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Cesare Lombroso, chi era davvero il medico che voleva riconoscere i criminali dal volto

A oltre un secolo dalla sua morte, la figura di Cesare Lombroso resta una delle più controverse della storia della scienza italiana

Gabriele Farina

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TORINO – Quando si parla di criminologia moderna, il nome di Cesare Lombroso continua ancora oggi a suscitare dibattiti, polemiche e curiosità. Per alcuni fu un pioniere capace di rivoluzionare lo studio del comportamento criminale; per altri un teorico le cui idee hanno contribuito alla diffusione di teorie oggi considerate pseudoscientifiche e discriminatorie.

A oltre un secolo dalla sua morte, la figura di Cesare Lombroso resta una delle più controverse della storia della scienza italiana. Le sue ricerche hanno influenzato il diritto, la psichiatria, la sociologia e la medicina legale, ma sono state anche oggetto di critiche profonde per il loro determinismo biologico e per l’idea che il crimine potesse essere individuato attraverso caratteristiche fisiche.

Chi era Cesare Lombroso

Cesare Lombroso nacque a Verona il 6 novembre 1835 con il nome di Ezechia Marco Lombroso, in una famiglia ebraica benestante. Dopo gli studi nelle università di Pavia, Padova e Vienna, conseguì la laurea in Medicina nel 1858 con una tesi sul cretinismo in Lombardia.

Durante la Seconda guerra d’indipendenza si arruolò volontario nel Corpo sanitario dell’esercito piemontese. Negli anni successivi si dedicò all’insegnamento universitario e alla ricerca scientifica, sviluppando un interesse crescente per le malattie mentali, la psichiatria e il comportamento umano.

Dopo aver diretto il manicomio di Pesaro, nel 1876 ottenne la cattedra di Medicina legale all’Università di Torino, città che sarebbe diventata il centro della sua attività scientifica e della sua fama internazionale. Successivamente insegnò anche Psichiatria e Antropologia criminale, disciplina di cui viene ancora oggi considerato uno dei fondatori.

La teoria del criminale nato

La notorietà di Lombroso è legata soprattutto alla pubblicazione de “L’uomo delinquente“, opera uscita nel 1876 e destinata a influenzare il pensiero criminologico mondiale.

Secondo la sua teoria, alcuni individui sarebbero predisposti al crimine fin dalla nascita. Lombroso sosteneva infatti che il comportamento criminale non fosse soltanto il risultato delle scelte personali o delle condizioni sociali, ma potesse derivare da caratteristiche biologiche ereditarie.

L’idea centrale era quella dell’atavismo: il criminale sarebbe stato una sorta di “ritorno” a stadi primitivi dell’evoluzione umana. Per dimostrarlo, Lombroso analizzò migliaia di detenuti, misurandone crani, mandibole, zigomi e altri tratti anatomici.

Tra i segni che riteneva indicativi di una predisposizione al delitto figuravano mascelle particolarmente pronunciate, fronte sfuggente, asimmetrie facciali e altre caratteristiche fisiche che oggi non hanno alcuna validazione scientifica.

La svolta teorica, secondo il racconto dello stesso Lombroso, arrivò durante l’autopsia del brigante calabrese Giuseppe Villella. Osservando una particolare conformazione del cranio, credette di aver trovato la prova anatomica dell’esistenza del cosiddetto “criminale nato”.

La nascita della criminologia moderna

Nonostante le sue conclusioni siano state in larga parte smentite dalla ricerca scientifica successiva, Lombroso introdusse un elemento destinato a cambiare per sempre lo studio del crimine: l’idea che il comportamento criminale potesse essere analizzato attraverso metodi scientifici e osservazioni sistematiche.

Fino ad allora il delitto veniva interpretato principalmente come una questione morale o giuridica. Lombroso spostò l’attenzione sul criminale come oggetto di studio, cercando di comprenderne le cause biologiche, psicologiche e sociali.

Da questa impostazione nacque la cosiddetta Scuola Positiva di diritto penale, sviluppata insieme a studiosi come Enrico Ferri e Raffaele Garofalo. L’obiettivo era studiare il crimine come fenomeno naturale e non esclusivamente come violazione della legge.

Le sue idee si diffusero rapidamente in Europa, nelle Americhe e in numerosi altri Paesi, rendendo Lombroso uno degli intellettuali italiani più conosciuti a livello internazionale tra Ottocento e Novecento.

Le teorie contestate e l’accusa di pseudoscienza

Con il passare del tempo, molte delle teorie lombrosiane sono state progressivamente abbandonate dalla comunità scientifica.

Le sue conclusioni vennero contestate per l’assenza di adeguati metodi statistici, per la tendenza a generalizzare osservazioni limitate e per l’influenza di pregiudizi culturali e sociali presenti nell’Europa dell’epoca.

Particolarmente criticate sono state le sue idee sulle differenze biologiche tra gruppi umani, sulle donne e sui rapporti tra caratteristiche fisiche e comportamento. Gli storici della scienza considerano oggi parte del suo lavoro un esempio di pseudoscienza, cioè di teorie formulate con un’apparenza scientifica ma prive di solide prove sperimentali.

Molti studiosi sottolineano inoltre come alcune interpretazioni estreme del pensiero lombrosiano abbiano contribuito, nel Novecento, alla diffusione di teorie razziste ed eugenetiche successivamente adottate da diversi regimi e movimenti discriminatori.

Gli ultimi anni tra spiritismo e fenomeni paranormali

Un aspetto meno noto della vita di Lombroso riguarda il suo interesse per lo spiritismo.

Negli ultimi anni della sua esistenza partecipò a numerose sedute medianiche e studiò i fenomeni legati alla celebre medium Eusapia Palladino. Inizialmente scettico, arrivò progressivamente a ritenere che alcuni eventi osservati non potessero essere spiegati con le conoscenze scientifiche del tempo.

Questa fase della sua vita suscitò stupore tra molti colleghi, che videro una contraddizione tra il rigore positivista delle sue ricerche e l’interesse verso fenomeni considerati paranormali.

Lombroso morì a Torino nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1909, mentre stava ancora lavorando a studi dedicati all’ipnosi e allo spiritismo.

Il Museo Lombroso di Torino

Ancora oggi la sua eredità è conservata nel Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso di Torino, ospitato all’interno dell’Università di Torino.

Il museo raccoglie reperti anatomici, documenti, strumenti scientifici, fotografie e materiali utilizzati durante le sue ricerche. L’esposizione non celebra le teorie lombrosiane, ma le contestualizza storicamente, mostrando sia il loro impatto sulla nascita della criminologia sia i limiti scientifici emersi nel tempo.

Per questo motivo il museo rappresenta oggi un luogo di riflessione sulla storia della scienza, sugli errori del passato e sul rapporto tra ricerca scientifica, etica e società.

L’eredità di Cesare Lombroso

A più di cento anni dalla sua morte, Cesare Lombroso continua a occupare una posizione unica nella storia del pensiero europeo.

Da un lato viene ricordato come uno dei fondatori della criminologia moderna e come uno studioso che contribuì a introdurre l’osservazione scientifica nello studio del comportamento criminale. Dall’altro resta una figura controversa, simbolo dei rischi che emergono quando la ricerca si intreccia con pregiudizi culturali e convinzioni ideologiche.

Il suo caso dimostra come la scienza sia un processo in continua evoluzione: alcune intuizioni possono aprire nuove strade alla conoscenza, mentre altre vengono corrette o superate dalle scoperte successive.

Ed è proprio questa complessità a rendere ancora oggi la storia di Cesare Lombroso uno dei capitoli più affascinanti e discussi della cultura italiana.

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