Il cerchio di pietre, intervista con Enrico Graglia

E’ ambientato nella provincia astigiana, in una simbolica Castelvecchio, il romanzo di esordio di Enrico Graglia, che risponde al titolo de Il cerchio di pietre, GoWare edizioni. Vincenzo passa l’estate dai nonni, si innamora ma soprattutto scopre alcuni simil-geroglifici e da quel momento la sua vita cambia totalmente.

Una serie di violente e vivide visioni lo prendono a sorpresa e lui ha tutte le migliori intenzioni di farle sparire dalla sua vita. Non sarà facile. Trovate qui la recensione completa del libro.

Enrico Graglia, da cosa nasce questa storia?

Nasce da un’immagine nella mia mente. Come Vincenzo, uno dei tre protagonisti, anch’io da ragazzo andavo al fiume con gli amici e un giorno ho trovato un punto in cui l’acqua era più profonda e scura. Ho pensato che ci fosse qualcosa là sotto, in attesa. Ci sono voluti anni per capire cosa fosse, ma quella è stata la scintilla da cui si è poi sviluppata l’intera trama. In corso d’opera le fonti di ispirazione sono state innumerevoli: dalla narrativa di Stephen King e altri autori del fantastico, a tutti i film horror e di fantascienza che ho visto, alla passione per l’Antico Egitto, all’interesse per antropologia, archeologia ed esoterismo, alla storia e alle tradizioni del Monferrato, ai viaggi fatti in Norvegia, ai sogni, alla scrittura, alle esperienze di vita… posso dire di averci messo tutto me stesso e di averci dedicato davvero molto tempo, in totale circa sette anni.

Vincenzo non è più un ragazzo, la sua vita sta cambiando. Si troverà però ad affrontare più cambiamenti del previsto…

Nella storia Vincenzo compie un percorso formativo, che passa attraverso cambiamenti inattesi e per molti versi sconvolgenti. Se all’inizio è un diciannovenne che vive in spensieratezza l’estate dopo la maturità, si ritrova quasi subito ad essere tormentato da incubi e allucinazioni, che ostacolano la sua relazione con la coetanea Lavinia e lo spingono a credere che in gioco ci sia più della propria sanità mentale. Possibile che qualcuno – o qualcosa – stia cercando di mettersi in contatto con lui? E davvero la campagna piemontese nasconde un antico e misterioso cerchio di pietre? Trovare risposta a queste domande lo porterà a confrontarsi con l’ignoto, causa delle nostre più grandi paure, in cui a decidere l’esito dell’eterno scontro tra Bene e Male è la fragilità stessa dell’animo umano.

Altro protagonista della storia è Saverio. Ci introduci il personaggio?

Saverio è un sedicente scrittore-guru, di quelli che propinano ai loro lettori teorie improbabili. Dopo i discreti riscontri ottenuti col suo primo saggio La porta dei mondi, ha da poco pubblicato Lo sciamanesimo e la fisica teorica con una grande casa editrice e sogna di affermarsi come autore e vivere di scrittura. In cerca di riscatto da un’esistenza mediocre, segnata dalla follia di un padre-padrone, con alle spalle un matrimonio fallito, i problemi di alcol e droga e l’incapacità di conservare un lavoro stabile, sulla soglia dei cinquant’anni intravede nella storia di Vincenzo la possibilità di trovare conferma alle proprie teorie. Scoprirà che ad attenderlo c’è qualcosa di molto diverso da fama e successo.

Il libro è pieno di riferimenti letterari, King, Barker, Lovecraft… quali sono gli autori che ti hanno formato?

