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Benedetto Alfieri, l’architetto che ha lasciato il segno nella Torino sabauda e nel Piemonte

Storia, architettura e luoghi da riscoprire

Gabriele Farina

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TORINO – Benedetto Alfieri è uno dei protagonisti dell’architettura piemontese del Settecento. Nato a Roma nel 1699, ma legato per formazione e attività alla corte dei Savoia, contribuì a trasformare Torino in una capitale elegante e prestigiosa, progettando teatri, palazzi e ambienti destinati alla famiglia reale. La sua opera si estese anche fuori dalla città, da Asti ad Alessandria, fino a Carignano e alla Reggia di Venaria.

Considerato uno degli interpreti più importanti del barocco piemontese, Alfieri raccolse l’eredità di Filippo Juvarra e la reinterpretò con uno stile personale, capace di unire la solennità delle architetture di corte alla raffinatezza decorativa del gusto francese.

Da Roma al Piemonte, la formazione di Benedetto Alfieri

Benedetto Alfieri nacque a Roma nel 1699, in una famiglia appartenente a un ramo degli Alfieri di Asti. Dopo gli studi presso i gesuiti, nel 1722 entrò nel Collegio dei Nobili di Torino, dove si laureò in legge. La sua formazione non fu quella tradizionale di un architetto: inizialmente esercitò la professione forense e si dedicò anche alla vita pubblica, coltivando parallelamente una forte passione per l’architettura.

Fu soprattutto in Piemonte che questa passione si trasformò in una carriera destinata a lasciare un’impronta profonda. Alfieri lavorò ad Asti, dove ricoprì anche incarichi amministrativi, e successivamente ad Alessandria, dove ricevette una commissione importante da parte dello zio, il marchese Tommaso Ghilini.

Il progetto del palazzo Ghilini, avviato negli anni Trenta del Settecento e oggi sede della Prefettura di Alessandria, rappresentò una tappa fondamentale nella sua affermazione professionale. L’edificio gli permise di dimostrare le proprie capacità e di avvicinarsi agli ambienti della corte sabauda.

Il Teatro Regio e la Torino dei Savoia

La svolta arrivò nel 1736, quando il re Carlo Emanuele III affidò ad Alfieri il compito di portare a termine il nuovo Teatro Regio, un progetto già avviato da Filippo Juvarra. L’architetto riuscì a completare l’opera nel 1740, dando alla capitale sabauda uno dei suoi edifici più rappresentativi.

Il teatro non era soltanto un luogo dedicato agli spettacoli: rappresentava anche il prestigio della monarchia e la volontà di Torino di competere con le grandi capitali europee. Alfieri curò l’organizzazione degli spazi, la visibilità e l’acustica, oltre all’apparato decorativo. I suoi disegni ebbero una risonanza internazionale e furono ripresi anche nell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert.

Dell’edificio settecentesco, profondamente trasformato nel corso dei secoli e distrutto dall’incendio del 1936, non resta oggi la struttura originaria. La storia del Regio permette comunque di comprendere la portata del lavoro di Alfieri e il ruolo centrale che ebbe nello sviluppo culturale della città.

Nel 1739 Carlo Emanuele III lo nominò primo architetto civile del re di Sardegna. Alfieri stabilì il proprio studio a Palazzo Madama e divenne uno dei principali protagonisti della trasformazione architettonica della Torino settecentesca. La sua attività comprendeva non soltanto edifici di rappresentanza, ma anche interventi urbanistici e progetti per rinnovare gli spazi pubblici.

Palazzo Reale, Palazzo Chiablese e le residenze sabaude

Una parte importante del lavoro di Alfieri si svolse all’interno delle residenze della corte sabauda. A Palazzo Reale di Torino progettò decorazioni per ambienti di rappresentanza e sale private, tra cui le gallerie e alcuni spazi destinati alla regina. In questi interventi emerge la sua attenzione per gli specchi, gli arredi e gli effetti scenografici, con una particolare sensibilità per il rococò francese.

L’architetto lavorò anche a Palazzo Chiablese, Palazzo Asinari di San Marzano e Palazzo Caraglio, oltre a proseguire i cantieri del Palazzo del Senato. Si occupò inoltre di Palazzo Barolo e di progetti per il Palazzo Comunale, contribuendo a dare maggiore eleganza e coerenza agli spazi della città.

Un altro capitolo fondamentale riguarda la Reggia di Venaria Reale. Alfieri riprese i lavori interrotti e sviluppò nuovi ambienti e collegamenti, con l’obiettivo di integrare le parti realizzate in precedenza e completare il progetto della residenza. Il suo intervento contribuì a definire l’organizzazione di gallerie, spazi di servizio, scuderie e maneggio.

Anche alla Palazzina di caccia di Stupinigi intervenne sul progetto juvarriano, aggiungendo nuove ali laterali. Il suo lavoro dimostra come il ruolo di primo architetto non consistesse soltanto nell’ideare edifici nuovi, ma anche nel coordinare e completare grandi complessi architettonici già avviati.

