CronacaTorino
La Corte d’Appello riduce a tre anni la pena per la madre di Bra: somministrava insulina in endovena alla figlia
Alla madre sarebbe stata diagnosticata la sindrome di Münchhausen, fattore che avrebbe scatenato le azioni lesive
TORINO – È arrivata al giudizio di secondo grado la complessa vicenda giudiziaria che vede imputata una donna di trent’anni, residente a Bra, accusata di gravi maltrattamenti ai danni della figlia minore. La Corte d’Appello di Torino si è pronunciata mercoledì 3 giugno, modificando parzialmente la sentenza emessa in primo grado dal Tribunale di Cuneo.
Le accuse e la condanna in primo grado
Il processo di primo grado si era concluso il 27 maggio 2025 con una condanna a 4 anni di reclusione, oltre alle sanzioni accessorie e all’interdizione dai pubblici uffici. Secondo quanto accertato dai giudici di Cuneo, tra il 2020 e il 2022 la donna aveva ripetutamente maltrattato la figlia, somministrandole per via endovenosa dosi di insulina, lassativi e altri farmaci non necessari e privi di prescrizione medica.
Tali condotte avevano causato alla bambina lesioni con una prognosi superiore ai 40 giorni. Alla donna veniva inoltre contestato di aver impedito al padre della minore di interloquire con i medici della struttura ospedaliera dove la figlia era ricoverata e di non aver provveduto in modo corretto alla sua igiene personale.
La perizia psichiatrica e la patologia
La difesa dell’imputata, sostenuta dall’avvocato Roberto Ponzio di Alba, aveva ottenuto l’accesso al rito abbreviato condizionato a una perizia psichiatrica. L’accertamento, eseguito dal dottor Guglielmo Occhionero di Asti, aveva evidenziato una condizione di seminfermità mentale.
Lo specialista ha ricondotto le azioni della trentenne alla sindrome di Münchhausen (MSbP): si tratta di una patologia psichiatrica per cui il genitore o la figura di accudimento induce deliberatamente sintomi fisici o psicologici nel minore al fine di attirare l’attenzione e la considerazione su di sé attraverso le cure prestate alla vittima.
Il verdetto d’Appello e i lavori di pubblica utilità
Nel corso dell’udienza davanti alla prima sezione penale della Corte d’Appello di Torino, presieduta da Anna Maria Dalla Libera, l’imputata ha rilasciato dichiarazioni spontanee sostenendo di non aver voluto fare del male alla figlia ma di aver agito, pur sbagliando, nell’intento di aiutarla. Le sue parole non hanno convinto il procuratore generale né la parte civile (il padre della bambina, costituito insieme alla figlia con il patrocinio dell’avvocata Tiziana Marraffa del foro di Cuneo) che avevano richiesto la conferma integrale della prima sentenza.
La Corte ha tuttavia riformato parzialmente la decisione di primo grado, accogliendo in parte le istanze della difesa: la pena è stata rideterminata in tre anni di reclusione e la detenzione è stata sostituita con la misura del lavoro di pubblica utilità sostitutivo presso un’associazione.
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