La Difesa ordina i primi F-35 prodotti a Novara, ma crescono le polemiche su costi e finalità

Li abbiamo già ordinati, li avremo tra poco. Tre deliziosi cacciabombardieri F-35 Lightning II, costati circa 80 milioni di dollari. Parola del generale Claudio Debertolis, a capo di Segredifesa, l’organismo che si occupa dell’acquisizione di nuovi armamenti, durante un’audizione alla Commissione Difesa della Camera: “I velivoli sono stati ordinati e saranno italiani” ha precisato con orgoglio, ricordando ai politici come all’aeroporto militare di Cameri (Novara), dove ha sede lo stabilimento per l’assemblaggio e la manutenzione degli F-35 (costo: 800 milioni di euro) “si sta già lavorando in hangar provvisori per costruire la parte fusoliera-ali, mentre l’assemblaggio vero e proprio partirà a inizio 2013”.

E se il costo può far storcere il naso a qualcuno, non c’è da preoccuparsi, perchè solo questi tre aerei – in proporzione – costeranno di più: “Il prezzo – ha detto Debertolis – sarà decrescente nel prosieguo del programma (JSF – Joint Strike Fighter, ndr)”. Ovvero: 110 velivoli per l’Aeronautica e 21 per la Marina, dei quali 69 F-35A convenzionali e 62 F-35B a decollo corto e atterraggio verticale. Numeri in continua evoluzione, visto che il 15 febbraio è stato lo stesso ministro Di Paola a parlare di 90 velivoli in tutto, e non 131. “I primi velivoli costano sempre di più, e a regime gli F-35 costeranno circa 55 milioni l’uno, contro i 79 milioni di euro dell’Eurofighter (progetto tutto europeo, l’Italia ne ha già ordinati 96, ndr)”. Come scrive Gianandrea Gaiani su Il Sole 24 Ore si tratta di:

Cifre molto contenute che suscitano qualche perplessità. Nell’autunno scorso fonti vicine all’Aeronautica ritenevano già inverosimile che un F-35 potesse costare “solo” 78 milioni di dollari come previsto dal produttore statunitense, Lockheed Martin, nel 2008 mentre il prezzo di 55 milioni di dollari a esemplare era già stato superato nel 2004 dalla lievitazione dei costi. In ottobre uno studio della Corte dei Conti canadese effettuato sulla commessa di Ottawa per 65 velivoli della versione A (meno costosa della B anche rappresenta circa la metà della commessa italiana prevista) valutava che ogni velivolo sarebbe costato 148 milioni di dollari , cioè il 66 per cento di quanto aveva annunciato il governo canadese nel 2010. Fonti ben informate riferiscono che è assai Improbabile che l’F-35, jet di quinta generazione che adotta tecnologie innovative in parte ancora da integrare possa costare meno di un Eurofighter Typhoon. Del resto proprio un documento di Segredifesa risalente al 4 agosto 2011 prevede che tra il 2010 e il 2027 vengano spesi solo per acquisire i 131 jet previsti 15,87 miliardi di euro, cioè più di 121 milioni a velivolo.

Eppure sembra che la stessa Aeronautica, almeno secondo alcune indiscrezioni, non sia esattamente entusiasta dell’acquisto di così tanti gioiellini volanti. Soprattutto perchè molti, dentro e fuori dagli ambienti della Difesa, non riescono a capire come mai il Pentagono (o meglio: il Congresso Usa) lamenti “costi sempre più alti” in merito al JSF (vedi botta e risposta con la Lockheed Martin, uno dei tre costruttori): “Negli Stati Uniti i tagli al Pentagono – sottilinea Gaiani – e la decisione di allungare i tempi di acquisizione dell’F-35 riducendo il numero di jet da acquisire ogni anno (solo 29 nel 2013) rischia di influire proprio sui costi, innalzandoli ulteriormente come ha lamentato Lockheed Martin. Possibile che i prezzi aumentino per il Pentagono e non per gli italiani?”.

