Chi comanda Torino. I soliti noti che gestiscono i centri di potere torinesi in un libro

Maurizio Pagliassotti, giornalista “in mobilità” di Liberazione, fa proprio il punto della drammatica situazione torinese nel suo nuovo libro Chi Comanda Torino inserito nella neonata collana di Castelvecchi che ha lo scopo di indagare i centri di potere delle maggiori città italiane. Ad inaugurare la serie è stato, qualche settimana prima, il libro su Napoli (“clan, clientele politiche e chiesa: i poteri forti che da vent’anni mettono sotto scacco la città”) di Giuseppe Manzo e Antonio Musella. A Torino, più che in altre città, come racconta Pagliassotti, la commistione fra politica ed affari è limpida, clamorosamente manifesta, non certo sotterranea o tenuta nascosta in qualche modo. Qui comanda Intesa Sanpaolo e (nonostante abbia manifestato propositi di fuga) ancora la FIAT che vanno d’amore e d’accordo col nuovo sindaco Piero Fassino e, soprattutto, col predecessore Chiamparino – guarda caso, accomodatosi sulla poltrona più morbida della Compagnia di Sanpaolo dopo aver dato l’ok all’erezione del grattacielo Sanpaolo che oscurerà simbolicamente la Mole Antonelliana –  quello che era a favore della privatizzazione dell’acqua e che solidarizzava con Marchionne. Il problema, però, soprattutto per la gente comune, è che, dopo le tanto sbandierate Olimpiadi, la città è rimasta in mutande e, pur di rispettare il patto di stabilità, sta vendendo ogni metro quadrato di terreno a palazzinari e centri commerciali in modo da incassare gli oneri di urbanizzazione che appaiono, ormai, come un miraggio di salvezza (temporanea). Notizia degli ultimi giorni è, poi, la delibera, votata anche da SEL, della privatizzazione di alcuni asili nidi che fa temere un prossimo e rapido smantellamento del welfare sociale. Sembra, quindi, che all’irreversibile processo di deindustrializzazione l’amministrazione, da Castellani (il promotore dell’Olimpiadi) ad oggi, si è stati capaci di rispondere solamente con cemento e debiti (sulle spalle delle future generazioni).

Ai torinesi le Olimpiadi Invernali del 2006 sono state vendute come un’opportunità irrinunciabile per la rigenerazione del tessuto sociale ed economico. A più di cinque anni da quell’evento, però, Torino si ritrova comune più indebitato d’Italia: i piani di riqualificazione”e le strutture olimpiche sono stati pagati solo in parte da Stato e privati; non sapendo come riutilizzarle, la maggior parte delle nuove strutture destinate alle discipline sportive (specialmente i siti e gli alberghi di montagna) sono rimaste un costo tanto che per alcune si ipotizza già lo smantellamento; troppi locali, in primis il “villaggio degli atleti” che sta letteralmente cadendo a pezzi, sono rimasti inutilizzati, mentre centinaia di costosissimi “addobbi” olimpici sono divorati dalla ruggine nei magazzini comunali.

Gli amministratori attuali e quelli che hanno promosso e gestito l’evento possono controbattere che è ancora presto per stilare un bilancio finale. Eppure, l’accumulazione di debiti sempre più onerosi non può lasciare indifferente la cittadinanza, specialmente le nuove generazioni che, insieme a figli, nipoti e pronipoti, saranno costretti ad accollarseli (come ammesso dagli stessi Fassino e Chiamparino in più interviste), mentre non si intravede un piano di rilancio economico-occupazionale che possa fronteggiare il processo di deindustrializzazione iniziato già nei primi anni Ottanta.

L’amministrazione comunale prova, allora, a far cassa vendendo ai privati immobili di prestigio e, soprattutto, fette di territorio potenzialmente edificabile tanto che, nei prossimi vent’anni, la popolazione sarà travolta da una valanga di cemento.

I cittadini, però, dopo essere stati confusi dalle operazioni di immagine (incluse Olimpiadi e riqualificazioni estetiche) del sindaco-glamour Chiamparino (che, infatti, ha raggiunto notevoli picchi di popolarità) cominciano ad accorgersi del reale stato delle cose, tanto che alla manifestazione del Primo Maggio Piero Fassino è stato costretto ad essere scortato dalla polizia in stato antisommossa; mentre hanno ormai cadenza quotidiana le manifestazioni di protesta (in difesa e in reclamo dei più svariati interessi ed esigenze) sotto i balconi di palazzo civico.

Ma, come esplicita lo stesso Pagliassotti sin dalle pagine introduttive, questo libro dovrebbe servire proprio a non fermarsi sotto i balconi di palazzo civico. Pagliassotti non invita certo ad assaltarli, bensì a prendersela anche con quei poteri forti (non solo FIAT e banche, ma anche società immobiliari, ordine degli architetti, società di assicurazioni, Politecnico, sistema cooperativo, ecc.) di cui è espressione la classe politica cittadina o da cui è manovrata più o meno direttamente.

Cosa se ne faranno i torinesi di tutti questi nuovi grattacieli, parcheggi interrati, fra cui quelli mercatali e di interscambio che sono sfruttati in minima parte, ed ipermercati che sostituiscono le ex fabbriche quando si contano 57000 alloggi sfitti e la popolazione residente è costantemente diminuita negli ultimi vent’anni come i comparti produttivi? Mentre aumenta la “popolazione” di quelli che vanno a frugare dentro i cassonetti, non solo composta da immigrati stranieri, ma anche da torinesi che appartenevano al ceto medio sino a poco tempo fa…A meno che non ci si accontenti di diventare il “dormitorio” di Milano, come già paventato da qualcuno…

Un libro importante, quello di Pagliassotti, che ogni cittadino torinese, a prescindere da come la pensi, dovrebbe leggere: l’unica pecca, forse, è da imputare alla casa editrice che ha deciso di presentarlo con una copertina tutt’altro che accattivante, in stile anni ’70, quando eravamo ancora lontanissimi dalle possibilità offerte dalla grafica digitale…

Gaetano Farina