Due nuclei di cani antiveleno per proteggere la fauna dall’Ossola alle Alpi Marittime dai bocconi avvelenati, letali anche per l’uomo

caniUn prato verde in una splendida mattina di novembre a Trinità di Entracque: l’ideale per una corsa. Ma Kira non si lascia distrarre e muso teso, sguardo concentrato, attraversa senza tentennamenti lo spicchio smeraldo tra i boschi spruzzati dei colori d’autunno. Un minuto, forse meno, e il pastore belga malinois si accuccia all’improvviso e abbaia: è il segnale che Kira ha trovato il boccone avvelenato. Si tratta di una simulazione, una delle numerose, che si sono svolte dal 17 al 21 novembre per formare due nuclei di cani antiveleno. L’iniziativa coordinata dal Corpo Forestale dello Stato nell’ambito del progetto LIFE Wolfalps, in capo al Parco naturale delle Alpi Marittime, ha assegnato sei cani, addestrati in un centro specializzato in Spagna, ad altrettanti operatori distribuiti sull’intero arco alpino.
Tutto questo è necessario perchè ogni anno in Italia centinaia di animali selvatici e domestici muoiono dopo lunghe sofferenze a causa dell’ingestione di esche avvelenate, piazzate per eliminare il nemico di turno. Gli obiettivi del veleno possono essere molti e diversi, tanti quanti le motivazioni che spingono gli avvelenatori ad agire. All’apice della scala di futilità dei moventi, troviamo chi sceglie il veleno per liberarsi dai gatti del vicino che hanno scambiato il suo orto per una lettiera o chi non sopporta più il cane del cortile accanto che abbaia tutto il giorno. Come spiega Anna Cenerini, responsabile del Progetto LIFE Pluto, nato per contrastare a livello italiano l’uso del veleno “un contributo non trascurabile lo danno gli avvelenatori ‘professionali’, come quei cercatori di tartufi che cospargono le zone di raccolta di esche: uccidere i cani dei colleghi è infatti un modo pratico per sbarazzarsi della concorrenza…”. Vi sono quindi gli avvelenatori per diporto, come quei cacciatori che, in concomitanza con il rilascio delle prede o appena prima dell’inizio della stagione, pensano bene di preparare il terreno eliminando la competizione di altri carnivori come volpi, tassi, faine e rapaci. C’è infine chi ricorre al veleno per difendersi dal possibile attacco di un predatore, come fanno alcuni allevatori per prevenire o per contrastare la presenza del lupo o dell’orso. Quale che sia il motivo per cui si sceglie di usare un’esca avvelenata, l’uso del veleno è sempre illegale e chi lo commette si rende colpevole di un reato per cui è prevista la reclusione fino a 18 mesi. Un’esagerazione? No, considerato che l’uso del veleno provoca danni enormi all’ecosistema (uccisione indiscriminata di specie, alterazioni della catena alimentare) e costituisce una minaccia anche per i domestici e per l’uomo. Raúl Martín Molina, addestratore cinofilo professionale, racconta che nella sua regione di provenienza, l’Andalusia, le esche avvelenate hanno causato degli omicidi: “Una delle due vittime ha toccato l’esca con le mani. Un po’ più tardi, senza pensarci, si è acceso una sigaretta: è bastato a ucciderlo. A seconda di dove vengono posizionate le esche, si rischia persino la contaminazione delle fonti d’acqua”.
Raúl per cinque giorni ha istruito i conduttori sui fondamenti teorici dell’addestramento e ha fatto pratica insieme a loro. Da gennaio saranno operativi e pronti a intervenire sul campo tre cani in Veneto due e in provincia di Cuneo. Sul territorio cuneese lavoreranno il labrador Lana, insieme a un operatore del Parco naturale del Marguareis, e il pastore malinois Kira, in squadra con un agente del Corpo Forestale dello Stato. A loro si aggiungeranno in Piemonte due ulteriori unità cinofile tra l’Ossola e il Parco naturale Alpi Cozie. Cani e conduttori dipendenti dei Parchi, del Corpo Forestale, delle polizie provinciali opereranno in sinergia in modo da poter effettuare indagini tempestive, bonifiche e prevenzione dell’utilizzo di esche avvelenate.
“Nel frattempo – spiega Giuseppe Canavese, direttore del Parco Alpi Marittime e responsabile del Progetto LIFE Wolfalps – insieme agli altri partner stiamo procedendo a un’analisi, a livello dell’arco alpino, per individuare le zone dove si concentrano gli episodi di avvelenamento e orientare così gli sforzi di prevenzione e di indagine”. Ma perché la lotta ai veleni abbia successo, è fondamentale che sia chiaro per tutti che il veleno non è mai la soluzione. Nei casi in cui un animale, che si tratti di un selvatico o di un domestico, costituisca un danno o una minaccia, ci sono altre direzioni da percorrere e nessuna prevede l’uso di sostanze tossiche.