Risonanza magnetica di ultima generazione su pazienti con protesi



L’uomo bionico non è solo un telefilm degli anni settanta, oggi è ormai una realtà. Tra protesi ortopediche, placche metalliche, pacemaker e altri dispositivi medici, cinquanta milioni di persone in Europa, quasi il 10 per cento dell’intera popolazione del Vecchio Continente, possiedono impianti all’interno del proprio corpo. Pezzi di ricambio o congegni che, sebbene non rendano super veloci o ultra forti, servono comunque a far funzionare meglio il corpo umano.

Che cosa accade a queste persone se si sottopongono a una risonanza magnetica o Magnetic Resonance Imaging (MRI), esame diagnostico sempre più diffuso e praticato? Ci sono rischi con i più intensi campi magnetici degli apparecchi di ultima generazione? Oggi le protesi sono già realizzate con materiali compatibili con la MRI e adeguate procedure di preparazione e scansione mettono al riparo da incidenti. Tuttavia l’utilizzo di macchine di ultima generazione, che consentono di ottenere diagnosi più accurate grazie a un campo magnetico di intensità maggiore (tre tesla e oltre), apre nuovi problemi di sicurezza.

Tutelare l’incolumità dei numerosi pazienti portatori di impianti, testando e certificando la compatibilità delle protesi con l’esposizione ai campi magnetici, è l’obiettivo del progetto di ricerca “Procedures allowing medical-implant manufacturers to demonstrate compliance with MRI safety regulations” (MIMAS), finanziato da EURAMET, l’associazione che riunisce e coordina gli istituti metrologici europei.

Dall’11 al 12 giugno si è tenuto a Berlino il meeting che segna l’avvio del progetto di durata triennale. A fianco dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRIM) l’Italia può contare sulla partecipazione dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna (IOR), punto di riferimento internazionale per l’ortopedia più avanzata. Completano il consorzio gli istituti metrologici di Germania (PTB, capofila) e Regno Unito (NPL) e l’azienda svizzera Zurich MedTech AG, esperta nelle simulazioni numeriche dei campi elettromagnetici.

Alcune aziende operanti nel settore ortopedico, fra le quali ADLER Ortho (protesi ortopediche, Italia) ed ESAOTE (sistemi MRI, Italia), hanno dichiarato il loro interesse e collaboreranno in varie forme a MIMAS.

Con le nuove e più potenti macchine per la risonanza, in talune condizioni, tra materiali metallici dei dispositivi medicali impiantabili e campi magnetici possono verificarsi interazioni capaci di generare un aumento di temperatura.

Gli strumenti per questo tipo di valutazione sono però complessi e costosi, normalmente fuori dalla portata delle radiologie e dei costruttori di sistemi protesici. A farne le spese sono soprattutto le piccole e medie imprese, che si trovano costrette a limitare l’innovazione tecnologica. “L’idea è allora quella di individuare criteri di fabbricazione, procedure e protocolli aggiornati che permettano ai costruttori di realizzare prodotti sicuri, la cui compatibilità con le moderne MRI sia documentata e certificata”, dichiara Luca Zilberti, responsabile per l’INRIM del progetto MIMAS.

La collaborazione tra l’INRIM e lo IOR prevede simulazioni basate su modelli virtuali del corpo umano ed esperimenti in cui le protesi saranno sottoposte a una verifica del loro comportamento in presenza di un campo magnetico intenso e variabile.

“Con MIMAS noi puntiamo allo sviluppo e all’utilizzo su vasta scala di strumenti per la predizione dei possibili incrementi di temperatura nei sistemi protesici passivi, come le protesi d’anca e di ginocchio impiantati su pazienti sottoposti ad MRI”, spiega Fabio Baruffaldi, responsabile del progetto per lo IOR.

“Talvolta la risonanza magnetica non viene praticata perché non ci sono studi che certifichino la sua innocuità nel caso specifico. Una conoscenza più approfondita permetterà di utilizzare questo sistema diagnostico con maggior frequenza e sicurezza”, aggiunge Luca Zilberti.

Ultima modifica: 13 giugno 2018

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