Nino di Matteo neo cittadino onorario torinese: occorre una resistenza per la liberazione contro le mafie

Il magistrato Antonino Di Matteo ha ricevuto la cittadinanza onoraria la cittadinanza onoraria torinese, che gli è stata consegnata in Sala Rossa dall’assessore Gianguido Passoni, dal vicepresidente del Consiglio comunale Gioacchino Cuntrò e dalla presidente della commissione Legalità, Fosca Nomis. Antonino Di Matteo ha chiuso la cerimonia con un discorso:  “Ringrazio l’Amministrazione Comunale, il Consiglio comunale e prima ancora i cittadini che hanno proposto quest’iniziativa, a partire dal gruppo Agende Rosse di Torino, che si batte per la legalità nel nome di Paolo Borsellino. Non ritengo che questa onorificenza mi sia conferita in modo esclusivo, so che rappresenta un abbraccio a tutti coloro, magistrati, forze dell’ordine e non solo, che si impegnano nel contrasto alla criminalità organizzata. L’iniziativa di oggi è per me di grande conforto in un momento di oggettiva difficoltà personale, ma soprattutto è uno stimolo a proseguire il mio lavoro con entusiasmo. Mi convince ancora più profondamente che la funzione del magistrato non è l’esercizio del potere ma il rendere un servizio alla collettività, ai cittadini che dai magistrati pretendono indipendenza, autonomia, coraggio e decisione per contribuire all’effettiva attuazione dei principi costituzionali. A partire da quello per cui la legge è uguale per tutti”.

Di Matteo ha poi evidenziato la necessità di una riflessione sul pericolo che la mafia rappresenta per il sistema democratico e su “quale sia la reale risposta della politica alla criminalità organizzata e del metodo mafioso dell’esercizio del potere che si annida pericolosamente anche nelle istituzioni. E’ nel DNA della mafia il bisogno vitale di intrecciare relazioni con la politica, le istituzioni e il mondo dell’economia, senza le quali la mafia non avrebbe raggiunto la sua potenza attuale. Lo Stato, le istituzioni politiche non hanno a mio avviso dimostrato con i fatti di voler definitivamente puntare alla rescissione di quei legami” ha aggiunto Di Matteo. “Continua ad esistere un’ingiustificata e dannosa divaricazione tra l’efficienza della repressione nei confini del cosiddetto braccio militare di Cosa Nostra e l’inadeguatezza degli strumenti, anche legislativi, per colpire i rapporti delle organizzazioni mafiose con il potere. Oggi ci troviamo a dover affrontare un sistema integrato mafia/corruzione, invece la normativa garantisce troppi spazi di sostanziale impunità ai corrotti, in particolare con il sistema della prescrizione, che delegittima le aspettative dei cittadini onesti, oltre a vanificare il lavoro di magistrati e polizia. Nel nostro Paese il problema del rapporto tra mafia e politica è stato ritenuto di esclusivo interesse penale, come se determinate condotte non dovessero far scattare, a prescindere alla rilevanza penale, elementi di responsabilità politica”. Di Matteo ha ancora aggiunto che, “da cittadino”, si augura che la politica “si riappropri del suo ruolo di prima linea nella lotta alla mafia”. Non dobbiamo dimenticare il nostro passato, ha quindi sostenuto, che è fatto anche di delitti eccellenti e di stragi, “soprattutto perché emerge quantomeno la non opposizione, se non l’interesse all’eliminazione del bersaglio eccellente, da parte di ambienti diversi da Cosa Nostra: sembra che l’obiettivo dell’approfondimento che le risultanze di certe sentenze dovrebbero imporci sia fatto proprio da pochi magistrati e investigatori, tra l’indifferenza, se non il fastidio, di tanti”.

Il magistrato ha quindi ancora aggiunto: “Uno Stato che si dimostrasse incapace di guardare dentro sé stesso, nelle pieghe ancora oscure di deviazioni e collusioni con apparati criminali e terroristici non sarebbe uno stato realmente credibile e autorevole: se in nome di convenienze o di una malintesa ragion di stato, lo Stato continuasse a tollerare o cercare dialogo con le organizzazioni mafiose, non sarebbe più rappresentativo di un vero sistema democratico.Oggi è prioritaria una nuova forma di resistenza per vincere una guerra di liberazione contro le mafie, contro una mentalità mafiosa che si diffonde anche nell’esercizio del potere, contro la corruzione e l’illegalità diffusa, contro la rassegnazione ai fenomeni criminali, per coltivare il sogno di una rivoluzione culturale che restituisca al nostro paese il fresco profumo della libertà”..



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