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Chi era Rosa Vercellana, la Bela Rosin: la storia della donna che conquistò il cuore di Vittorio Emanuele II
La storia della moglie morganatica di Vittorio Emanuele
TORINO – Era nata lontano da una corte e da una famiglia nobile. Eppure per oltre trent’anni sarebbe stata accanto al primo re d’Italia, diventando prima la sua amante, poi la madre dei suoi figli e infine sua moglie. Senza mai diventare regina.
È la storia di Rosa Vercellana, conosciuta in Piemonte come la Bela Rosin, una delle figure femminili più curiose dell’Ottocento piemontese. Una donna che visse tra palazzi reali, castelli, tenute di caccia e residenze sabaude, ma che non riuscì mai a entrare davvero nel mondo della corte.
E che, ancora oggi, è legata a molti luoghi del Piemonte.
La ragazza di origini monferrine
Rosa Maria Chiara Teresa Aloisia Vercellana nacque a Nizza Marittima nel 1833. Il padre, Giovanni Battista Vercellana, era un militare di carriera originario di Moncalvo, nel Monferrato, e aveva prestato servizio nell’esercito napoleonico prima di entrare nei granatieri di Sardegna.
Proprio il mestiere del padre avrebbe portato Rosa vicino alla famiglia reale.
Nel 1847 Giovanni Battista Vercellana era infatti responsabile del presidio militare della tenuta di caccia di Racconigi. Fu qui che Rosa, appena quattordicenne, incontrò Vittorio Emanuele, allora principe ereditario.
Lui aveva 27 anni, era già sposato con Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena e aveva già quattro figli. Lei era una ragazza di umili origini.
La differenza di età e soprattutto quella sociale rendevano quella relazione estremamente difficile da accettare per la corte sabauda. I primi incontri avvennero quindi in segreto.
Un amore che fece scandalo a corte
La relazione, però, non fu una semplice avventura destinata a finire nel giro di qualche mese.
Vittorio Emanuele continuò a frequentare Rosa anche dopo la morte della moglie, la regina Maria Adelaide, avvenuta nel 1855. Dalla loro relazione nacquero due figli, Vittoria ed Emanuele Alberto, mentre un terzo figlio morì poco dopo il parto.
A corte Rosa era guardata con diffidenza. Troppo lontana dai modi e dalle origini dell’aristocrazia, era diventata la compagna stabile del sovrano proprio mentre intorno a lui si cercava una nuova moglie appartenente a una famiglia reale europea.
Vittorio Emanuele, però, rifiutò i diversi partiti matrimoniali che gli venivano proposti.
Nel 1858 arrivò così il primo grande riconoscimento: Rosa Vercellana fu nominata contessa di Mirafiori e Fontanafredda. Il re acquistò anche il castello di Sommariva Perno per lei. Con lo stesso provvedimento vennero riconosciuti ai figli il cognome Guerrieri e furono sistemati alcuni membri della famiglia Vercellana.
Era un modo per dare un titolo nobiliare alla donna che il re non voleva abbandonare, ma non bastava a trasformarla in una regina.
Da Torino alla Mandria, passando per il Monferrato
La vita della Bela Rosin fu legata a una lunga serie di residenze piemontesi.
Rosa visse a Racconigi, nei pressi di Moncalieri, a Stupinigi e soprattutto alla Mandria, dove la coppia poteva allontanarsi dalla rigidità della corte.
Quando la capitale del Regno d’Italia venne trasferita da Torino a Firenze e poi a Roma, Rosa seguì Vittorio Emanuele. Le residenze ufficiali rimanevano però sostanzialmente fuori dalla sua portata: il suo mondo era quello delle ville private, dei castelli e delle tenute dove il re poteva vivere con maggiore libertà.
Tra i luoghi più importanti della sua storia c’è anche Fontanafredda, tenuta acquistata dai Savoia nel 1858 e frequentata dalla coppia. La proprietà sarebbe poi diventata una delle grandi aziende vinicole piemontesi grazie al figlio Emanuele Alberto.
E ancora oggi, a Moncalvo, resta il ricordo delle origini della famiglia Vercellana. Astigiani racconta anche della casa di via Carlo Ferraris dove Rosa avrebbe trascorso parte della giovinezza e della tradizione locale che ha trasformato la sua figura in un piccolo pezzo della memoria cittadina.
La Bela Rosin diventa moglie del re
Il passaggio più sorprendente della loro storia arrivò nel 1869.
