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Curiosità Cultura Torino

Il giorno in cui Torino vide spegnersi il genio di Nietzsche: storia e leggenda del cavallo che cambiò tutto

Nietzsche impazzì davvero abbracciando un cavallo a Torino? Ecco cosa sappiamo e cosa appartiene alla leggenda.

Gabriele Farina

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TORINO – Il 3 gennaio 1889, in una fredda mattina torinese, uno dei più grandi filosofi della storia uscì dalla sua abitazione sotto i portici di via Carlo Alberto senza sapere che la sua vita sarebbe cambiata per sempre.

O forse era già cambiata da tempo.

Da oltre un secolo, Torino custodisce una delle storie più struggenti e misteriose della cultura europea: quella di Friedrich Nietzsche che, vedendo un cavallo frustato dal suo vetturino, scoppiò in lacrime, abbracciò l’animale e crollò nella follia.

Ma quanto c’è di vero in questo episodio?

Torino, la città che Nietzsche amava

Quando arrivò a Torino nel 1888, Nietzsche aveva 44 anni ed era nel pieno della sua straordinaria produzione intellettuale.

Abitava in una modesta stanza al numero 6 di via Carlo Alberto, a pochi passi da piazza Carlo Alberto. La città lo aveva conquistato. Nei suoi scritti la definiva luminosa, elegante, severa nel senso più nobile del termine. Amava i portici, i caffè, l’ordine delle strade e quell’equilibrio tra rigore e bellezza che riteneva quasi perfetto.

Proprio a Torino completò opere fondamentali come “Ecce Homo”, il libro in cui tentò di spiegare sé stesso al mondo con titoli provocatori come “Perché sono così saggio” e “Perché scrivo libri così buoni”.

Eppure, mentre celebrava il culmine del proprio pensiero, qualcosa dentro di lui si stava spezzando.

Il cavallo di piazza Carlo Alberto

La leggenda racconta che quella mattina Nietzsche vide un vetturino colpire violentemente il proprio cavallo perché si rifiutava di proseguire.

Il filosofo corse verso l’animale.

Gli gettò le braccia al collo.

Scoppiò a piangere.

Poi cadde a terra.

Secondo alcune versioni avrebbe gridato contro il cocchiere chiamandolo “macellaio”; secondo altre avrebbe semplicemente stretto il cavallo singhiozzando, incapace di sopportarne la sofferenza.

Da quel momento non sarebbe mai più tornato quello di prima.

L’immagine è potentissima: il teorico della volontà di potenza che crolla davanti al dolore di una creatura indifesa.

Ed è proprio per questo che il racconto è diventato immortale.

Ma è accaduto davvero?

Qui inizia il mistero.

Gli studiosi concordano sul fatto che Nietzsche ebbe un grave collasso psichico a Torino il 3 gennaio 1889. Nei giorni successivi scrisse le celebri “lettere della follia”, firmandosi alternativamente “Dioniso” e “Il Crocifisso”, con affermazioni deliranti rivolte ad amici e conoscenti.

Meno certa è invece la storia del cavallo.

L’episodio comparve nelle testimonianze solo successivamente e alcuni ricercatori ritengono che possa essere stato romanzato o addirittura inventato. Non esistono prove dirette che confermino con assoluta certezza l’abbraccio all’animale. Alcuni studiosi lo considerano un fatto plausibile; altri una costruzione simbolica nata dopo la morte del filosofo.

Forse non sapremo mai cosa accadde davvero in quella piazza.

La follia di Nietzsche: le ipotesi dei medici

Anche sulle cause del crollo non esiste una risposta definitiva.

Per decenni prevalse la diagnosi di sifilide in fase avanzata. Successivamente furono avanzate altre ipotesi: un tumore cerebrale, una malattia neurologica ereditaria, una forma di demenza vascolare o una patologia degenerativa mai identificata con precisione.

Quello che sappiamo è che Nietzsche soffriva da anni di emicranie devastanti, problemi alla vista e disturbi nervosi che lo accompagnarono per gran parte della sua vita.

Il crollo di Torino fu probabilmente l’ultimo atto di una lunga malattia silenziosa.

Il simbolo che sopravvive alla storia

Che sia accaduto davvero o meno, il cavallo di Torino è diventato qualcosa di più di un semplice aneddoto.

È il simbolo della fragilità del genio.

L’immagine di un uomo che aveva annunciato la morte di Dio e demolito le certezze della modernità, ma che forse non riuscì a sopportare il dolore di un animale indifeso.

Dopo quel gennaio del 1889, Nietzsche trascorse gli ultimi undici anni della sua vita assistito dalla madre e poi dalla sorella, in uno stato di progressivo annullamento mentale.

Non scrisse più nulla.

E Torino rimase per sempre l’ultima città del filosofo.

Ancora oggi, passeggiando sotto i portici di via Carlo Alberto, è difficile non immaginare quella scena sospesa tra realtà e mito: un cavallo impaurito, una piazza silenziosa e un uomo che, nel tentativo di salvare qualcun altro, stava forse precipitando definitivamente dentro sé stesso.

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