o dall’ex partner.

Il dato che maggiormente colpisce riguarda la stabilità di questi numeri nel tempo. Mentre il numero complessivo degli omicidi nel Paese continua a diminuire, gli omicidi di donne all’interno delle relazioni affettive restano sostanzialmente invariati: 62 vittime nel 2024 e altrettante nel 2025.

Una dinamica che, secondo il CNOP, evidenzia la natura strutturale del fenomeno. Gli uomini vengono uccisi prevalentemente in contesti differenti e solo raramente da persone con cui hanno avuto una relazione sentimentale. Questa asimmetria si ripete anno dopo anno, delineando un modello riconoscibile.

La “grammatica” della violenza

Per chi lavora nell’ambito della salute mentale, il femminicidio raramente rappresenta un evento improvviso.

Gli psicologi ricordano come spesso si tratti dell’ultimo atto di una lunga escalation di violenza. Già nel 1979 la psicologa Lenore Walker descrisse il cosiddetto “ciclo della violenza” nei rapporti abusanti: una fase di crescente tensione, seguita dall’esplosione della violenza e infine da una fase di apparente riconciliazione che alimenta nella vittima la speranza di un cambiamento.

Con il passare del tempo, però, il ciclo tende a ripetersi e ad aggravarsi.

A questo quadro si aggiunge il concetto di “controllo coercitivo”, elaborato dal sociologo Evan Stark. Si tratta di una forma di dominio che può manifestarsi attraverso isolamento, svalutazione, sorveglianza costante, controllo economico e limitazione delle relazioni sociali.

Una violenza spesso invisibile agli occhi esterni perché non lascia necessariamente segni fisici, ma che rappresenta un importante indicatore di rischio.

È all’interno di queste dinamiche, spiegano gli esperti, che emerge la differenza tra il femminicidio e altri tipi di omicidio: il possesso, il controllo e l’incapacità di accettare l’autonomia della donna o la fine della relazione.

Perché riconoscere il femminicidio aiuta a prevenire

Attribuire un nome specifico al fenomeno non rappresenta soltanto una scelta linguistica.

Per gli psicologi, riconoscere la specificità del femminicidio ha conseguenze concrete sul piano della prevenzione. Consente infatti di individuare i momenti di maggiore pericolo, come quelli successivi alla decisione di interrompere una relazione, e di predisporre strumenti adeguati di protezione.

Permette inoltre di intervenire sugli uomini autori di violenza attraverso programmi specifici finalizzati a interrompere i comportamenti aggressivi e a ridurre il rischio di recidiva, mantenendo sempre come priorità la sicurezza delle donne.

Anche per i familiari delle vittime, spiegano gli esperti, poter dare un nome a quanto accaduto rappresenta un elemento importante nel percorso di elaborazione del dolore e di riconoscimento della verità vissuta.

“Dove manca il nome – sottolinea il CNOP – si fatica perfino a vedere il problema”.

Il riconoscimento nella legge italiana ed europea

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi evidenzia inoltre come il legislatore abbia recepito indicazioni che la comunità scientifica sostiene da tempo.

La legge 181 del 2025 ha introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio attraverso l’articolo 577-bis. Nella stessa direzione si muove anche l’Unione Europea con la direttiva 2024/1385, che richiama esplicitamente sia il femminicidio sia il controllo coercitivo tra le forme di violenza contro le donne.

Secondo gli psicologi, queste norme riconoscono l’esistenza di un movente specifico fondato su dominio, possesso e odio esercitati nei confronti della donna in quanto donna, inserito all’interno di un preciso contesto culturale.

Distinguere il movente, precisano, non significa attribuire un diverso valore alle vittime, tutte ugualmente tutelate dalla legge, ma comprendere meglio il fenomeno per contrastarlo in modo più efficace.

Il ruolo degli psicologi

Dalla valutazione del rischio ai centri antiviolenza, dal sostegno alle vittime al lavoro con gli autori di comportamenti violenti, fino alla formazione degli operatori che accolgono le donne nei servizi territoriali, il contributo delle psicologhe e degli psicologi si sviluppa lungo l’intero percorso di prevenzione e intervento.

Per questo motivo, conclude Francesca Schir, rinunciare alla parola femminicidio significherebbe rinunciare a uno strumento essenziale di comprensione.

«La parola femminicidio è il primo di questi strumenti. Rinunciarvi vorrebbe dire tornare a non vedere, come società intera, ciò che con fatica abbiamo imparato a riconoscere».

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