Da Asti ad Alessandria: le opere di Alfieri in Piemonte

Il rapporto di Benedetto Alfieri con il Piemonte non si esaurisce nella capitale. La sua attività lasciò tracce in diverse città, attraverso edifici pubblici, palazzi nobiliari e chiese.

Asti: prima ancora dell’affermazione alla corte sabauda, Alfieri si occupò di interventi sul Palazzo Comunale e di progetti per palazzi cittadini. Il legame con la città era anche familiare: apparteneva infatti a un ramo degli Alfieri astigiani.
Alessandria: Palazzo Ghilini, oggi sede della Prefettura, è uno degli edifici più significativi della sua prima stagione professionale. La costruzione, commissionata dallo zio Tommaso Ghilini, contribuì alla sua affermazione come architetto.
Vercelli: ad Alfieri è attribuito il progetto della facciata del Duomo, un intervento che si inserisce nel dialogo tra la tradizione barocca e un linguaggio architettonico più classicheggiante.
Novara: il campanile della Basilica di San Gaudenzio è legato ai suoi disegni, anche se la costruzione fu completata soltanto dopo la sua morte.
Carignano: qui si trova l’opera che più di ogni altra esprime la sua originalità architettonica, il Duomo dedicato ai santi Giovanni Battista e Remigio.

Il Duomo di Carignano, il capolavoro di Benedetto Alfieri

Per trovare una delle espressioni più originali dell’architettura di Benedetto Alfieri bisogna spostarsi a Carignano, a sud di Torino. Qui l’architetto progettò il Duomo dei Santi Giovanni Battista e Remigio, la cui costruzione iniziò nel 1756-1757 e proseguì anche dopo la sua morte.

L’edificio colpisce soprattutto per la sua facciata concava e la pianta interna a ventaglio, una soluzione insolita che modifica la percezione dello spazio. Entrando in chiesa, la disposizione degli altari consente di cogliere con lo sguardo l’organizzazione dell’ambiente, mentre la forma curva contribuisce a creare un effetto scenografico.

L’opera rivela la capacità di Alfieri di andare oltre la semplice riproposizione dei modelli esistenti. Nella chiesa di Carignano si ritrovano suggestioni dell’architettura di Guarino Guarini, reinterpretate attraverso una concezione personale dello spazio e delle forme.

Alfieri non riuscì a vedere il completamento del Duomo: morì a Torino nel 1767, mentre la chiesa fu consacrata nel 1771. Il progetto rimane uno dei risultati più significativi dell’architettura religiosa piemontese del Settecento.

Il rapporto con Vittorio Alfieri

Il cognome richiama inevitabilmente Vittorio Alfieri, il celebre poeta e tragediografo nato ad Asti nel 1749. I due erano parenti: Benedetto era cugino del padre di Vittorio, che lo ricordò nella propria autobiografia come il primo architetto del re.

Vittorio Alfieri ebbe quindi modo di conoscere da vicino un personaggio di primo piano della corte sabauda, che viveva e lavorava a Torino. Il legame tra i due aggiunge un particolare interessante alla storia della famiglia Alfieri e ai suoi rapporti con la cultura piemontese del Settecento.
Le loro carriere furono molto diverse, ma entrambi sono rimasti associati alla storia culturale della regione: Benedetto attraverso l’architettura e la trasformazione delle città, Vittorio attraverso la letteratura e il teatro.

L’eredità di un architetto nella storia del Piemonte

Benedetto Alfieri morì a Torino nel 1767, dopo quasi trent’anni di attività legata alla corte sabauda. Il suo contributo si inserisce in una stagione in cui la città stava consolidando il proprio ruolo di capitale, attraverso la costruzione e il rinnovamento di palazzi, teatri, piazze e residenze reali.

La sua architettura raccoglie l’eredità di Juvarra, dialoga con la tradizione di Guarini e accoglie suggestioni provenienti dalla Francia. Ne deriva un linguaggio capace di adattarsi a contesti diversi: dalle scenografie dei teatri alle decorazioni delle residenze, fino alle soluzioni più audaci degli edifici religiosi.

Per riscoprire oggi la sua opera si può partire da Torino, con il Teatro Regio e i palazzi della corte sabauda, per poi proseguire verso la Reggia di Venaria, Asti, Alessandria, Vercelli, Novara e Carignano. È un itinerario che racconta non soltanto la storia di un architetto, ma anche il modo in cui il Piemonte del Settecento costruì la propria immagine attraverso l’arte e l’architettura.

Benedetto Alfieri è stato, in definitiva, uno degli interpreti di quella stagione che ha lasciato in eredità al territorio piemontese un patrimonio ancora riconoscibile: edifici che, anche dopo trasformazioni e restauri, continuano a raccontare le ambizioni e il gusto della corte dei Savoia.

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