Due autori mi hanno formato più di ogni altro. A dieci anni, la lettura de “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien ha indirizzato il mio immaginario al fantastico. Da adolescente, le opere di Stephen King – tutt’ora il mio autore preferito – mi hanno spinto a scrivere. Alla scena della donna morta che esce dalla vasca, in “Shining”, ho pensato: “Davvero si può fare questo con la scrittura?” E mi sono reso conto che volevo farlo anch’io, volevo imparare quel trucco di magia meraviglioso e terrificante e riproporlo nelle mie opere, o almeno provarci. In generale, sono sempre stato un lettore onnivoro. L’orrore cosmico di H.P. Lovecraft l’ho apprezzato nell’edizione completa a cura dal compianto Giuseppe Lippi. Di Clive Barker avevo già letto i racconti dei sei “Libri di Sangue” e alcuni romanzi, ma di recente sono riuscito a recuperare l’opera omnia – anche grazie alle pubblicazioni della Independent Legions Publishing, casa editrice che seguo assiduamente – e la sto centellinando. Tra gli scrittori moderni che in questo periodo leggo più spesso ci sono Richard Matheson, Terry Pratchett, Joe R. Lansdale e Joe Hill; tra i classici Marcel Proust, Fedor Dostoevskij e Jack London. E poi i saggi, soprattutto di argomento scientifico e storico, e i fumetti, in particolare quelli italiani della Bonelli e della Bugs Comics, più qualche manga.

E poi ci sono riferimenti a culti pagani, celtici, addirittura egizi. Come trova compimento tutto questo nel racconto?

Al di là delle influenze letterarie, “Il Cerchio di Pietre” contiene numerosi riferimenti, più o meno espliciti, a diverse materie, che da sempre mi affascinano e stimolano la mia immaginazione. Dalla fisica teorica ho mutuato i concetti di multiverso, connettoma e materia oscura e, più in generale, i ricorrenti accenni alle stelle e al cosmo. L’archeologia e l’antropologia mi hanno suggerito gli aspetti della trama legati alla preistoria, rielaborati in chiave fantastica, ma comunque attinenti allo sciamanesimo, alle strutture megalitiche – come il cerchio di pietre che dà il titolo al romanzo – al culto della dea madre, alle pitture rupestri e ai teriantropi. Riveste un ruolo centrale anche la storia dell’Antico Egitto, con elementi quali i geroglifici, gli scarabei, il dio Kepher e l’occhio di Horus, nonché la visita dei protagonisti al Museo Egizio di Torino. A livello di sottotesto, sono presenti vari simboli derivati da esoterismo e mitologia: l’acqua, il serpente, l’uovo cosmico, il malo occhio, l’eterno ritorno. Cenni poi sono dedicati alla tematica ambientale, all’etica e alla morale e alla cultura popolare, con citazioni che vanno da Star Wars al Trono di Spade, da Alien a Big Bang Theory, da Matrix a Topolino.

Qual è il tuo rapporto con il territorio in cui è ambientato il romanzo?

È un rapporto di amore profondo. L’Italia e in particolare il Piemonte, tra il Monferrato astigiano e il torinese, sono le mie radici, la mia terra, ricchissima di tradizioni, folklore, suggestioni e spunti narrativi. Credo che uno scrittore debba parlare di ciò che conosce. Il paese di Castelvecchio d’Asti – dove è ambientata gran parte del romanzo – è la trasposizione letteraria del mio posto nel mondo, Castiglione d’Asti, il cui caratteristico campanile compare nell’illustrazione di copertina, realizzata da Nino Cammarata, artista d’eccezione.

Hai già in programma un nuovo lavoro?

Ho terminato da poco l’ultima stesura del mio secondo romanzo, finalmente pronto per essere sottoposto ai beta lettori; entro l’anno conto di avviare l’iter di pubblicazione, in modo che il libro esca nel 2022. Nel frattempo ho ricominciato a scrivere racconti – su questo fronte ci saranno novità a breve – e mi preparo per la stesura di un nuovo romanzo, il terzo. In più mi piace parlare delle mie letture, condividendole con altri appassionati, e lo faccio sul mio canale YouTube “I libri di Enrico Graglia” e sulle omonime pagine Facebook e Instagram. Se vi va, ci troviamo lì.



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