Clima: che fine farà l’Accordo di Parigi nell’era Trump?

La vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti influirà sull’Accordo di Parigi per la riduzione delle emissioni climalteranti? Da capi di stato a esperti sul clima, sono in molti a porsi questa domanda inaspettata, dato che la maggior parte dei sondaggi dava vittoriosa Hillary Clinton.

Un risultato elettorale, quello americano, che per coincidenza temporale è arrivato in occasione dell’apertura a Marrakech della COP22, la ventiduesima Conferenza Mondiale sul Clima delle Nazioni Unite. E proprio da lì è partito l’invito del presidente francese Francois Hollande e del segretario generale dell’Onu, Ban Ki- Moon affinché la nuova amministrazione Trump rispetti l’accordo di Parigi, già ratificato da oltre 100 paesi, Usa compresi.

Vale la pena ricordare che in campagna elettorale Trump ha più volte minacciato l’intenzione di ritirare gli Usa dall’accordo di Parigi (posizione che tuttavia sembra ammorbidirsi stando alle dichiarazioni rilasciate dal futuro presidente al New York Times in una recente intervista). Ad ogni modo, a livello pratico sarebbe possibile per gli Stati Uniti uscire dall’Accordo di Parigi? A pochi giorni dalla fine della COP22, Quotidiano Piemontese lo ha chiesto a Veronica Caciagli, Presidente Italian Climate Network, che ha partecipato alla Conferenza di Marrakech: “Dal punto di vista tecnico, in realtà Trump non potrà ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi in quanto una disposizione dell’Accordo di Parigi prevede che nessuno Stato possa uscirne per un periodo di tre anni dopo la sua entrata in vigore, con l’obbligo poi di dare un preavviso di un anno: l’accordo è entrato in vigore il 4 novembre scorso, per cui la prima data utile per dare il preavviso è il 4 novembre 2019. Da lì partirebbe quindi 1 anno: insomma, non potrebbe uscirne prima del 4 novembre 2020, a ridosso della nuova elezione”.

“Questo dal punto di vista tecnico. Dal punto di vista pratico, invece – ha continuato Veronica Caciagli – Trump può beatamente ignorarlo. E’ molto probabile che il Clean Power Act, il programma per la riduzione delle emissioni nel settore energetico, introdotto con non poche difficoltà da Obama sarà cancellato. Si tornerà anche ad incentivare l’energia fossile; ma per quanto Trump possa impegnarsi non potrà fermare il settore rinnovabili: negli Stati Uniti il numero di impiegati delle rinnovabili ha superato, nel 2015, quello delle fossili; non può non tenerne di conto”.
Dal punto di vista politico, nelle prossime Conferenze delle Parti, la delegazione statunitense – ha sottolineato Veronica Caciagli – non svolgerà più un ruolo di impulso ai negoziati, come siamo ormai abituati da 8 anni con Obama. Si spera in una nuova nazione che si candidi a leader dei negoziati, ma al momento sono i Paesi più minacciati dai cambiamenti climatici a mostrare un impegno più serio. Come le piccole isole-Stato del Pacifico, che rischiano di scomparire e perciò si battono per mantenere ancora in vita la flebile speranza che si possa arrestare l’aumento medio delle temperature a +1,5°. Proprio alla conferenza di Marrakech 48 Stati, parte del Climate Vulnerable Forum, hanno dichiarato il loro impegno verso l’obiettivo di arrivare a un’energia 100% rinnovabile. Certo, sui negoziati per l’implementazione dell’Accordo Trump avrà un’influenza che si preannuncia molto negativa. Ma la comunità internazionale ha affrontato questa prima prova, la Conferenza di Marrakech, mostrando grande unità rispetto all’azione per il clima: la parola d’ordine del negoziato è stata “irrevocabile”. Ma la domanda finale, adesso che la rivoluzione energetica è nel vivo – ha concluso Veronica Caciagli – è se la trasformazione di cui abbiamo bisogno avverrà abbastanza in fretta; con o senza gli Stati Uniti“.