La congiura del geco, intervista con Maurizio Blini

Torino, estate 2021. Un agente dei servizi segreti in pensione viene trovato impiccato nel suo appartamento. Moreno Stelvio però, agente della Mobile anch’egli in pensione e amico della vittima, non crede al gesto volontario e convince la polizia, il cui capo è il fratello Silvano, ad indagare.

E’ l’inizio de La congiura del geco, il nuovo romanzo di Maurizio Blini, Edizioni del Capricorno. Il noir intreccia le indagini con la storia di una vecchia amicizia che parte dalla Calabria, attraversa i decenni e arriva a Torino. Trovate qui la recensione completa del libro.

Maurizio Blini, temi vari e forti in questo nuovo noir, dalla ‘ndrangheta ai servizi segreti deviati. Come è nata l’idea?

A volte è necessario osare, superare alcuni recinti della narrazione e proiettarsi oltre. La serie Piemonte in noir, Edizioni del Capricorno, per me iniziata lo scorso anno con «I cattivi ragazzi», con personaggi nuovi e contesti
diversi dalla mia tradizionale coppia di investigatori, Meucci e Vivaldi che invece mi accompagnano da ormai 15 anni, ha rappresentato una sorta di sfida. Oggi il lettore si immedesima nei personaggi, nella loro serialità, li
accompagna fedelmente purché siano empatici e credibili. Un rischio, certo, ma stimolante. Aspetti nuovi e originali di un’indagine, secondo me, nuova linfa per un interesse duraturo.

I rapporti molto stretti tra ‘ndrangheta e Torino, purtroppo, non sono solo un’ipotesi narrativa…

Assolutamente no. Torino, ma non solo, possiamo liberamente parlare di tutto il nord Italia industrializzato, colonizzato in epoche non sospette da famiglie legate ad interessi specifici, il movimento terra, gli appalti, i grandi cantieri per infrastrutture. Un miniera d’oro per la grande criminalità. Alcuni percorsi di vita sono segnati proprio dall’origine, dalla famiglia e dal concentrico amicale, ma non sempre, come ho voluto raccontare in questo romanzo. A volte, l’ironia della sorte, interrompe il nostro destino.

L’amicizia dei tre ragazzi che attraversa i decenni spiega molto bene il cortocircuito che si crea in alcuni ambienti tra riconoscenza, amicizia, legami, doveri, mutuo soccorso. E’ su questo, secondo te, che si basa il sistema delle ‘ndrine, così come quello delle mafie?

Come dicevo, l’origine, il territorio, la famiglia, rappresentano gli elementi fondanti di una determinata cultura. Ma l’amicizia, quella con le stesse radici, spesso diviene una sorta di plusvalore. Quando le cose che uniscono superano di gran lunga quelle che dividono, l’unione diviene complicità, e questa, ovviamente, forza.

E poi c’è l’intreccio che dà vita alla tua storia. Un suicidio che forse è un omicidio e le indagini del tuo antieroe pensionato e un po’ deluso, che però non si tira mai indietro. Che tipo è diventato Moreno Stelvio?

Ho voluto raccontare in questa serie le disavventure di parecchi appartenenti alle forze dell’ordine che, ormai in quiescenza, come si suol dire nell’ambiente, si ritrovano a dover fare i conti con una vita diversa, solitaria, priva di quell’adrenalina che li ha supportati per una vita intera. La depressione ma anche il bisogno di non sentirsi inutili, gettati via, dimenticati forse, induce taluni a reagire come meglio sanno fare. In questo caso Moreno si getta a capofitto in una storia malata, tramortito dalle sue convinzioni, principi, valori, messi in dubbio dalla sorte. Stelvio è convinto di avere ancora molte cose da dire e riuscirà a dimostrarlo, anche se a rischio della vita stessa. D’altronde è uno sbirro vecchia maniera, dove l’intuito ha ancora un valore importante e decisivo.

Al centro dell’intreccio un romanzo scomparso che ha lo stesso titolo del romanzo vero e proprio. Lo prendiamo come un omaggio alla letteratura thriller?

Mi è piaciuta molto l’idea del geco e in particolare quello della congiura. Come in un gioco di ombre cinesi, tutto viene mistificato, confuso, deformato. E tutto mentre il geco resta immobile a osservarci, magari attaccato al soffitto, come se nulla fosse.

Ancora una volta non ci sono buoni e cattivi. Tutti i protagonisti hanno qualcosa da farsi perdonare o quantomeno ritengono di averlo. E’ uno specchio della vita reale?

Sì, per me è esattamente questo. Lo specchio in cui ognuno di noi può riflettersi e scoprire l’imponderabile. Nessun giudizio di merito ma la cronaca dei fatti, così come possono avvenire, a volte, anche nella loro spietata incoerenza. Le solite medaglie dalla duplice effige, speculari e identiche nella loro diversità.

Moreno Stelvio è già pronto ad una nuova avventura?

Moreno Stelvio sta già indagando su una grande rapina a Torino. Ma non sono autorizzato a dire altro.



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