L’uomo di Zanzibar, intervista con Luca Serra

A quasi dieci anni dal suo primo lavoro torna Luca Serra con L’uomo di Zanzibar, splendido e intricato thriller autopubblicato. Un uomo, che vive a Zanzibar e possiede un patrimonio enorme, scopre che qualcuno lo vuole uccidere. Ma soprattutto scopre che tutto quello che sa di se stesso è falso, a partire dal suo nome e probabilmente dalla provenienza della sua ricchezza.

Gli toccherà, insieme ad un manipolo di aiutanti (ma potrà fidarsi veramente?) tornare a Torino, dove ha vissuto fino a qualche anno prima, per cercare di ricostruire la sua vera storia e provare a salvarsi la vita. Trovate qui la recensione completa del libro.

Luca Serra ha risposto alle mie domande.

Una storia complessa e un intreccio notevole, che hai impiegato anni a scrivere. Come è nata l’idea?

Mi viene da sorridere, perché dell’idea iniziale non c’è più traccia in tutto il libro, per quanto possa sembrare assurdo.
Mi era venuta dopo aver letto sul giornale di una società che, a pagamento, forniva degli alibi a chi ne faceva richiesta. Essenzialmente era un servizio rivolto a chi aveva intenzione di tradire il partner, ma sulla carta poteva essere utilizzato da chiunque sentisse l’esigenza di far credere di essere stato in un posto mentre realmente si trovava da un’altra parte.
La lettura mi aveva incuriosito e mi ero chiesto cosa sarebbe capitato se il titolare di questa agenzia avesse aiutato un cliente a far credere di essere in vacanza al mare, ad esempio, e questo fosse sparito nel nulla.
Se questi avesse dichiarato di doversi prendere una pausa dalla moglie e poi si fosse scoperto che era celibe?
E se poi il protagonista fosse un ex poliziotto, potrebbe astenersi dall’indagare, da scoprire cosa avesse portato il suo cliente a dileguarsi?
Questo è stato lo spunto che mi ha portato ad elaborare lo sviluppo della trama, ma lavorandoci su ho finito per escluderlo dalla stesura finale e tenere solo le mie successive elucubrazioni.
Magari lo terrò buono per un prossimo libro.

L’intreccio era già tutto chiaro nella tua mente dall’inizio o lo hai costruito piano piano?

Come detto, l’intreccio originale era parecchio diverso: il protagonista era Gregorio Magno – il poliziotto già presente in KGB Torino – e Giorgio sarebbe comparso solo a metà libro.
Avevo scritto già diversi capitoli quando mi sono reso conto che così facendo la vicenda sarebbe stata meno interessante e sarei entrato nel cuore della storia troppo presto, e così ho scelto di riscrivere tutta la prima parte cambiando punto di vista, relegando l’originario protagonista ad un ruolo subordinato e viceversa.
Questo mi ha portato via almeno un anno e forse anche di più, ma credo che alla fine il racconto sia molto più godibile in questa nuova versione.

Al centro della vicenda ci sono giochi da broker. Conosci quel mondo? Senza rivelarci troppo… le operazioni su cui si basa la vicenda sarebbero teoricamente possibili?

E’ un mondo che conosco piuttosto bene avendo lavorato per qualche anno come promotore finanziario e per aver svolto, in banca, il ruolo di gestore privati.
Purtroppo però la risposta alla tua domanda è: no, quelle operazioni non sarebbero possibili.
Tralasciando (ma fino ad un certo punto) il carattere illegale delle operazioni, tutta la dinamica si basa su teorie economiche ben note a chi opera nell’ambito finanziario (per citarne solo due ti dico la Modern Portfolio Theory e il Capital Asset Pricing Model di Markowitz), teorie che trovano però la loro applicazione su mercati nel loro complesso e non sui singoli titoli (e in ogni caso con il doveroso scarto che sempre c’è tra teoria e applicazione pratica).
Le ho liberamente adattate e piegate in funzione della mia storia, ma nella realtà non funzionerebbe.
Non fosse così, sarei seriamente candidato al Nobel per l’economia.

Buona parte della vicenda è ambientata a Torino. Qual è il tuo rapporto con la città?

Parafrasando Woody Allen, “Torino è la mia città, e lo sarà sempre”.
Ci sono nato e ci abito tutt’ora, anche se ora mi sono spostato nella prima cintura. La prima regola per un autore è di scrivere sempre di qualcosa che si conosce, e non ho trovato ragione di ambientare il mio romanzo in un posto diverso.
E’ una città molto complessa e misteriosa, che si presta ad essere lo sfondo ideale per un thriller, come per altro hanno già capito diversi cineasti che hanno scelto la nostra città come ambientazione.
E’ poi stato divertente per me omaggiare dei posti che mi sono cari utilizzandoli come fondali per scene e dialoghi, come la Basilica di Superga o il borgo medievale.

I titoli dei capitoli sono delle canzoni. Ci racconti il perché di questa scelta?

La musica è una passione che mi ha accompagnato negli anni di pari passo con quella per la letteratura, e per questo motivo ho sempre avuto l’abitudine di leggere ascoltando qualcosa, possibilmente consono al libro in lettura. Con Stephen King ascoltavo i Cure e i Bauhaus, per esempio, ma non sembra era facile o possibile trovare il corretto abbinamento. In un’epoca pre-internet per ascoltare un brano dovevi possederne fisicamente il disco o l’audiocassetta, non c’erano alternative.
Fortunatamente ora la tecnologia permette di superare agevolmente questa difficoltà, e così ho voluto semplificare la vita a chi volesse imitarmi e ho abbinato ad ogni capitolo un brano che in qualche maniera ho ritenuto pertinente.
Non ha la pretesa di avere la forza di una colonna sonora, ma può essere come minimo lo spunto per ascoltare un po’ di musica insolita ma piacevole.
Quella è la mia speranza, almeno.

Immagina una trasposizione cinematografica del romanzo. Quali attori ti piacerebbe interpretassero i tuoi protagonisti?

Limitandoci ad attori italiani, direi che Giorgio, il protagonista, potrebbe essere Stefano Fresi; Gregorio Magno, stando al volto che ho immaginato, assomiglia ad Alessandro Gassman, mentre sua sorella Michela ha circa le fattezze di Jasmine Trinca. Un cast un po’ costoso, me ne rendo conto.



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