Vittorio Emanuele si ammalò gravemente e, temendo di morire, decise finalmente di sposare Rosa. Il matrimonio venne celebrato con rito religioso nella tenuta di San Rossore.
Non fu però un matrimonio come quello tra un re e una regina.
Fu un matrimonio morganatico: Rosa diventava moglie del sovrano, ma non regina e senza diritti sulla successione al trono. Anche i figli della coppia non entrarono nella linea dinastica dei Savoia.
Il matrimonio civile sarebbe arrivato soltanto nel 1877.
Era la consacrazione di una relazione durata più di vent’anni, ma anche la conferma dei suoi limiti: Rosa era la donna del re, non la regina d’Italia.
Per questo Costantino Nigra la definì con un’espressione rimasta celebre: una “regina senza trono e senza corona”.
La donna amata dal popolo e respinta dalla corte
La Bela Rosin rappresentava qualcosa di quasi opposto all’immagine tradizionale della nobildonna ottocentesca.
Nonostante il titolo, i gioielli e le residenze, Rosa non perse mai completamente quell’immagine popolare che aveva accompagnato la sua ascesa.
Proprio le sue origini non nobili contribuirono a renderla simpatica a una parte della popolazione piemontese, mentre a corte continuava a essere considerata un’estranea.
Alla sua figura è stata persino collegata la celebre canzone risorgimentale “La bella Gigogin”, anche se si tratta di un’attribuzione appartenente alla tradizione e non di un fatto storicamente dimostrato.
Intorno a Rosa nacque così una sorta di leggenda popolare.
La donna che non poteva sedere accanto alle regine era diventata, per molti piemontesi, la donna che era riuscita a conquistare il cuore del re.
Dopo la morte del re iniziò un’altra battaglia
Vittorio Emanuele II morì il 9 gennaio 1878.
Per Rosa iniziò allora una fase molto più difficile.
Dopo la morte del sovrano venne progressivamente allontanata dagli ambienti della nuova corte e perse diverse delle residenze legate alla sua precedente vita. Si ritirò a Pisa, dove trascorse gli ultimi anni.
Morì nel dicembre del 1885, a 52 anni.
E anche dopo la morte la storia della Bela Rosin rimase legata a quella della corte sabauda.
I suoi familiari chiesero che fosse sepolta accanto a Vittorio Emanuele II nel Pantheon di Roma. La richiesta venne respinta perché Rosa non era stata regina.
I figli decisero allora di costruire a Torino qualcosa che assomigliasse a quel luogo dal quale la madre era stata esclusa.
Il Pantheon della Bela Rosin a Torino
Nella zona di Mirafiori venne costruito tra il 1886 e il 1888 un mausoleo ispirato al Pantheon di Roma.
Il progetto fu dell’architetto Angelo Demezzi e l’edificio aveva un diametro di circa 16 metri. Sul frontone venne inciso il motto della famiglia dei conti di Mirafiori: “Dio, Patria, Famiglia”.
Per decenni il mausoleo custodì le spoglie di Rosa Vercellana e dei suoi discendenti.
Poi arrivarono il degrado, i tentativi di saccheggio e persino episodi legati a presunti riti esoterici. Nel 1972 le spoglie furono trasferite al Cimitero Monumentale di Torino, dove si trovano ancora oggi.
Il mausoleo, dopo un lungo periodo di abbandono, è stato restaurato e riaperto al pubblico nel 2005. Oggi è uno degli edifici più curiosi della storia sabauda a Torino ed è gestito dalle Biblioteche civiche torinesi.
La storia della Bela Rosin è rimasta nel Piemonte
Rosa Vercellana non fu una protagonista politica del Risorgimento e non partecipò direttamente alla costruzione dell’Italia unita.
Eppure la sua storia attraversa molti dei luoghi più importanti del Piemonte dell’Ottocento: Racconigi, Stupinigi, Torino, La Mandria, Moncalieri, Sommariva Perno, Fontanafredda e Moncalvo.
È una storia fatta di amore, potere, differenze sociali e rivalità di corte. Ma soprattutto è la storia di una donna che, partita da una famiglia di origini popolari, riuscì a rimanere accanto al sovrano per oltre trent’anni.
Non diventò mai regina.
Ma la Bela Rosin riuscì comunque a lasciare una traccia così profonda nella storia piemontese che, ancora oggi, a Torino esiste un piccolo Pantheon costruito proprio per ricordare la donna che il Pantheon vero aveva rifiutato.
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