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Altre fermentazioni tra Torino e Istanbul, intervista con Riccardo Marchina
L’intervista con Riccardo Marchina
TORINO – Il nuovo romanzo di Riccardo Marchina è un viaggio che si muove nello spazio e nel tempo, tra Torino e Istanbul, con alcune decisive tappe nella Feltre di qualche anno addietro. Altre fermentazioni, Sisifo Edizioni, è in realtà una sorta di thriller in cui c’è effettivamente un mistero da scoprire, eppure è tutto il contorno che lo rende affascinante e regala un po’ di magia allo spettatore.
Ivo è un giornalista impegnato ad indagare su probabili furti di tappeti antichi e l’inchiesta lo porterà a ritrovare Lucilla, il primo amore mai dimenticato, che nel frattempo è diventata esperta d’arte. I due protagonisti hanno le loro vite ma ad entrambi manca qualcosa e quel qualcosa forse è proprio nascosto nel loro passato.
I due intraprenderanno un viaggio tra luoghi lontani e personaggi misteriosi, nella speranza di risolvere un mistero ma (forse) soprattutto di ritrovarsi. Un thriller ammantato di misteri esotici quindi, ma anche una lunga storia d’amore, che parte da Feltre, passa da Istanbul e si compie a Torino, che non sarà Parigi ma in quanto a magia amorosa non è seconda a nessuno,
L’intervista con Riccardo Marchina
Un thriller che è anche una storia d’amore e un lungo viaggio. Cosa racconta “Altre fermentazioni”?
Tutto parte dalla voglia di tornare alle origini, il paese di mio nonno, vicino a Feltre… Ma, allo stesso tempo, non volevo fare una saga famigliare e così sono andato su un sentiero a me più semplice: il viaggio, accompagnato da un mistero, per tenere alta la tensione. C’è tanta Istanbul e tanto di quelle che considero le città più turche d’Occidente: Ravenna e Venezia.
Due protagonisti le cui storie sono destinate a ritrovarsi. Chi sono Ivo e Lucilla?
Ivo è un giornalista che, come tutti i giornalisti, arranca fa fatica, ma che prende le inchieste come fossero missioni di vita. Vive a Torino. Ho scelto questo nome come omaggio allo scrittore Ivo Andric, che amo tantissimo. Lucilla è un amore giovanile di quando viveva a Feltre. Il destino li fa rincontrare ormai cinquantenni, insomma maturi… Si accende una nuova scintilla, ma è diversa, matura, disillusa e responsabile. In Lucilla c’è tanta Epopea di Gilgamesh. Il suo soprannome è Shamat, la prostituta santa che civilizza… Lucilla è esperta di tappeti, ma come nell’Epopea cerca e insegna a trovare l’immortalità. Lucilla simboleggia la luce, ma non solo quella della ragione.
Al centro però abbiamo un vero thriller che viaggia su una vicenda di tappeti antichi rubati. Come è nata questa storia?
Nella mia attività di giornalista, mi è capitato di occuparmi di furti sacri, quadri spariti dalle chiese. Così ho voluto creare un’inchiesta, ovviamente immaginata, di traffici di opere d’arte famose… Un po’ ripercorro i grandi furti d’arte della storia, citando anche quello della Gioconda. Nel mio caso Ivo indaga su due tappeti, uno dei quali appartenuto a Solimano il Magnifico, o meglio a sua moglie Hurrem… Vengono ritrovati in una casa di riposo della pre collina torinese.
Torino, Feltre, Istanbul. Che ruolo hanno le città in questo romanzo?
Su Istanbul ho già risposto. Torino è la città dove lavora Ivo. Ne ho voluto parlare anche per denunciare la sua decadenza, la sua stagnazione, con le varie cessioni delle grandi imprese automotive. Feltre è il paese d’origine di Ivo e di Lucilla, entrambi, come molti veneti emigrati l’uno a Torino e l’altra a Bologna. Il tema delle radici è la vera spina dorsale del libro. Le radici non come rifugio nostalgico, ma come confronto. Tornare alle origini significa misurare la distanza tra ciò che eri e ciò che sei diventato. Senza questo attrito, non può esserci fermentazione, intesa come espressione chimica dei sentimenti.
E poi ci sono un sacco di gatti…
Gatti, vini e tappeti sono il collante della storia. I gatti sono presenze fisse in molte città, soprattutto quelle di mare. I gatti sono osservatori distaccati… I gatti in Oriente sono sari, persino per l’Islam. Si narra che Maometto adorasse la sua gatta, che si chiamava Muezza e che preferisse tagliare la manica del suo cafetano piuttosto che svegliarla da riposino sul suo braccio. Parlo di vini per raccontare la storia di molti vitigni che da Oriente sono arrivati sulle nostre colline, come la Malvasia… E parlo dei sultani più ubriaconi della storia, come Selim II, figlio di Solimano il Magnifico
Per chiudere, ci dici due parole sulla splendida opera in copertina di Claudia Capobianco?
Claudia Capobianco è un’artista pugliese molto in gamba e giovanissima… Dipinge quadri che sono racconti di cronaca minore dal taglio fortemente sociale. Era perfetta per sintetizzare storia condita di vini. Con lei c’è un rapporto di confronto costante…. Cerchiamo di coniugare arte e letteratura… insomma si fanno esperimenti.
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