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Cultura

Soldati, partigiani e contrabbandieri nella Valdossola color seppia di Benito Mazzi

Davide Mazzocco

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Sono pagine che si leggono tutte d’un fiato quelle de La ragazza che aveva paura del temporale di Benito Mazzi. Pagine color seppia che raccontano settant’anni di vita nelle valli dell’Ossola, questo lembo di Piemonte incastrato fra la Svizzera di lingua italiana e quella parlante tedesco. Terra di frontiera, di confine e, dunque, terra di contrabbando. Si legge di corsa questo libro perché Mazzi – 46 libri all’attivo – conferisce ritmo e taglio cinematografico alla storia di Antonietta (detta Neta) e di Franco (detto Ranca), genitori di Giuliana Sgrena, la giornalista ossolana de Il Manifesto rapita per un mese in Iraq e rilasciata grazie al sacrificio dell’agente del Sismi Nicola Calipari. La storia della famiglia Sgrena è la storia di tutti gli italiani. Di un popolo che nasce nelle campagne e nelle montagne e si inurba, un popolo che si smarca dalla miseria nel secondo dopoguerra permettendo ai suoi  figli di ascendere socialmente grazie allo studio, al lavoro e al sacrificio.

La famiglia di Neta, durante la guerra, si affida alla lettura dei fondi di caffè per capire se i figli maschi torneranno dal fronte, vive di lavoro, con dignità e affetto. Neta è bella come Liz Taylor e solo di una cosa ha paura: del temporale. L’inatteso contrappasso che la vita le regala è un ragazzo guascone e temerario che si chiama Ranca e che fa lo sfrusìn, il contrabbandiere. Ranca, per farla in barba ai finanzieri, conosce le montagne come le sue tasche. I sentieri sono il suo luogo di lavoro, il cameratismo fra spalloni la sua colleganza. Per cambiarsi d’abito da sfrusìn a partigiano basta poco e i proiettili dei tedeschi e di Salò fischiano tanto quanto quelli dei finanzieri, dei pitök. È una vita di rischi, sul filo del rasoio. Nemmeno il dopoguerra che guarisce tutte le ferite del Paese porta prosperità alle valli sperdute dell’estremo nord del Piemonte. Ranca continua con l’attività illegale che procura a Neta più palpitazioni di qualsiasi temporale. Il libro è la storia di queste due vite, dell’epifania di un amore e del suo consolidamento. L’epilogo della storia è, naturalmente, il rapimento di Giuliana, la sovraesposizione mediatica alla quale i due genitori si trovano a dover far fronte. Il comunista di lungo corso che vuole addirittura far erigere un monumento ai contrabbandieri finisce persino al cospetto del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Per il monumento agli sfrusìn c’è ancora tempo. I ricordi, invece, nessuno li toglie a Neta e Franco. E ora dopo il certosino lavoro di Benito Mazzi, pubblicato da Interlinea, sono un piccolo e prezioso dono al nostro Paese di poca memoria.

 

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