Debertolis ha parlato anche di posti di lavoro, fornendo cifre (10mila posti di lavoro: ma si tratterebbe in realtà di lavoratori che dal progetto europeo – in stallo da un po’ – verranno parzialmente dirottati verso l’F-35) che non convincono in molti, a cominciare – ovviamente – dalle associazioni che si oppongono al progetto, come i promotori della campagna “Taglia le ali alle armi”:

La verità sui caccia F-35 non può venire dal Ministero della Difesa. I fautori senza ripensamenti dell’F-35 (mentre tutti i partner e perfino gli USA ridimensionano le partecipazioni al JSF) non possono essere le fonti principali sui dati relativi a questo programma. Oggi, secondo quanto riferiscono le agenzie diffuse dopo l’audizione del Gen. Debertolis, è caduta la seconda ‘foglia di fico’ a supporto del JSF.

La conseguenza delle scelte della Difesa non porterà alcun posto di lavoro in più, anzi li vedrà diminuire, si elevano solo ‘speranze’ per un maggiore ritorno nell’indotto proprio perché il garantito occupazionale è minimo. Per comprendere l’insensatezza di alcuni numeri occorre ricordare che gli occupati totali nel settore aeronautico Finmeccanica a fine 2010 erano 12.604 unità e che pochi mesi fa un accordo  ha previsto una riduzione di ulteriori 747 unità rispetto a fine 2010, portando l’intero organico del settore aeronautico a circa 11.900 persone.

Secondo le notizie odierne l’Italia avrebbe già ordinato i primi tre aerei, appartenenti al VI lotto di produzione. In realtà secondo quanto risulta alla campagna sia il contratto d’ordine sia la relativa quotazione fatta da Lockheed Martin non dovrebbero ancora essere avvenuti e quindi confermare tale acquisto o dare dati di costo definitivi è quantomeno esagerato.

Poi c’è chi, come Luca Marco Comellini, ex militare dell’Aeronautica e segretario del Pdm (emanazione dei Radicali) è ancora più esplicito dei “pacifisti” (fonte: Emergency):

L’adesione dell’Italia al programma F-35 non ha nulla a che fare con reali esigenze della difesa, ma solo con gli interessi della politica e di Finmeccanica, per cui questo affare significa commissioni sicure dallo Stato, accesso a tecnologia estera avanzata e opportunità di riqualificazione del personale. Porre fine o almeno ridimensionare la nostra partecipazione al programma JSF è fattibile non solo perché, come noi andiamo dicendo da anni, non esistono penali da pagare: c’erano nella fase di sviluppo, ormai conclusa, non per quella di produzione. Ma soprattutto perché l’Italia non ha bisogno di questi costosissimi velivoli.

I 131 caccia F-35 in programma dovrebbero rimpiazzare gli Amx, i Tornado e gli Harrier, ma di fatto sono solo i circa 60 Amx a essere realmente giunti a fine corsa. Da qui la nostra proposta di dimezzare il programma JSF per farlo coincidere con le reali esigenze di ammodernamento del nostro parco aeronautico, già oggi sovradimensionato non solo rispetto ai nostri bisogni strategici, ma anche rispetto alle nostre risorse umane e logistiche.

Tra chi giudica al contrario tutte queste critiche come “superficiali e basate su pregiudizi” c’è un altro generale, Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica (fonte: Adnkronos):

Il nostro eventuale abbandono del JSF toglierebbe miliardi di lavoro a una settantina di aziende italiane, dai giganti Finmeccanica e Fincantieri, a molte pmi, il tutto anche con presenze significative oltre che nel Nord Italia, anche in Campania, Puglia, Lazio, Umbria e persino Sicilia. Nei piano di partecipazione industriale al programma F-35 sono oggi inserite 40 ditte nazionali, di cui 17 grandi, 15 pmi e 8 di Finmeccanica e Fincantieri. Altre 32, prevalentementee pmi, sono coinvolte in attività conoscitive o gare legate al progetto. Quando si parla dell’impegno finanziario, si lanciano cifre omettendo di dire che riguardano un arco moto lungo e che rientrano nei bilanci ordinari. Ma soprattutto si omettono i ritorni già realizzati (539 milioni di dollari) e quelli previsti.

C’è da chiedersi se gli improvvisati esperti sappiano questo e, se lo sanno, come pensino di rispondere a chi li ha eletti anche per proteggere il mondo del lavoro e i livelli occupazionali. Inoltre, senza un aereo tattico credibile, domani potremmo essere costretti a chiamarci fuori se un altro dittatore dovesse massacrare il proprio popolo.



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