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“Into Eternity”, fra documentario e fantascienza il film più sbalorditivo di Cinemambiente
Un film di fantascienza a metà strada fra l’Odissea kubrickiana e The abyss di James Cameron? No. Into Eternity, purtroppo, è realtà. È la macchina da presa di Michael Madsen che si cala negli abissi della terra o, meglio, negli abissi dell’umana supponenza: quella di pensare che la terra ci appartenga e non, come credono molte religioni naturali, che sia vero il contrario. Da alcuni anni il governo finlandese, insieme all’azienda Posiva, sta allestendo Onkalo, il primo centro permanente per lo stoccaggio di scorie radioattive. Dalla costruzione della prima centrale atomica nel mondo sono state prodotte 250mila tonnellate di rifiuti radioattivi ma nemmeno un chilo di queste scorie è al riparo, in via definitiva, da calamità naturali, atti di terrorismo o disastri assortiti. Onkalo è la soluzione: un buco sottoterra, a 500 metri di profondità, raggiungibile con un tunnel di circa quattro chilometri. Tomba, sepolcro, cassaforte, il progetto Onkalo verrà terminato nel 2100 e dovrà contenere le scorie radioattive prodotte in Finlandia dall’introduzione dell’energia atomica. Il sito dovrà restare chiuso, sigillato, cementificato per 100.000 anni. Per l’eternità, appunto.
Il film del regista svedese è uscito qualche settimana fa in due sale giapponesi e ora, vuoi per il disastro di Fukushima, vuoi per il ritmo e per la cura formale vagamente nipponici è stato subito distribuito in altre venti. L’argomento è interessante, attualissimo: nel fine settimana (Consulta permettendo) gli italiani saranno chiamati al voto sull’abrogazione della legge che prevede il ritorno al nucleare, alcuni paesi europei si interrogano sulla dismissione delle centrali e in Giappone si fa un primo bilancio di una tragedia atomica di portata devastante. Ma ciò che attrae nel film di Madsen non è soltanto ciò che viene raccontato ma come viene raccontato. Su questa inchiesta fredda, gelida, controllata e razionale, Madsen innesta filosofia, etica e morale. Domande che riguardano tutti quanti noi, la nostra responsabilità verso le generazioni che verranno: che mondo lasceremo a chi abiterà il nostro pianeta? Vale la pena citare la motivazione del premio conferito al film dalla Consulta provinciale degli studenti di Torino: “I motivi che ci hanno spinto a tale scelta sono di diversa natura, innanzitutto la tematica, a volte taciuta ma di estrema importanza, quale lo smaltimento delle scorie nucleari. Abbiamo inoltre apprezzato la varietà delle tecniche cinematografiche e narrative con cui si sviluppa il documentario. L’assoluta novità di quest’opera è il totale azzeramento della dimensione spazio-tempo, raggiunto con un linguaggio filmico particolare, che affascina lo spettatore e lo porta allo straniamento. L’esposizione di tale argomento è quella che più potrebbe affascinare la nostra generazione, che spesso vive un po’ troppo solo nel presente”. Una motivazione che chiunque abbia visto il film non può che sottoscrivere dall’inizio alla fine.
La grande questione che il film solleva è quella dell’oblio, della dimenticanza. Gli uomini dovranno ricordarsi di dimenticare dove avranno sepolto e stoccato le conseguenze tossiche del loro progresso. Dovranno cautelarsi fornendo indicazioni comprensibili a coloro che potrebbero esserci fra mille, 10 mila, 100mila anni. Come? Scrivere nelle principali lingue del mondo non sarà sufficiente, così come fornire indicazioni grafiche. Ciò che è affascinante è che un messaggio abbandonato in un sarcofago del genere, destinato a rimanere chiuso nel ventre della terra per 100mila anni, ha la stessa valenza di quello inviato nell’immensità dello spazio con la sonda Pioneer. Fra così tanto tempo gli uomini disporranno ancora dei cinque sensi o ne avranno potenziati di ulteriori? “Come il “bambino delle stelle” in Kubrick e Clarke compiva il suo viaggio metafisico a ritroso nelle età dell’uomo – si legge nella motivazione della menzione speciale di Green Cross Italia -, lanciato verso un tempo in espansione, anche questo viaggio, sebbene rivolto verso il cuore (atomico) della Terra, è una domanda senza possibilità di risposta sul nostro futuro di esseri umani. Il linguaggio della fantascienza e della metafisica, verso la quale il documentario inevitabilmente vira, appare dunque l’unico possibile per narrare la costruzione di una babele sotterranea destinata ad ospitare i nostri più pericolosi rifiuti per i prossimi centomila anni, un tempo fuori dalla nostra esperienza”.
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