La notte del Capitano, intervista con Mario Zunino

L’Alta Langa, le colline tra Piemonte e Liguria, e le sue storie di contadini. E’ questo il teatro in cui si svolgono i tredici racconti di La notte del Capitano, Buendia Books, di Mario Zunino.

Tredici racconti che spziano nel tempo portandoci dalle vicende di guerra alle storie d’amore, dai tempi feudali ai misteri delle masche, fino alle storie di migrazione che tanti abitanti di questi luoghi hanno coinvolto all’inizio del secolo scorso. Trovate qui la recensione completa del libro.

Mario Zunino ha risposto alle mie domande.

Tredici storie di Langa. Come hai selezionato questi racconti per la raccolta?

In realtà non si è trattato di selezionarli: semplicemente, dal cassetto dove giacevano, ne ho esclusi alcuni, per motivi diversi. Quello che invece ho scelto è l’ordine in cui organizzarli, a ritroso nel tempo, dai nostri giorni de “Il Professore” fino al nebuloso Medio Evo degli ultimi racconti.

Che temi toccano i racconti?

Credo che il filo conduttore di tutto il libro sia il rapporto, per me indissolubile, fra natura e cultura, qualunque sia il tema trattato, dalla nostalgia del soldato lontano, ai ricordi dell’emigrato, ai temi più magici e onirici.

Tutte storie inventate tranne quella che dà il titolo alla raccolta. Chi era il “Capitano”?

Il “Capitano” è una figura storica di comandante partigiano, che compare anche in tre racconti di Fenoglio, sempre sullo sfondo. Il più noto di questi è forse “Vecchio Blister”. Era un “grand bourgeois” torinese, un liberale storico, antifascista fin da ragazzo, bastonato, incarcerato, esule in Francia, rientrato con l’amnistia, ufficiale di complemento richiamato in Albania e Grecia. L’8 settembre era in Italia, convalescente di una brutta epatite. Raggiunse quasi subito le prime formazioni di resistenti.

Più volte nei racconti torna la figura della “masca”, la “strega” piemontese. Che caratteristiche ha questo personaggio?

In realtà la masca non è una strega, e il mascun non è uno stregone. Sono, o piuttosto erano, persone dotate di una sapienza antica che a volte in apparenza dava loro, nel bene e nel male, poteri che non riusciamo a capire. È forse possibile che, idealmente, fossero gli ultimi eredi di quelle sacerdotesse e sacerdoti, Liguri o Celti, legati al culto dei boschi e delle forze della natura, che il cristianesimo vide come esseri malvagi da combattere, appunto, streghe e stregoni.

Il Piemonte è stato anche grande zona di emigrazione all’inizio del ‘900. E la figura del migrante compare anche nei tuoi racconti. Che specifiche aveva il migrante piemontese?

Storicamente le migrazioni dei contadini piemontesi si riconducono a due fenomeni e a due periodi diversi. I migranti stagionali dell’ ‘800 erano per lo più mezzadri o salariati che finita la stagione dei lavori grossi si imbarcavano per l’Argentina, dove lavoravano qualche mese come braccianti, per rientrare a primavera. La grande emigrazione di fine ‘800 – inizio ‘900 invece fu in generale un esodo senza ritorno, causato soprattutto dall’arrivo della fillossera, il parassita americano che distrusse i vigneti, principale fonte di sostentamento di buona parte dei contadini piemontesi, e più in genere dell’Italia settentrionale.

Cosa significa per te l’Alta Langa?

Credo di averlo già scritto: Le Langhe non sono soltanto colline: sono un luogo dello spirito. Il luogo dove sempre ritorno, fisicamente o con l’animo e il cuore. Ci sono tornato, e ci torno, da pochi chilometri più in là, o dall’altra parte del mondo, l’ America Latina, soprattutto il Messico, dove i miei impegni scientifici e accademici mi hanno portato per periodi più o meno lunghi durante quarant’anni. La foto della terza di copertina ha sullo sfondo il vulcano Citlaltepetl, nello stato messicano di Veracruz.