La bancarotta del comune di Detroit la motown Usa: uno spauracchio per Torino, degli inquietanti parallelismi

Detroit-TorinoIl comune di  Detroit ha dichiarato ufficialmente bancarotta. L’annuncio del fallimento è stato dato dal commissario straordinario Kevyn Orr. Il governatore Rick Snyder, ha accettato la richiesta di Orr di ammettere Detroit all’articolo 9 della legge fallimentare americana per la prima volta per una metropoli degli USA. Secondo Snyder, questa sarebbe l’unica soluzione a un situazione irrecuperabile. La città ha un debito  valutato tra i 17 e i 20 miliardi di dollari, Il solo deficit di bilancio ha raggiunto la cifra  di 380 milioni per una città con poco più di 700 mila abitanti dei due milioni di una volta. Oramai a Detroit vivono solo più quelli che non potevano andare altrove, anche se per antitesi nella città stanno nascendo nuove startup tecnologiche. Investire Oggi traccia un proccupante parallelo fra la situazione di Detroit e quella di Torino:

Parliamo di una città che negli anni Cinquanta contava oltre 2 milioni di abitanti, mentre oggi ne fa circa 714 mila. E dal 2000, la popolazione è scesa del 26%. Secondo qualcuno, lo spopolamento ha radici in quel 1967, quando nell’estate scoppiarono rivolte della minoranza afro-americana contro la polizia e ciò spinse nel tempo i bianchi a preferire mete più tranquille per trascorrere la propria esistenza. Con il risultato che in città restò soprattutto la minoranza di colore, meno abbiente e con una base imponibile di gran lunga inferiore. Da qui, la crisi drammatica delle casse comunali. La crisi dell’auto e anni di cattiva gestione delle casse comunali e di malaffare hanno fatto il resto.

Nonostante il commissario abbia rassicurato che i servizi in città non saranno tagliati, è difficile pensare che il bilancio si riporterà in pareggio senza sacrifici dolorosi anche da parte degli abitanti di Detroit.

Per quanto non paragonabile al caso sopra citato, il default appena annunciato rappresenta un monito anche per diverse città italiane. Il caso più eclatante è forse del Comune di Torino, che sarebbe oberato da debiti per 5 miliardi di euro, qualcosa come 5 mila euro per abitante (ma a Detroit siamo sui 19 mila euro pro-capite). Torino e Detroit hanno in comune, in effetti, il fatto di essere le sedi del gruppo Fiat-Chrysler. Anche il capoluogo piemontese è per definizione la città dell’auto in Italia e la forte dipendenza della sua economia dall’andamento del mercato delle quattro ruote non fa che destare allarme sulla crisi finanziaria che la sta attanagliando da anni, anche per via dei grossi investimenti realizzati per le Olimpiadi invernali del 2006. Altra analogia inquietante: negli anni Settanta, la città contava 1,4 milioni di abitanti, mentre oggi appena 900 mila (-36%).

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Dello stesso tenore l’analisi di Riccardo de Caria, assegnista alla facoltà di Giurisprudenza ed editorialista del nostro giornale: “Ciò che fallisce a Detroit è un modello di sviluppo artificiale, fatto di sussidi al settore auto che, come steroidi, lo hanno gonfiato in modo innaturale, in tandem con una municipalità che ha speso per troppo tempo al di sopra dei propri mezzi. Purtroppo, il modello che ha costretto Detroit a portare i libri in tribunale è esattamente lo stesso seguito da Torino: anche il capoluogo piemontese ha goduto delle generose prebende riservate al settore auto esattamente come negli Usa, per poi ritrovarsi un giorno sommersa di debiti per via delle troppe spese fatte quando le cose andavano tutto sommato bene”. Ci saranno pure responsabilità politiche in questo comportamento. “Chiamparino, pur essendo riuscito a costruirsi la fama di ottimo amministratore, se ne è andato dal Municipio lasciando un buco mostruoso nei conti della Città, buco che la giunta del suo successore Fassino sta faticosamente cercando di colmare a suon di tagli ai servizi, cessioni di asset e aumento di tasse. Ma tutto lascia pensare che sia uno sforzo inutile: Torino farebbe meglio a prendere atto dell’amara realtà e fare come Detroit, ripartendo da zero senza intestardirsi a voler riportare nei binari un treno che pare ormai essere irrimediabilmente deragliato”.

In Italia, gli enti locali non possono tecnicamente fallire, ma è prevista l’ipotesi del dissesto, come ben sanno gli alessandrini. “Non è affatto una via indolore – prosegue de Caria -, ma è preferibile al lento declino che avanza un giorno dopo l’altro, impercettibile ma implacabile. Sarebbe la certificazione del fallimento di un’intera stagione di governi a Torino, e forse finalmente la Città si libererebbe un po’ da quella sua casta di potenti e loro compari che la asfissiano da ormai troppo tempo”.

Nel libro Torino è casa mia, Giuseppe Culicchia scriveva che Torino non è Wolfsburg, la company town della Volkswagen, nel senso che non è una città-fabbrica o un dormitorio come l’omologa tedesca. Sarà, ma sarebbe un gesto coraggioso e onorevole riconoscere che purtroppo siamo invece come Detroit, e smettere di nascondere la polvere sotto il tappeto.

 



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